Specie invasive vs biodiversità

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Il pesce leone - Foto: Stampagiovanile.it

Una volta c’era solo il negazionismo, quello storico, capace di screditare per fini ideologici e politici fatti accertati. Oggi sembra più sensato parlare di negazionismi ed accanto a quello climatico e medico pare sia comparso anche quello biologico. Questa almeno è stata la conclusione dello studio The exponential growth of invasive species denialism pubblicato in agosto da due ricercatori Antony  Ricciardi e Rachel  Ryan della McGill University, secondo i quali dal 1990 al 2015 su social media, giornali e persino su  riviste scientifiche stanno aumentando in modo esponenziale le dichiarazioni e gli articoli che negano i rischi per l’ambiente e gli ecosostemi delle specie invasive e criticano qualsiasi tentativo di eradicazione. Certo si potrebbe legittimamente pensare che sterminare una qualsiasi specie invasiva, quasi sempre introdotta più o meno consapevolmente dall’uomo, sia un modo crudele e sbrigativo di risolvere il problema delle “specie aliene”, ma questo non toglie nulla alla pericolosità che alcune specie animali non autoctone possono generare all’interno di un ecosistema che fino a poco tempo prima era a loro precluso.

Nello studio presentato anche su The McGill Tribune i due ricercatori canadesi hanno esaminato 77 articoli che sostenevano una qualche forma di negazionismo biologico relativo alla pericolosità delle specie invasive e che secondo lo studio “ignorava o negava fatti scientifici”.  Per Ricciardi, “In generale, fare negazionismo attorno alle specie invasive delegittima le scoperte e la credibilità dei ricercatori, in modo simile al negazionismo che riguarda la scienza del clima e la scienza medica. Esiste un consenso scientifico sul fatto che le introduzioni di specie non autoctone pongono rischi significativi […] per la biodiversità e gli ecosistemi. Questo non significa che gli scienziati pensino che ogni specie introdotta sarà dirompente, o anche che la maggior parte potrebbe avere impatti indesiderabili”. In generale però, se si esclude qualche rarissimo esempio di “conservazionismo creativo” e alcune specie aliene che non hanno avuto impatti destabilizzanti nei nuovi habitat, altre, come la cozza zebrata (Dreissena polymorpha) o il tarlo asiatico (Anoplophora glabripennis), solo per fare due esempi, hanno avuto effetti devastanti sugli ambienti nei quali sono state introdotte.  Per questo secondo i due ricercatori oggi “Sono necessarie ulteriori e sempre più ampie ricerche per migliorare la valutazione del rischio, poiché le specie invasive sono in grado di alterare la biodiversità, gli ecosistemi e le risorse naturali, fino al punto di avere impatti anche a livello economico e sociale”.

Ma come si spiega questo nuova forma di negazionismo? Ricciardi ha evidenziato diversi fattori che potrebbero contribuire a questa tendenza, in primis l’opposizione ad una maggiore regolamentazione del commercio di organismi viventi per mercati forse “troppo importanti” come quello alimentare e quello degli animali da compagnia. “C’è una quantità enorme di materiale genetico che si muove attorno al pianeta […] e c’è resistenza alla regolamentazione perché può impedire enormi profitti”. Un’altra ragione per questo trend negazionista è la crescente sfiducia nelle istituzioni scientifiche:  “Questo atteggiamento - ha spiegato Ricciardi - è caratteristico dell’era della post-verità, nella quale l’opinione pubblica è più scettica nei confronti dell’autorità che sfida le visioni del mondo delle persone”. Come se non bastasse anche libri come Where Do Camels Belong?  e The New Wild oltre a riviste accademiche, “incluse quelle prestigiose come Nature, pubblicano sempre più spesso contenuti di opinione che non includono necessariamente dati”. Infine non è raro incontrare alcuni ecologisti che partendo da un punto di vista etico, si oppongono a tardivi e spesso violenti processi di eradicazione.

Ricciardi ha ricordato che “C’è un ampio dibattito scientifico sull’ecologia, ma un vero dibattito scientifico coinvolge fatti e prove. Non sto certo sostenendo che invochiamo il termine negazionismo per bandire gli argomenti, ma le critiche scientifiche dovrebbero essere fatte in un forum scientifico, dove vengono valutate attraverso le prove. I negazionisti devono essere sfidati quando dicono cose che non sono scientifiche o che non hanno basi scientifiche o [quando] interpretano male le prove scientifiche”. Così facendo il negazionismo infonde un dubbio che impedisce alla comunità scientifica di gestione e prevenire nuove invasioni o controllare quelle dannose già esistenti. “Proprio come gli scienziati climatici hanno iniziato a parlare apertamente di negazionismo climatico, gli ecologi devono fare lo stesso quando la loro scienza viene messa sotto attacco nella stampa popolare”. 

Intanto anche il Mar Mediterraneo sta facendo i conti da decenni con il problema delle “specie invasive”. Come ci hanno ricordato gli studenti trentini dell’Agenzia di Stampa Giovanile che nell’ambito del progetto “Giochiamoci il Pianeta” hanno partecipato alla Conferenza sul Clima (COP23) che si è chiusa lo scorso 17 novembre a Bonn, “Specie come meduse velenose, pesci palla e pesci leone, dall’Oceano Indiano sono passate nel nostro mare attraverso il Canale di Suez, scavato dall’uomo alla fine del XIX secolo, e nonostante inizialmente avessero incontrato un ambiente ostile, possono ora chiamare casa il Mare nostrum”. Questo è quello che ha raccontato la giovane cronista Camilla Perotti dopo un incontro sulle condizioni della fauna mediterranea della COP23. "In questo Mediterraneo sempre più caldo, oggi queste specie stanno trovando il loro habitat naturale minacciando la biodiversità, l’economia e anche il turismo". Se il pesce palla, infatti, danneggia le reti dei pescatori, il pesce leone, estremamente velenoso al tatto e capace di riprodursi quattro volte più velocemente della media dei pesci autoctoni del Mediterraneo, mette in serio pericolo i bagnanti. Con buona pace dei negazionisti è quindi fondamentale gestire le specie invasive e ancor prima prevenire le cause antropiche di queste invasioni pericolose per la conservazione e la gestione degli ecosistemi.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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