Povertà

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“Poverty is the absence of all human rights. The frustrations, hostility and anger generated by abject poverty cannot sustain peace in any society”.

Mohamed Yunus

Introduzione

Molti sono stati i passi avanti nella lotta alla povertà negli ultimi anni e un ruolo chiave sembrano averlo giocato gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio,(MDGs – Millennium Development Goals), assunti nel settembre del 2000, in occasione del Vertice del Millennio delle Nazioni Unite, dai leader mondiali di 189 Paesi per liberare ogni essere umano dalla povertà. Secondo il rapporto presentato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, il 18 agosto 2014, a 500 giorni al 31 dicembre 2015, le condizioni di vita di milioni di persone sono migliorate grazie all’insieme di azioni intraprese a livello globale, regionale, nazionale e locale. In particolare è stato raggiunto già nel 2010 l’obiettivo di dimezzare la percentuale di persone con reddito inferiore a 1,25 dollari al giorno. Tuttavia, ancora 1,2 miliardi di persone vivono in estrema povertà. Inoltre non si è riusciti a dimezzare la percentuale di persone che soffrono la fame: a livello globale 842 milioni di persone sono ancora cronicamente sottoalimentate.

Nelle statistiche e nelle analisi socioeconomiche si distinguono diversi tipi di povertà: quella assoluta, con livelli di vita al di sotto delle condizioni minime accettabili per quanto concerne alimentazione e beni essenziali; e quella relativa, che impedisce di avere accesso alle risorse per una vita realizzata e si riferisce più alla distanza percepita dagli individui tra le attese di soddisfazione indotte dalla cultura che li circonda e quelle che ottengono.

In entrambi i casi, chi è povero è spesso escluso dalla società, da una vita piena, produttiva e felice, così come esplicita la definizione di povertà adottata dalle Nazioni Unite: “Fondamentalmente la povertà è la mancanza di scelte e opportunità, una violazione della dignità umana. Significa la mancanza delle basilari capacità di partecipazione effettiva alla società. Significa non avere cibo sufficiente a nutrire e vestire una famiglia, non avere una scuola o una clinica, non avere una terra in cui coltivare del cibo o un lavoro con cui mantenersi, non avere accesso al credito. Significa insicurezza, impotenza ed esclusione di individui e comunità. Significa suscettibilità alla violenza e spesso implica vivere in ambienti fragili, senza accesso all’acqua pulita o servizi igienici”. Oggi la lotta alla povertà è un obiettivo fondamentale e tema di lavoro delle principali organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite e la Banca Mondiale.

La misura della povertà

Pur essendo un tema di attenzione mondiale, non esiste ancora un accordo internazionale sulle linee guida per la misurazione della povertà. Il concetto di povertà - e, di conseguenza, la sua misurazione - è infatti meno semplice e intuitivo di quanto si possa pensare e nel corso del tempo si è evoluto. L’interpretazione più diffusa considera la povertà come una mancanza di reddito, con le varianti di mancanza di ricchezza (reddito più patrimonio) e insufficiente livello di consumi (il reddito al netto dei risparmi positivi o negativi). In questi termini puramente economici, si parla di povertà quando il reddito di una famiglia non riesce a soddisfare una soglia stabilita, che differisce da Paese a Paese. In generale, lo standard internazionale di povertà estrema è definito come il possesso di meno di 1$ al giorno.

Questa concezione, la più vicina al senso comune, è quella adottata per lungo tempo dalla maggior parte di governi, uffici di statistica e organizzazioni economiche internazionali: Istat, Eurostat, Census Bureau degli USA e la Banca Mondiale, per esempio, si servono con piccole differenze, di una definizione basata sul reddito o sui consumi in termini monetari. L’ultimo decennio ha portato però a un cambiamento di prospettiva che ha influenzato direttamente modalità e programmi di intervento nella lotta alla povertà. Il primo passo nell’evoluzione del concetto è stato il passaggio, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, della mera dimensione della crescita economica e del reddito alla valutazione di tutti i bisogni essenziali dell’uomo (cibo, alloggio decente, scuole,…).

