Il turismo deve essere sostenibile (anche per il Vaticano)

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“Treno, portami via! rapiscimi, vascello! Va' lontano! qui il fango dei nostri pianti è intriso”. Forse è un po’ come sosteneva Charles Baudelaire in questi versi del 1861. Se la nostra esistenza è una continua ricerca della felicità, poche cose meglio delle vacanze riescono a rispondere alle ambizioni di questa impresa. Ma come tutte le cose belle anche il viaggio che rende possibili le nostre ferie ha un prezzo che oggi va calcolato non solo in termini economici, quanto soprattutto in termini di sostenibilità. Per questo alla domanda “quando il turismo è sostenibile?”, con buona pace per le nostre meritate ferie, mi verrebbe da dire mai! Nonostante, infatti, sia ancora ben radicata l'idea che il turismo sia un’industria leggera, capace di sfruttare le risorse umane e territoriali senza comprometterle, in realtà rappresenta uno dei più penetranti e sistematici fattori inquinanti oggi all’opera sulla terra. Spesso il turista, non fosse altro che per la sua presenza fisica, trasforma l’ambiente che lo circonda avviando senza il benestare e la consapevolezza degli abitanti processi di degrado ambientale, alterazione culturale e non ultimo di sconvolgimento economico con ripercussioni negative sulle popolazioni locali. In cambio di lavori spesso umili e poco pagati la comunità locale e un tempo autosufficiente si trova a dipendere dagli “eurodollari” di una “monocoltura turistica” e quindi dalle mode e dalle schizofrenie dell’economia globale

Il problema dell’impatto turistico, che ha portato ormai da alcune decine di anni ad elaborare il concetto di “turismo responsabile”, non è piccolo. La vacanza, o meglio la possibilità di avere tempo e denaro per viaggiare, è ormai un conquistato diritto di una buona parte dei cittadini dei paesi industrializzati, tanto che secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo (Unwto) ogni anno circa settecento milioni di “nomadi del benessere” lasciano casa e lavoro per trasformarsi in una gigantesca mandria in transumanza stagionale. Da privilegio di pochi al tempo di Baudelaire, oggi il turismo è un mercato colossale che cresce al ritmo del 6% all’anno ed è destinato a diventare il principale affare del mercato globale, con ricadute economiche, sociali e ambientali planetarie che non possono essere ignorate visto che rischiano di consumare risorse e culture che rappresentano la stessa materia prima su cui prospera. Per questo a fine giugno, anche il Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale, creato da papa Francesco il 17 agosto 2016, ha diffuso un messaggio in previsione della Giornata mondiale del turismo che si celebrerà come ogni anno il 27 settembre, parlando di turismo come di uno “strumento per lo sviluppo sostenibile”, un tema fatto proprio anche dall’Onu che ha dichiarato il 2017 “Anno internazionale del turismo sostenibile per lo sviluppo”.

Il documento vaticano ha fatto notare come il turismo sia una voce importante nell’economia mondiale: “Secondo l’ultimo Barometro dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, riferito al 2016, ammonta intorno a 1.235 milioni il numero di arrivi turistici internazionali. A livello mondiale, il settore rappresenta il 10% del Pil e il 7% del totale delle esportazioni, con 1 su 11 posti di lavoro riconducibili al settore turistico”. Proprio per questo “il turismo può essere uno strumento importante per la crescita e per la lotta alla povertà” ma attraverso uno sviluppo che non è solo legato alla crescita economica, ma deve essere “volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo” attraverso uno “sviluppo integrale” che per il Dicastero è molto vicino a quel concetto di “sviluppo sostenibile” introdotto dall’Onu fin dagli anni ’80 del secolo scorso. Anche per il Vaticano, quindi, il turismo deve essere sostenibile e “responsabile, non distruttivo né dannoso per l’ambiente e per il contesto socio-culturale su cui incide, in particolare rispettoso verso le popolazioni e il loro patrimonio, teso alla salvaguardia della dignità personale e dei diritti lavorativi, e, non ultimo, attento alle persone più svantaggiate e vulnerabili”.

Come per le Nazione Unite anche il Vaticano si fa portavoce (ed è la prima volta) di un turismo che deve tornare a mettere al centro la persona piuttosto che il profitto. Come? “Riconosciamo la dignità di ciascuno e la relazionalità tra gli uomini; condividiamo il principio del comune destino della famiglia umana e la destinazione universale dei beni della terra. L’essere umano non agisce, così, come padrone, ma come amministratore responsabile. Nel riconoscerci fratelli, comprenderemo il principio di gratuità e la logica del dono, e i nostri doveri di solidarietà, giustizia e carità universale”. Il Dicastero ha invitato, infine, “tutte le persone a impegnarsi in un serio discernimento e a promuovere pratiche in questa linea, accompagnando comportamenti e cambiamenti negli stili di vita in relazione con l’altro” oltre a ricordarci le tante esperienze in campo cattolico di “turismo di comunità, di cooperazione e di solidarietà, impegnato a valorizzare sia degli ospiti che degli ospitanti”.

Oggi nonostante l’impegno decennale di numerose associazioni in Italia sul fronte del turismo responsabile, questa visione rimane un approccio minoritario. Eppure esiste un modo di vivere ancor prima che di viaggiare la cui prima caratteristica è la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, a cominciare da quando si compra un biglietto e ci si prepara ad entrare in relazione con una realtà sociale, culturale, economica e ambientale diversa da quella usuale. Questa consapevolezza favorisce un modo di viaggiare che non contempla distruzione e sfruttamento, ma si fa portatore di principi universali d’equità, tolleranza e responsabilità. In prospettiva, soltanto questo modo di andare in ferie è in grado di ridare al viaggio non solo la patente di sostenibilità, ma anche quella sensazione di felicità, evasione e crescita individuale che tutti noi, come Baudelaire, andiamo cercando.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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