50° di Martin Buber. In “zona Cesarini”

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Martin Buber - Foto: Hesedweemet.wordpress.com

La corsa quotidiana in un tempo, il nostro, che riduce gli orizzonti  e assolutizza l’oggi, rischia di distrarci fatalmente e di farci smarrire il senso della memoria. Perfino richiami imperdibili, pur evidenziati da circostanze fortemente allusive, passano via senza lasciare il segno. Una sorta di smemoratezza è indice lampante che, oltre ad attenuare le relazioni tra di noi, inibiamo anche quelle con il tempo, bloccando quasi il sobbalzare dell’ago che registra l’encefalogramma della storia sulla carta scorrevole del nostro vivere.  Siamo specialisti nell’occultare date importanti, e a poco a poco il diagramma della buona salute risulta – nei laboratori della nostra sanità globale – inesorabilmente piatto.

Vittima anch’io di questo trend dell’appiattimento, stava per passarmi pressoché inosservato il 50° anniversario della morte di Martin Buber. Il bello è che questo pensatore, al quale ho dedicato più di qualche riflessione [1], ha molto da dirci oggi. Vale perciò la pena non lasciarci sfuggire l’ultima possibilità, ad anno ormai agli sgoccioli, e rientrare in gioco seppure in zona Cesarini, come dicono gli amanti del calcio. Quando la partita era ormai finita e gli spettatori già imboccavano le vie d’uscita dallo stadio, Cesarini – un calciatore di livello medio – sbucava dal nulla e segnava il suo gol. Il fatto si ripeté così spesso che alla “zona scadenza” venne a buon diritto assegnato il suo nome, dando proprio a Cesarini una fama che altrimenti non avrebbe meritato.

Buber (1878-1965), che di tempo s’intendeva, essendo un filosofo amante dei silenzi, della parola autentica e di qualità, scrisse che la nostra è “un’epoca senza dimora”, nella quale ci ritroviamo smarriti in aperta campagna e non abbiamo neppure una tenda e pochi picchetti per dotarci di un minimo riparo. La metafora non è inattuale. Noi, abitanti di non-luoghi e di non-tempo, abbiamo bisogno di recuperare l’autentico significato di “casa” , di “dimora”: quale criterio di abitabilità dobbiamo seguire per ritrovare noi stessi e ridarci un indirizzo?

Per Buber, il nostro spazio esistenziale e antropologico è l’Io-Tu, la relazione dialogica. Non è certo l’io in sé, la trappola identitaria egocentrica. Non è la trappola allocentrica che assolutizza il tu, l’altro, con forme di inchino e genuflessione di fronte a tante prepotenze e assumendo così una posizione gregaria e subordinata. Non è nemmeno la trappola identitaria settaristica, che ama il “tra di noi”, il gruppo chiuso, i confini socio-culturali-politici-religiosi ermeticamente cementati e inaccessibili. L’Io-Tu è invece apertura, dimensione “tra”, reciprocità creativa, “inter” - interpersonale, interculturale, interreligioso… -: è dovunque si manifesti questa dimensione “inter” che  implica apertura, sconfinamento, empatia, rispetto, quando cioè l’altro non resta “extra” – lontano, straniero, forse nemico – ma nel “tra” mi si fa incontro e io gli vado incontro,  quando in questo modo egli diventa “intra”, mi abita e io lo ospito. Questa è la vera socialità.

Buber ha scritto pagine belle e profondissime su questo,  facendoci comprendere che proprio questa dimensione dialogica costituisce, come un dna,  la nostra identità di esseri umani e si pone come segreto autentico di qualsiasi relazione significativa, dalla micro-relazione interpersonale alle macro-relazioni interculturali, interreligiose. La vera realizzazione di sé, o del proprio gruppo, sta nell’essere dialogo, rispetto reciproco, reciproca partecipazione e comprensione, fino ad abitarci gli uni gli altri mantenendo, anzi, trovando proprio in questo modo la nostra unica e mai definitiva identità.

Al finire dell’anno la terra è arida e desolata. Soffiano venti pericolosi. Abbiamo bisogno di ritrovare la dimora, un luogo caldo di umanità. Siamo ancora in zona Cesarini, e possiamo vincere la partita, soltanto insieme.  

Giuseppe Milan

[1] Cfr. G. Milan, Educare all’incontro. La pedagogia di Martin Buber, Città Nuova, Roma 

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