Fra i bisogni fondamentali è stato poi introdotto anche quello legato alla dimensione sociale e con il sociologo Jacques Donzelot si è innestato il fattore dell’”esclusione sociale”, inteso come una rottura dell’individuo con la società e le istituzioni, conseguente alla precarizzazione del lavoro, e il “ritiro” dello Stato dall’intervento diretto. In questa evoluzione, fondamentale è stato il concetto introdotto, infine, da Amartya K. Sen, economista indiano Premio Nobel nel 1998, che interpreta la povertà non attraverso il reddito o i beni essenziali che una persona possiede oppure la percezione delle sue condizioni economiche (povertà soggettiva), ma attraverso la valutazione del tipo di vita che conduce. In questo caso la povertà è rappresenta sia da ciò che un individuo potrebbe o non potrebbe fare (capabilities), sia ciò che gli è effettivamente concesso di fare (functions): “Invece di concentrarsi sui beni primari o sulle risorse che gli individui detengono, è possibile focalizzare l’attenzione sugli effettivi tipi di vita che le persone possono scegliere di condurre e che concernono diversi aspetti del “funzionamento” umano. Alcuni di tali aspetti sono estremamente elementari, come nutrirsi adeguatamente, godere di buona salute ecc […]. Altri possono essere più complessi, ma pur sempre largamente apprezzati, come raggiungere il rispetto di sé, o prendere parte alla vita della comunità”. La povertà si lega quindi alla possibilità di esercitare diritti fondamentali come quello a un’alimentazione sufficiente, a un alloggio adeguato, all’assistenza sanitaria, all’istruzione, ma anche alla partecipazione alla vita politica. Il concetto di povertà si allarga quindi dai semplici beni, alle funzioni per le quali tali risorse sostituiscono i mezzi indispensabili. Lo sviluppo non è altro che un processo di espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani. Inoltre la povertà presenta un grado di variabilità, da Paese a Paese, da persona a persona.

Da questa riflessione sono nate ricerche e studi per la ridefinizione sia delle politiche che degli strumenti di misurazione del fenomeno, che tenessero conto della natura multidimensionale della povertà, che non considerasse solo la dimensione economica ma anche sociale, politica e culturale. Inoltre, è riconosciuto che viola i diritti umani – diritti economici (il diritto al lavoro e ad avere un reddito adeguato), sociali (accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione), politici (libertà di pensiero, di espressione e di associazione) e culturali (il diritto di mantenere la propria identità culturale e di essere coinvolti nella vita culturale di una comunità).

Il processo di affermazione, anche in sede politica, di questo diverso sguardo sulla povertà, è iniziato con l’elaborazione dell’Indice di Sviluppo Umano (HDI) nel 1990 ed è ancora in corso. Un passo avanti in questo percorso è stato segnato dalla Commissione francese Stiglitz-Sen-Fitoussi che ha sottolineato come una valutazione efficace del benessere debba combinare una misurazione dei consumi – non della produzione – e della qualità della vita, composta da dimensioni diverse come la salute, l’educazione, la possibilità di partecipazione politica, i rapporti sociali, la qualità dell’ambiente e la sicurezza personale.

In questa direzione l’IPU, Indice di povertà umana (IPU), introdotto a partire dal 1997 accoglie il concetto multidimensionale di povertà umana: non si limita a considerare il solo spazio del reddito ma si estende fino a comprendere, ancora una volta, le opportunità e gli spazi di scelta che si aprono agli individui. Ricollegandosi espressamente alla teoria delle capacità di Amartya Sen, identifica la povertà non solo come condizione di privazione materiale dell’individuo ma anche come perdita di opportunità concrete, di impossibilità a realizzare traguardi e funzionamenti fondamentali della vita umana: vivere una vita quanto più lunga possibile, nutrirsi e coprirsi, godere di buona salute, istruirsi, partecipare attivamente alla vita comunitaria e così via. L’indice di povertà umana (IPU), adotta una misura composita che include le dimensioni della vita umana considerate dall’ISU (longevità, conoscenze e standard accettabile di vita) e variabili e criteri di misurazione parzialmente diversi. Dopo una prima formulazione dell’IPU, che faceva riferimento ai soli Paesi più poveri, la configurazione attuale di questo indice si rivolge a tutti i Paesi per i quali sono disponibili i dati statistici necessari, ma considera variabili o soglie diverse a seconda che si tratti di economie in via di sviluppo o di economie industrializzate.

Oggi, in ogni caso, ogni Paese stabilisce la soglia al di sotto della quale i propri abitanti sono considerati poveri, calcolandola in base alla soddisfazione dei bisogni essenziali, oppure calcolando il 50% del reddito procapite, oppure ancora indicandola in valori assoluti. La povertà relativa tra i Paesi è misurata poi dalla Banca Mondiale in termini di reddito medio pro capite e dall’Undp in base all’Indice di sviluppo umano.

