A 40 anni dalla Carta di Algeri per i diritti dei popoli

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40 anni fa, il 4 luglio 1976 si riunivano ad Algeri alcuni politici, giuristi e intellettuali. La data non era stata scelta casualmente: quel giorno ricorreva il duecentesimo anniversario dell’adozione della Dichiarazione di indipendenza americana, atto che avrebbe dato vita alla rivoluzione delle 13 colonie d’oltreoceano dalla madrepatria britannica ma che soprattutto avrebbe lasciato in eredità un primo codice vincolante in materia di diritti umani. Allora fu un popolo che si espresse, parlando alla seconda persona plurale, con le celebri parole “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti ci sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità”.

La solennità di questa dichiarazione fu dunque raccolta due secoli dopo dalla Dichiarazione universale dei diritti dei popoli, anche detta Carta di Algeri. “Coscienti di interpretare le aspirazioni della nostra epoca, ci siamo riuniti ad Algeri per proclamare che tutti i popoli del mondo hanno pari diritto alla libertà”, così si apre la Dichiarazione in un luogo simbolo della lotta contro il colonialismo e con un preambolo che non cessa di far riferimento all’imperialismo e al “neocolonialismo”, mali che continuano a opprimere e a sfruttare i popoli. Documento senz’altro meno noto ma di indubbio interesse, la ragione sta nell’ampia gamma di diritti fondamentali attribuiti ai popoli, dall’esistenza all’autodeterminazione, dalle risorse alla cultura e all’ambiente. Se molti concetti e principi nei decenni successivi sarebbero stati acquisiti (almeno parzialmente) dal diritto internazionale, molti altri rimangono oggi oggetto di dibattito e per altri ancora la strada da fare per la loro effettiva tutela in quanto diritti (non semplici principi a cui ispirarsi) è davvero lunga e irta di ostacoli.

La Dichiarazione di Algeri è senza’altro figlia del contesto storico nel quale è maturata: “tempi di grandi speranze, ma anche di profonde inquietudini”, come riportato nel documento. Nella metà degli anni Settanta il processo di decolonizzazione poteva dirsi completato con il raggiungimento dell’indipendenza di Angola, Mozambico e Guinea Bissau, le colonie portoghesi in Africa. Nonostante il sistema di segregazione razziale istituzionalizzato in Sudafrica polarizzasse ancora l’attenzione degli Stati di nuova indipendenza e dell’opinione pubblica cosiddetta terzomondista configurando una forma di colonizzazione della popolazione bianca sulla maggioranza nera, le lotte di liberazione nazionale avevano raggiunto l’obiettivo dell’indipendenza dello Stato. Proprio questa indipendenza rischiava però, anzi in molti casi già lo era, di essere puramente istituzionale e formale, mancando una vera e propria autodeterminazione interna dei popoli nella scelta della propria gestione economica e commerciale, del possesso e della distribuzione delle risorse del territorio, della preservazione della propria cultura e della salvaguardia dell’ambiente. Inoltre, ben più grave, emergeva il problema della democraticità degli Stati, laddove si assisteva di sovente a una trasformazione delle elite che avevano condotto all’indipendenza in regimi dittatoriali sanguinosi e corrotti. Le vittime di queste degenerazioni erano ancora una volta i popoli.

Da qui l’esigenza di affiancare a una Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU che alla sua proclamazione nel dicembre 1948 aveva suscitato vasto eco mondiale e forti aspettative, un documento che non guardasse all’individuo inteso come singolo essere umano ma alla più ampia comunità nel quale esso è inserito. “Era necessario riprendere l’agenda lasciata consapevolmente aperta nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, in cui gli Stati, al di là di una menzione dei ‘Popoli’ fatta solamente nel preambolo, erano i protagonisti assoluti e autonomi, liberi da qualsiasi limite esterno”. A dirlo è Gianni Tognoni, segretario generale del Tribunale permanente dei popoli, fondato nel 1979 come emanazione pratica della Carta di Algeri e in diretta continuità con i Tribunali Russell sul Vietnam (1966-67) e sull’America Latina (1973-76). La volontà di ridare ai popoli il ruolo di soggetti dello Stato e non solo “elettori” dei governi indusse l’italiano Lelio Basso, come altri dei protagonisti dell’incontro ad Algeri, a ideare un Tribunale “di opinione” al servizio dei popoli, per vigilare sull’azione degli Stati, ben prima che venissero formulati accordi per la creazione dell’odierna Corte penale internazionale. Ad oggi il Tribunale ha tenuto ben 42 sessioni, occupandosi di molti casi: dal Sahara occidentale, alla dittatura argentina e al genocidio armeno ai propri inizi e, recentemente, esaminando la questione dei tamil in Sri Lanka e della TAV in Val Susa. Un gran lavoro, dunque, per quella Dichiarazione che legalmente era solo “foglio di carta”, in quanto le sue disposizioni non erano giuridicamente vincolanti, e che eppure costituì uno strumento di riferimento essenziale per i movimenti di autodeterminazione e di democratizzazione dei popoli.

A distanza di 40 anni dall’adozione della Carta di Algeri, un convegno internazionale alla Camera dei deputati ne stilerà oggi e domani un bilancio, tenendo conto che in questi ultimi decenni la globalizzazione e una valutazione dei diritti umani internazionali si sono imposti come due punti essenziali di qualsiasi riflessione della comunità internazionale sulla protezione e sulla tutela dei diritti umani, in quanto singolo individuo o in quanto parte di un popolo.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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