Lo sapevi? Disabilità fa rima con opportunità

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Foto: Unimondo.org

Ma chi l’ha detto che essere disabile preclude un sacco di possibilità? Che la vita è vissuta in maniera incompleta, in deficit di opportunità e di soddisfazioni? Certo, in una società che corre veloce sul filo di una presunta normalità, definita per lo più da una serie di medie matematiche calcolate in fin dei conti su tutti, e quindi su nessuno in particolare, la sensazione è quella che la diversità non abbia vita facile. Ed è vero, è vero un po’ per ciascuno di noi probabilmente. Ma è altrettanto vero il contrario: è vero che la diversità, lì dov’è accolta e condivisa, lì dov’è contemplata come risorsa e come semplice differenza di punti di partenza e punti di arrivo, regala occasioni di crescita inimmaginabili, siano esse morali, fisiche, etiche, sociali o culturali, o tutte queste assieme. E questa è una premessa imprescindibile per raccontarvi brevemente tre storie che fanno il giro del mondo partendo proprio dall’Italia.

La prima, quella che arriva più lontano misurando i chilometri, è quella di Silvia Parente e Kevin Ferrari e da Brescia ci porta in Perù, per un’emozione verticale che arriverà ad agosto in vetta allo Huantzàn, massiccio della Cordillera Blanca della zona di Huaraz che tocca i 6113 msl. L’idea nasce per sostenere la Fondazione per lo Sport Silvia Rinaldi, onlus bolognese che sviluppa progetti per rendere accessibile la pratica di sport dilettantistici da parte di portatori di handicap. In questo caso, accessibile si traduce nella volontà di “aprire nuove vie di arrampicata su alcune pareti inviolate”, cosa che, diciamocelo, per la maggior parte di noi di accessibile ha ben poco anche nel solo pensiero. Ma l’estate scorsa, dall’incontro di Pietro Rago con Silvia (non vedente) e Kevin (una gamba amputata sopra il ginocchio), nasce l’idea di ArrampicAnde, non una “folgorazione”, ma “un mosaico”, come lo chiamano loro, di tante piccole tessere di vita e di incroci che danno inizio a un progetto ambizioso e pieno di entusiasmo, che Pietro presenta così: “Vogliamo che persone che per disabilità, poca esperienza o difficoltà logistiche non possono permettersi una spedizione andina, possano essere aiutate a vivere un’esperienza unica, che sia l’apertura di una via estrema, arrampicare una parete più semplice – seppure a oltre 6.000 metri - o semplicemente fare “vita da campo base”, partecipando in ogni caso alla spedizione. Partiamo con Silvia e Kevin, ma stiamo già pensando alla prossima spedizione, vogliamo infatti che questa iniziativa diventi periodica e perseguibile da chiunque voglia realizzare un’avventura - concedetemi il termine – molte volte ritenuta erroneamente impossibile”. Un progetto ampio e variegato, che coinvolge anche il fotogiornalista e filmmaker Mirko Sotgiu, che documenterà l’esperienza anche nell’intento di raccontare il territorio andino che la ospiterà, valorizzandone le potenzialità per un turismo a basso impatto, che richiami soprattutto sportivi che vivano la pratica in maniera sostenibile.

La seconda storia che è possibile sostenere in questi giorni, anche grazie a un crowd funding dedicato, è quella di Niente sta scritto, un nascente documentario che racconta con gli occhi dei protagonisti le sorprese che la vita riserva, nate grazie alle persone, alle relazioni, ai desideri, alle rassicurazioni e anche alle conflittualità che un’esistenza in movimento, anche apparentemente minimo, riserva. Il film del regista padovano Marco Zuin, prodotto da Filmwork tra Trentino e altipiani del Kenya, ha il patrocinio del Comitato Italiano Paralimpico e racconterà le storie di Piergiorgio Cattani, studioso e giornalista che da sempre convive con la distrofia muscolare di Duchenne (una grave malattia degenerativa) e di Martina Caironi, l’atleta paraolimpica con protesi più veloce al mondo. Le loro storie, pur non intrecciandosi mai nel quotidiano, si incrociano nel mostrare come sia possibile aprire strade controcorrente, vincendo il rischio di emarginazione e di chiusura in se stessi.

La terza storia che non parla di disabilità o malattia, ma di possibilità, è quella di Ilaria Naef, l’unica ragazza italiana a praticare WCMX, ovvero… skate in sedia a rotelle. Complice è Vanni Oddera, pilota di free stile motocross che con Ilaria ha intessuto una splendida amicizia, coinvolgendola in un progetto decisamente movimentato, che si chiama mototerapia e che in questo video potrete vedere in tutta la sua emozionante natura. Perché di giri della morte ne facciamo tutti ogni giorno, nelle nostre anime in particolar modo. Sfidiamo pregiudizi e difficoltà, ci alleniamo, ognuno a suo modo e con i propri tempi, per saltare i cerchi di fuoco dei nostri limiti, e che lo si faccia su due gambe o su una, a occhi chiusi o aperti, inforcando una sedia e rotelle o un paio di scarpe, che ci accomuna e ci motiva, oltre la severità delle nostre paure, è un profondo desiderio di realizzarci, di essere noi stessi, di tirare fuori non i nostri lati peggiori, ma le nostre parti migliori da regalare a noi e agli altri.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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