La geografia della povertà

La povertà nel mondo non conosce dogane e confini. L’estrema povertà confina con la ricchezza e si sviluppa in forme nuove e differenti. Secondo quanto riportato dal Rapporto sugli MDGs 2014,la lotta alla povertà e alla fame ha conosciuto importanti progressi in alcune zone. Nel 1990, quasi la metà della popolazione dei Paesi poveri, 1,25 miliardi di persone viveva con meno di un 1,25 € al giorno. Questa percentuale è scesa al 22% nel 2010, riducendo il numero di persone in estrema povertà di ben 700 milioni. Questo significa che l’obiettivo è stato raggiunto cinque anni prima della scadenza del 2015. Nel frattempo però il numero assoluto di persone che vivono in estrema povertà è sceso da 1,9 miliardi nel 1990 a 1,2 nel 2010. Nonostante questo grande risultato, il progresso nella riduzione della povertà è stato irregolare. Alcune regioni, come l’Asia orientale e il sud orientale, hanno raggiunto l’obiettivo di dimezzare il tasso di povertà, mentre altre regioni come l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale, sono ancora molto lontane. La maggioranza delle persone che vivono con meno di 1,25 $ al giorno si trova in queste regioni, come illustra la mappa interattiva della Fame 2014, realizzata dalla FAO.

Nel 2010, 1/3 del 1,2 miliardi di persone in estrema povertà viveva solo in India. La Cina, nonostante il consistente progresso nella riduzione della povertà, era seconda e ospitava circa il 13% della povertà estrema mondiale. Seguivano Nigeria (9%), Bangladesh (5%) e Repubblica democratica del Congo (5%). Quasi 2/3 viveva in questi cinque Paesi. Oltre a questi popolosi Paesi, alti tassi di povertà si annidano in piccoli Paesi sconvolti dai conflitti. Spesso si tratta di aree in cui mancano ricerche frequenti e qualificate, che possano aiutare a tracciare e implementare politiche efficaci e programmi d’azione. Oggi nel mondo ci sono un miliardo di persone che vivono in condizioni di estrema povertà e tra i Paesi con le percentuali più pronunciate troviamo sempre l’India (il 33% dei poveri totali), la Cina (13%), la Nigeria (7%), il Bangladesh (6%) e la Repubblica Democratica del Congo (5%). 

Questo non significa che i Paesi più ricchi siano risparmiati dalla miseria, che qui si manifesta per lo più sotto forma di povertà relativa. Se si può essere colpiti ovunque dalla povertà, alcune persone e gruppi sociali sono più vulnerabili. Per esempio, membri di famiglie monoparentali, lavoratori del settore informale, contadini senza terra, rifugiati e sfollati, persone con disabilità fisiche e mentali, minoranze etniche, residenti in zone di conflitto, immigrati e bambini. Inoltre le disuguaglianze di genere e le strutture patriarcali di molte società rendono le donne più a rischio, in merito alla disponibilità di cibo e beni essenziali, così come in differenti forme di esclusione sociale, culturale e professionale. Nella fotografia della povertà non si può infine dimenticare che anch’essa ha conosciuto la globalizzazione e ha iniziato a spostarsi attraverso i confini, senza bisogno di passaporto e sotto varie forme: emigrazione, malattie, droga, inquinamento, terrorismo e instabilità politica, come illustrava il Rapporto sullo Sviluppo Umano già agli inizi degli anni Novanta.

Nel 2012, durante la conferenza Rio+20, dedicata a espandere il lavoro iniziato con l’Obiettivo di Sviluppo del Millennio 1, il segretario generale delle Nazioni Unite BanKi-Moon ha proposto un obiettivo ancora più ambizioso: la sfida “Fame Zero”, per porre fine alla fame mondiale nell’arco delle nostre vite. Gli ha fatto eco il presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, rilanciando il nuovo obiettivo: cinquanta milioni all’anno di poveri in meno per eliminare l’estrema povertà entro il 2030. «Un compito difficile», ma non impossibile tiene a precisare Kim: «Questa può essere la generazione che mette fine all’estrema povertà».

La spirale della povertà

Cause e conseguenze della povertà si confondono, toccando diverse dimensioni e diritti, individuali e globali, concatenati fra loro in maniera inscindibile.

