20 relativamente Grandi, e il clima fa la differenza

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Foto: Remocontro.it

In sintesi: 1) sul clima vince Merkel che compatta gli altri 19 e isola Trump. 2) Sul commercio un compromesso con lo stesso personaggio. 3) Per i migranti, i confini sono nazionali e i cavoli anche. 4) Putin e Trump di fanno simpatia ma il solo accordo siglato è quello sulla Siria che avevano scritto i generali. 

Non ci sono stati i baci e gli abbracci per la gioia dell’Fbi e dei complottisti di mezz’America, ma c’è mancato poco. Trump e Putin sono compari d’anello da un pezzo e il G20 di Amburgo l’ha confermato. La vigorosa stretta di mano tra i due ha spazzato via tutti i dubbi. Le pantomime, anzi, i copioni di commedia all’americana messi in scena negli ultimi tempi, non potevano certo essere interpretati come una sorta di ritorno alla guerra fredda. Trump e Putin, l’abbiamo detto un mare di volte, si parlano abbondantemente e si confrontano grazie ai loro “sherpa”, che stanno facendo un lavoro eccellente, come nel caso della Siria. Dove, pur essendo a contatto di gomito (pardon, di ala) di aerei da combattimento, le due superpotenze, finora e per fortuna, hanno evitato qualsiasi straccio d’incidente.

L’innominata

Come forse sperava qualche uccellaccio del malaugurio che, per incapacità e supponenza, si è fatto soffiare la poltrona dello Studio Ovale dal Presidente “palazzinaro”. Inutile fare nomi, tanto i nostri lettori ci hanno già capito. Quindi, da oggi ri-scatta la tregua sulla Siria, che conferma la divisione in sfere d’influenza, con la Valle dell’Eufrate a fare da spartiacque. Trump non ci è simpatico per molti motivi, però bisogna dargli atto che il suo feeling con la Russia (non solo con “crotalo-Putin”) è di vecchia data e conviene a tutti. Da bravo faccendiere, anzi sbriga-faccende, Donald “denoantri” ha capito che mettersi di traverso spesso non porta da nessuna parte. Quindi, largo alle intese col Cremlino, fin da quando Hillary Clinton strepitava già come un vecchio tacchino alla vigilia del Giorno del Ringraziamento.

Trash and rule

Insomma, lasciatevelo dire, non tutti i consiglieri che compongono la squadra del nuovo Presidente sono da cestinare. Se ci passate la metafora da “trash and rule” (“governa e getta la spazzatura”), con l’Amministrazione Trump bisognerebbe usare la raccolta differenziata. Certo, l’Energumeno deve aprire gli occhi e camminare rasente ai muri, perché l’Fbi e gli altri poteri forti, non proprio suoi ammiratori, alla prima occasione gliela faranno pagare. L’impeachment è dietro l’angolo e Trump sembra un ballerino di flamenco su un campo minato. Deve fare finta di guardare di sguincio compare Putin e di minacciarlo, per poi aggrapparsi al telefono e discutere, con un approccio di tipo cooperativistico, anche a che ora calare la pasta. Come d’altro canto faceva “SuperBarack” (Obama). I prossimi giorni ci diranno se è così.

Banche e bancarelle

E la Siria e il Medio Oriente in generale saranno il banco di prova più significativo. D’altro canto, oggi la terza guerra mondiale è già scoppiata per colpa degli istituti di credito. Banche, bancone e bancarelle stanno facendo tremare il mondo della finanza globale e continuando di questo passo rischiano di lasciare un cumulo di macerie. Peggio di Dresda versione 1945. Non è solo un parere pessimistico, ma è anche una fosca previsione largamente condivisa ai piani più alti delle Cancellerie. Basta solo guardare il calendario dei lavori, organizzati in modo prioritario. Le cose che avevano da dirsi Washington e Mosca se le sono spiattellate in faccia a porte chiuse. Le comparsate pubbliche servono solo ai fotografi.

Tante chiacchiere

D’altro canto, il summit è stato un comodo contenitore per parlarsi a quattr’occhi senza rischiare che l’Fbi ti piazzi un microfono dentro i pantaloni, lato terga. Trump rappresenta il nuovo corso dell’America, che a noi non piace. Però, amiamo di meno chi cerca di far saltare per aria il piccolo chimico (proprio lui) con tutto il laboratorio. Anche perché, nelle vicinanze, ci siamo piazzati noi, che saremmo i primi a pagare le pere. Si parlava delle priorità che il G20 ha affrontato. Tra queste spiccano alcuni temi che, a prima vista, sembrano collidere clamorosamente, come l’auspicata crescita economica globale e l’esigenza di garantire una distribuzione della ricchezza che sia la più inclusiva possibile. Naturalmente, è inutile aspettarsi risultati sconvolgenti da un summit convocato per mettere pezze.

La pezze e il buco

Nella speranza che queste non si rivelino peggio dei buchi che dovranno tappare. Perché di questo si tratta. I Paesi più importanti del mondo non pianificano più, rattoppano. Su clima e libero commercio sono state siglate intese da bar-sport. E abbiamo reso l’idea. Mentre sullo sfondo resta sempre la crisi dei migranti, vera patata bollente che rischia di ustionare il mondo industrializzato, dove ognuno predica bene e razzola male. Di questi tempi, in genere, chi pontifica (nessuno escluso) poi si gira subito dall’altro lato e i poveretti che sono in prima linea, come noi, sono costretti a mettersi a testa sotto e piedi all’aria. Perché tutti gli altri, vecchi marpioni, dormano sonni tranquilli. Fino a quando?

Pietro Orteca da Remocontro.it

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