- Fame e malnutrizione

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), fame e malnutrizione sono le minacce più gravi alla salute pubblica e la malnutrizione è la causa principale della mortalità infantile: ogni sei secondi un bambino muore per problemi connessi con la sottoalimentazione. Come denuncia l”Indice globale della Fame 2013“, pubblicato congiuntamente da International Food Policy ResearchInstitute (IFPRI), Concern Worldwide e Welthungerhilfe: “Rispetto al 1990 il mondo ha fatto qualche progresso nella riduzione della fame.[...] Ma siamo ancora lontani dal più ambizioso obiettivo del EorldFood Summit del 1996 di dimezzare il numero totale degli affamati. Nel 1990-1992 un miliardo di individui era affamato. Oggi circa 870 milioni di persone, ovvero 1 persona su 8, continuano a soffrire la fame. Non è il momento di compiacersi. Fino a quando ci sono persone che soffrono la fame, la lotta per sconfiggerla deve continuare”. Molti degli shock e delle sollecitazioni cui sono sottoposte le persone povere e affamate sono provocati da azioni intraprese in regioni e Paesi più ricchi. “Dobbiamo assumerci la nostra responsabilità – continua il rapporto - e agire per ridurre i rischi e sviluppare una resilienza per la sicurezza alimentare e nutrizionale a livello comunitario, nazionale e internazionale”.

- Sanità

Oltre a soffrire la fame, chi vive in condizioni di povertà non dispone di strutture sanitarie adeguate, rischiando la vita per malattie che si possono prevenire e curare. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un terzo delle morti – circa 18 milioni di persone l’anno, 50.000 al giorno - dipendono da ragioni legate alla povertà. Solo il 20% dell’umanità vive in contesti dove sono in funzione reti di protezione sociale, tra cui la copertura sanitaria universale. In Africa e in Asia meridionale tale percentuale si abbassa al 5-10%. Le diseguaglianze tra ricchi e poveri nell’accesso ai servizi sanitari sono critiche anche per prestazioni molto elementari, come riflette il report World Health Statistics 2014. Anche se in molti Paesi ci sono dei miglioramenti nell’aspettativa media di vita, c’è ancora un significativo divario fra Paesi ricchi e poveri: gli abitanti dei Paesi con grandi entrate continuano ad avere migliori chance di vivere più a lungo che gli abitanti di Paesi poveri.

- Istruzione

Una adeguata istruzione è anche una delle vie più efficaci per prevenire fame, malnutrizione ed emarginazione. Pratica di libertà e strumento di sviluppo sostenibile,l’istruzione garantisce alle persone maggiori possibilità di trovare lavoro e partecipare alla vita delle loro comunità. La povertà spesso ha un forte impatto sul successo scolastico dei bambini e quindi sulle loro possibilità di emancipazione sociale. Nonostante gli importanti progressi degli ultimi dieci anni, ancora oggi circa 72 milioni di bambini non vanno a scuola. Secondo i rapporti dell’Unicef e dell’Istituto per le Statistiche dell’Unesco, oltre 30 milioni di bambini in età da scuola primaria si trovano in Africa subsahariana; più di due terzi di questi bambini si trovano in Africa Centrale e Occidentale. I bambini provenienti da famiglie disagiate sono spesso costretti ad abbandonare gli studi per provvedere al mantenimento della propria famiglia di origine, ed esponendosi al rischio di sfruttamento; hanno meno cure sanitarie e questo si riflette in molte assenze durante l’anno scolastico; inoltre hanno più rischi di soffrire la fame, affaticamento e altre malattie che possono compromettere le capacità di concentrazione e apprendimento. Allo stesso modo le contingenze economiche che comprimono i bilanci sociali statali determinano una riduzione dei finanziamenti all’istruzione in un circolo vizioso che minaccia le reali possibilità di un sistema di istruzione adeguato, capace di attivare nuove energie e sviluppo.

- La povertà abitativa

Povertà si traduce spesso nella mancanza di un alloggio sano e sicuro, uno dei più elementari diritti umani. Le Nazioni Unite stimano che circa 100 milioni di persone nel mondo non hanno un posto per vivere e più di un miliardo non è adeguatamente alloggiato. La Commissione ONU per i diritti umani ha più volte sottolineato che il diritto a un alloggio è una componente del diritto a un adeguato standard di vita, in quanto una persona senza fissa dimora con più difficoltà può godere del diritto all’istruzione, diritto alla libertà e alla sicurezza, alla privacy, alla sicurezza sociale, il diritto di voto e molti altri sanciti da trattati internazionali come il Patto internazionale sui diritti civili e politici, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali.

Ancora oggi, secondo i dati dell’UN-Habitat (United Nations Human SettlementsProgramme), circa il 50% della popolazione mondiale live in contesti urbanizzati, eppure un terzo di questa popolazione non usufruisce di tutti i servizi e i benefici dell’urbanizzazione. Un miliardo di persone vive ancora nelle baraccopoli, insediamenti precari e informali che costituiscono l’espressione più evidente della povertà estrema (materiali di fortuna, quartieri privi di infrastrutture primarie, e caratterizzati da un alto rischio sociale) e che spesso finiscono col segnare il destino di chi vi abita.

- Povertà e lavoro

Il rapporto “Global Employment Trends 2014“, pubblicato nel gennaio 2014 dall’International Labour Organization ha messo in luce che la debole ripresa economica ha rallentato il cammino verso il miglioramento del mercato del lavoro, ancora fragile e squilibrato. I miglioramenti economici registrati (nelle economie più avanzate e in alcuni Paesi emergenti) non bastano ad assorbire i grandi squilibri accentuatisi negli ultimi anni. Il numero di disoccupati nel 2013 ha raggiunto la quota di 202 milioni - 5 milioni in più rispetto al 2012 -con una concentrazione molto elevata (45%) nell’Asia meridionale e orientale, seguite da Africa sub-sahariana ed Europa. Di questi, ben 74,5 milioni sono giovani dai 15 ai 24 anni (1 milione in più rispetto al 2012). Per oltre 900 milioni di persone, soprattutto nelle aree in via di sviluppo, il lavoro non garantisce una vita dignitosa. Il ruolo svolto dal lavoro nella lotta alla povertà è fondamentale, oltre che un diritto sancito esplicitamente dall’art. 23 della Dichiarazione universale dei diritti umani: non avere un lavoro per un lungo periodo di tempo o dover vivere con un salario insufficiente può portare a condizioni di privazione e povertà.

- Cambiamenti climatici e povertà energetica

Anche un territorio può essere povero, per ragioni ambientali e sociali: quando vi si concentrano grandi quantità di poveri, come ad esempio le periferie delle grandi città soggette a fenomeni di inurbamento, oppure aree rurali, aree industrializzate dove le fabbriche hanno chiuso, aree soggette a fenomeni di siccità e desertificazione o, ancora, Paesi in cui la corruzione paralizza lo sviluppo economico. In questi casi il territorio si impoverisce e non è in grado di offrire ai suoi abitanti risorse, infrastrutture, prodotti e mezzi materiali indispensabili per accedere a una vita dignitosa e sicura. A questo quadro si aggiungono i cambiamenti climatici e l’impatto devastante che questi hanno in primo luogo sulle popolazioni più vulnerabili, che ne soffrono per prime e in misura maggiore perché più esposte e sprovviste di mezzi e risorse per contrastare questi stravolgimenti della natura, alle carestie dovute alla siccità, così come alle alluvioni e ai disastri naturali, sempre più accentuati dai cambiamenti climatici.

Nel 2015 potrebbero essere 375 milioni le persone colpite annualmente da calamità legate ai cambiamenti climatici, con un aumento del 50% rispetto agli attuali 250 milioni. In quest’ottica è facile comprendere la rilevanza non solo ambientale ma sociale, politica ed economica legata alle politiche di gestione delle fonti energetiche e dei livelli di inquinamento sostenuti dai Paesi industrializzati del Nord del mondo.

Secondo i dati della IAE (International Energy Agency), attualmente a livello globale 1,26 miliardi di persone (circa il 20% del totale) non hanno accesso all’energia elettrica e 2,6 miliardi (il 38% della popolazione mondiale) utilizzano i metodi tradizionali per cucinare basati sulle biomasse con gravi conseguenze per la salute a causa dell’inquinamento indoor. La comunità internazionale nel 2012 ha lanciato una campagna, “Sustainable Energy for All”, per assicurare entro il 2030 l’accesso globale ai moderni servizi energetici, migliorando il tasso di fonti rinnovabili e promuovendo l’efficienza energetica.

- Violenza

Secondo gli esperti la povertà è solitamente la prima causa del mercato della prostituzione, come di altre violenze generate da un ambiente privo dei fondamentali mezzi di sussistenza e di educazione. Secondo l’ultimo report dell’Oxfam, le 85 persone più ricche al mondo posseggono una ricchezza pari a quella posseduta da 3,5 miliardi di persone in povertà estrema. Ci sono moltissime differenze fra le vite che conducono i primi ma ciò che li distingue in maniera più sostanziale è il fatto che le 85 persone più ricche del mondo sono “al sicuro” mentre i 3,5 miliardi di persone in povertà vivono con una costante minaccia di essere violentati, derubati, aggrediti e sfruttati. Per loro, la vulnerabilità alla violenza è tanto parte integrante della condizione di povertà come lo sono malattia, malnutrizione, acqua potabile sporca o formazione inadeguata.

Come metteva in luce anche il Rapporto sullo sviluppo mondiale 2011 della Banca Mondiale, dedicato alla relazione fra conflitti e povertà, la violenza non è solo una delle numerose cause della povertà individuale, lo è anche a livello macroscopico. Circa 1,5 miliardi di persone vivono in Paesi afflitti da cicli ripetuti di violenza politica e criminale che causano tragedie umane e sconvolgono i processi di sviluppo economico e sociale. Quando istituzioni senza legittimità e con debole governance non sono in grado di garantire ai cittadini sicurezza, giustizia e posti di lavoro, aumenta la probabilità di crisi profonde, anche in Paesi apparentemente stabili politicamente. I Paesi afflitti da conflitti e alta criminalità sono i più svantaggiati, con livelli di povertà in media superiori del 20%.

Europa e Italia

L’Unione europea è una delle regioni più ricche al mondo. Tuttavia, esistono profonde sacche di povertà, esasperate dalla crisi economica degli ultimi anni. Gli ultimi dati dell’Eurostat riferiti al 2012 indicano come circa 125 milioni di persone all’interno dell’Unione Europea - quasi un quarto della popolazione – risultino a rischio povertà o esclusione sociale. Di questi, circa 50 milioni patiscono gravi deprivazioni materiali, ovvero sono impossibilitati, secondo la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità, ad accedere a cibo qualitativamente e quantitativamente adeguato alla normale sussistenza. Alto è anche il numero delle persone senza fissa dimora, che si aggira sui 4 milioni di individui.

Secondo l’Oxfam, se non verrà fatto nulla per cambiare la tendenza, entro il 2025 in Europa ci saranno 146 milioni di persone “a rischio di povertà”, cioè tra il 25 e il 33 per cento della popolazione. Nell’ultimo decennio è cresciuto essenzialmente il reddito del 10% dei cittadini europei, i più ricchi, mentre la diseguaglianza aumenta soprattutto in Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia – i GIPSI – e Gran Bretagna. A questo si accompagna disoccupazione crescente – tra i giovani e i meno giovani, le donne, i non qualificati, gli immigrati – e salari in diminuzione. In Europa, quasi una famiglia lavoratrice su dieci vive già sotto la “soglia” della povertà.

L’Eurostat chiama l’indicatore AROPE – At Risk of Poverty or social Exclusion – per dire che non sono poveri solo coloro con un certo reddito (o spesa) sotto un dato livello, ma anche quelli che si trovano in una “situazione di severa privazione” ovvero coloro che vivono in famiglie “a bassa intensità lavorativa”. Con queste definizioni, l’AROPE in Europa nel 2012 aveva raggiunto il 24.8 per cento della popolazione – un quarto –, in aumento rispetto agli anni precedenti (non era mai stato così alto).

Notevole è in ogni caso il divario fra i vari stati, con Paesi nordici e dell’Europa centro orientale all’estremo inferiore, repubbliche baltiche, Romania e Bulgaria in vetta. Nel quadro europeo, l’Italia insieme agli altri Paesi europei del Sud (Spagna, Grecia, Portogallo) e i Paesi anglo-sassoni (Irlanda e Regno Unito) mostra elevati livelli di povertà e di disuguaglianza di redditi interni. Se in Germania, “solo” un cittadino su 5 è povero, in Italia ci avviciniamo al 30 per cento (come in Spagna e più che in Portogallo), in Grecia sono più di un terzo, mentre in Romania e Bulgaria sono quasi la metà della popolazione.

Il 25 febbraio 2014 il Parlamento Europeo ha approvato il Fund for EuropeanAid to the MostDeprived (FEAD), il nuovo fondo da 3.5 miliardi di euro che nel periodo 2014-2020 permetterà agli indigenti europei di accedere più facilmente a cibo, assistenza di base e servizi sociali. Il FEAD va a sostituire il PEAD, programma che dal 1987 ha garantito la distribuzione di aiuti alimentari su tutto il territorio dell’Unione, e che si è concluso definitivamente nel dicembre scorso. Nei piani delle istituzioni europee il nuovo programma di aiuti dovrebbe garantire una risposta ai nuovi bisogni sociali emersi a causa della crisi, sostenendo le persone più svantaggiate, in particolare i bambini colpiti da situazioni di grave deprivazione materiale, per aiutarle a uscire dal circolo vizioso determinato dalla povertà estrema. Negli intenti della Commissione il FEAD, rispondendo ai bisogni più elementari non coperti dal FSE, permetterà alle persone coinvolte di compiere i primi passi sulla strada dell’inclusione sociale, poi potenzialmente raggiungibile anche grazie al contributo delle altre misure di sostegno attualmente attive dell’UE. Concretamente l’obiettivo, nell’ottica della strategia Europa 2020, è quello di ridurre il numero di persone in situazione di povertà o a rischio di povertà ad almeno 20 milioni.

Italia

Quando si parla di povertà alimentare quasi automaticamente si pensa a Paesi arretrati o in via di sviluppo. Il perdurare della crisi economica sta tuttavia facendo riemergere bisogni primari legati all’alimentazione anche nei Paesi più avanzati, con conseguenze sociali gravissime che non si registravano dal secondo dopoguerra. Il tema della povertà alimentare rappresenta oggi uno dei problemi più gravi, ma al tempo stesso meno noto, che aggredisce le fasce più deboli del nostro Paese. Sono infatti milioni gli italiani che ogni giorno non riescono più a rispondere a bisogni considerati primari, arrivando a soffrire la fame in una delle Nazioni più avanzate al mondo.

Gli ultimi dati Istat sulla povertà in Italia (Rapporto Istat 2013 in .pdf) pubblicati nel luglio 2014 e riferiti al 2013, mostrano infatti una crescita preoccupante di diversi indicatori che fanno propendere verso questa ipotesi. Mentre rispetto al 2012 l’incidenza della povertà relativa tra le famiglie è rimasta stabile a livello nazionale – passando dal 12,7 al 12,6% – la povertà assoluta risulta in forte aumento. Rispetto al 2012 questo indicatore è passato dal 6,8% al 7,9% coinvolgendo 2.028.000 famiglie (+302.000) pari all’incirca a 6 milioni di individui. Le regioni del Sud si confermano ancora come le più colpite dal fenomeno: in un solo anno l’indicatore nel Mezzogiorno ha registrato un balzo notevole passando dal 9,8 al 12,6%.

Questo significa che circa la metà dei poveri assoluti presenti sul territorio nazionale risiedono nelle regioni del Sud e nelle Isole: su 6 milioni e 20 mila persone in povertà assoluta, 3 milioni e 72 mila si trovano nel Mezzogiorno. Tra il 2012 e il 2013 sono aumentate di oltre 750 mila unità. Non ci sarebbe dunque da stupirsi se anche i dati riferiti agli aiuti alimentari, che speriamo possano presto essere disponibili, segnassero un ulteriore espansione sulla falsa riga di quelli relativi alla povertà.

Ciò può essere addebitato in gran parte alla crisi economica che ormai da 5 anni colpisce centinaia di migliaia di persone che stanno scivolando in condizioni di indigenza impensabili solo qualche anno fa.

“False partenze”, il Rapporto della Caritas Italiana per il 2014 su povertà ed esclusione sociale illustra nel dettaglio il graduale impoverimento interno italiano, avvalendosi della cartina di tornasole dei dati raccolti presso 814 Centri di Ascolto, in riferimento a 128 diocesi (58,2% del totale). A livello complessivo si conferma la presenza fra gli utenti presi in carico da Caritas di una quota maggioritaria di stranieri (61,8%) rispetto agli italiani (38,2%). La quota di italiani è più forte nel Sud (59,7%). Si tratta in prevalenza di donne (54,4%), di coniugati (50,2), disoccupati (61,3%), con domicilio (81,6%). Nel corso del 2013, il problema‐bisogno più frequente degli utenti dei CdA Caritas è stato quello della povertà economica (59,2% del totale degli utenti), seguito dai problemi di lavoro (47,3%) e dai problemi abitativi (16,2%). Tra gli italiani l’incidenza della povertà economica è molto più alta rispetto a quanto accade tra gli stranieri (65,4% contro il 55,3%). Più elevata la presenza di problemi occupazionali tra gli immigrati rispetto agli italiani (49,5 contro il 43,8%).

Dinanzi a questo scenario, e in vista dell’Esposizione Universale di Milano nel 2015 che avrà come tema “Nutrire il Pianeta. Energia per la vita”  il progetto “Percorsi di secondo welfare” del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi ha scelto di lanciare un focus speciale dedicato alla povertà alimentare e agli strumenti atti a contrastarla, con l’intento di stimolare il dibattito intorno a questo importantissimo tema.

In conclusione

Il progresso tecnologico e scientifico degli ultimi anni ha creato nuove opportunità per migliorare l’economia e ridurre la fame. Il mondo potrebbe essere più prospero di quanto sia mai stato eppure non si riesce a estirpare il flagello della povertà. Il fenomeno della povertà, in tutte le sue espressioni e sfaccettature, è influenzato e collegato ai processi di mondializzazione e agli squilibri che li caratterizzano, nell’economia, nella finanza, nel commercio, nelle comunicazioni e nelle tecnologie. Crescono così esponenzialmente i fattori in grado di creare ed esportare instabilità: cambiamenti climatici, conflitti, precarizzazione del lavoro, assenza o insufficienza degli ammortizzatori sociali.

La Cooperazione internazionale è strumento istituzionale di lotta contro la povertà, anche se affronta essa stessa una crisi profonda, a partire dalla drastica riduzione dei finanziamenti degli ultimi anni. Parimenti istituzioni nazionali e internazionali lavorano su questo tema, a cui è stato dedicato il Secondo Decennio delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Povertà (2008-2017). Solo uno sforzo congiunto e multidirezionale può riuscire a rompere la spirale che lega povertà, sviluppo sociale ed economico, lavorando su una nuova ridefinizione del rapporto tra soggetto del welfare e politiche sociali e di cooperazione che ponga al centro la persona, come destinatario dell’attenzione, ma anche come protagonista a partire proprio dalla definizione dei bisogni.

“Possiamo fronteggiare le sfide che incontriamo, dalla crisi economica al cambiamento climatico, dalla crescita dei costi del cibo e dell’energia, sino agli effetti dei disastri naturali. Possiamo sconfiggerle mettendo le persone al centro del nostro lavoro. – ha ricordato Ban Ki Moon nel suo messaggio della Giornata internazionale per l’eliminazione della Povertà 2011 - Troppo spesso, infatti, nei dibattiti che influenzeranno il nostro futuro, noto che mancano tre “grandi gruppi”: i poveri, i giovani e... il pianeta.
Dato che lavoriamo per impedire un crollo finanziario, dobbiamo lavorare anche per impedire il crollo dello sviluppo globale e in nome dell’austerità fiscale non possiamo ridurre i giusti investimenti sulla popolazione. […] E insieme dobbiamo ascoltare le persone e lottare per le loro speranze e le loro aspirazioni. Solo così costruiremo un mondo libero dalla povertà”.

Bibliografia

- La globalizzazione della povertà, Michel Choussudovsky, 1998, Edizioni Gruppo Abele, Torino

- Sen A.K, Development As Freedom, Oxford, Oxford University Press,1999 

- Sen A. K., Commodities and Capabilities, Oxford University Press, Oxford, 1985 

- Sen A. K., Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondadori, Milano, 2000 
 - G. Vecchi, In ricchezza e in povertà. Il benessere degli italiani dall’Unità a oggi”, Il Mulino, Bologna, 2011

- G. Haugen, The Locust Effect: Why the End of Poverty Requires the End of Violence, 2012

Documenti di interesse

- La lotta alla povertà: dalle visioni alle azioni, Pasquale De Muro

- False partenze, Rapporto Caritas 2014 su povertà ed esclusione sociale

- Working for the few, Political capture and economic inequality, Oxfam

- Making the Law working for everyone, Report of the Commission on Legal Empowerment of the Poor, UN

The World Development Report 2011: Conflict, Security, and Development 

- The Millennium Development Goals Report 2014

Scheda realizzata con il contributo di Francesca Naboni, aggiornata ad ottobre 2014

 E' vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda "Povertà" di Unimondo: www.unimondo.org/Guide/Sviluppo/Poverta.

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