I muri a secco: una storia che parla di noi

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Foto: Mountcity.it

Risale al 2013 il primo corso formativo sui muri a secco organizzato dall'Accademia della Montagna di Trento; un'idea un po' particolare, che nasce da varie intuizioni. Come racconta Iva Berasi, direttrice dell'Accademia: “Considerando la valorizzazione a scopo culturale, volta anche a favorire l'identità territoriale, ci siamo detti: i muretti a secco sono una testimonianza di quel che è stata la determinazione e la capacità di lavorare e di soffrire della nostra gente; è un peccato lasciarli andare così. Anche perché c'è da dire che in Trentino siamo i primi, forse anche gli unici, ad avere una legge che considera i muretti a secco una testimonianza importante, alla pari di un centro storico. Abbiamo poi realizzato che non sono molti quelli che li sanno costruire. Mentre facevamo queste riflessioni, è arrivata un'iniziativa da parte della sindaca di Villa Lagarina, che aveva deciso di recuperare dei muri a secco sul suo territorio. Abbiamo quindi deciso di incrociare le due cose e farle diventare un corso di formazione. Il primo lo abbiamo realizzato a Villa Lagarina (Trento) con un successo incredibile di persone: sono arrivati sia tecnici che curiosi. Da lì è nato l'interesse, ed anche altre comunità ci hanno chiesto di organizzarlo: la Val di Sole, la Val di Cembra, Terragnolo, e Brentonico, che parte a settembre”. 

Per entrare più nel dettaglio abbiamo intervistato l'architetta Nicla D'Aquilio, che da 28 anni lavora presso il Servizio Urbanistica e Tutela del Paesaggio della Provincia Autonoma di Trento. 

Com'è nata l'idea di partecipare al corso?

Sono dell'idea che rispettare il territorio e regimentarlo a seconda dei principi tradizionali come si faceva un tempo - per il suo utilizzo, non per lo sfruttamento - per le comunità agricole sia più che plausibile. I muri a secco sono quelle opere dell'uomo tramandate nel tempo, che caratterizzano il nostro territorio di montagna ed i territori di tutto il mondo. Esiste anche l'Alleanza Mondiale per i Paesaggi Terrazzati, un riconoscimento a livello internazionale del segno significativo che questi muri danno al paesaggio. I nostri non sono così ciclopici come quelli cinesi ad esempio, però alle prime nevicate se guardi il territorio trentino ci sono queste balze che lo segnano, e che riportano quanto in passato i nostri avi abbiano faticato e lavorato per vivere. Il mio è un interesse personale e professionale.

C'è un ritorno a questa tecnica oggi?

È caldamente consigliata laddove non si arriva con mezzi meccanici. Recuperare questa modalità vuol dire arrivare senza macchine operatrici, evitando materiale incongruo come il cemento, ad esempio; e recuperare ciò che si trova sul terreno, sassi che vengono denominati “trovanti” per l'appunto. Lo spietramento ai fini della coltivazione era una tecnica che univa l'utile al dilettevole: i nostri avi tracciavano i confini delle proprietà e liberavano il campo da questi massi che altrimenti avrebbero impedito la normale agricoltura. Portato nei vari luoghi, questo fa sì che si possa utilizzare materiale locale, quindi coerente.

Com'è stato il percorso?

Abbiamo avuto vari scambi, con i formatori ma anche tra partecipanti, persone che si occupavano di edilizia. Tra noi c'erano anche operai momentaneamente in cerca di lavoro, e quindi in cerca di una specializzazione che li riqualificasse. Nel primo corso c'era una donna ingegnere sarda che si era formata anche in Francia ed ora è tornata lì, in quanto questa specializzazione viene riconosciuta. Qui i colleghi snobbano un po' il fatto che un ingegnere si pieghi a delle scelte alternative che non sembrano durevoli nel tempo. In realtà lo sono, perché permettono all'acqua di percolare, quindi non fanno barriera; ai piccoli animali di trovare degli anfratti e quindi contribuiscono all'ecosistema. Io sono molto soddisfatta di quello che ho fatto, non posso sostituire un esperto muratore, ma sicuramente adesso saprei come agire.

Muri a secco: solo punti di forza?

Quello che spaventa ora è il costo della manodopera ed il tempo più lungo di costruzione. In realtà se tu pensi che in questo momento molte figure professionali sono in stand by visto che l'edilizia ha un momento di fermo, questa potrebbe essere un'alternativa. Non hai più materiale che ti costa perché non devi comprarlo: a parte qualche piccola integrazione trovi tutto in loco. Quindi l'unico vincolo è la manodopera.

Le persone senza lavoro che frequentavano il corso con te, sono poi riuscite a trovarlo?

Ci siamo un po' persi di vista perché in realtà mi sono trovata dall'essere corsista in Val di Sole a promuovere questi corsi attraverso i miei colleghi, amici, familiari in Val di Cembra; ad essere addirittura relatore e presentatore in Valle dei Laghi. Sono passata dall'essere un discepolo a diventarne un promotore.

Un'iniziativa destinata a crescere anche in futuro: ad ottobre infatti, l'Accademia della Montagna parteciperà al terzo incontro dell'Alleanza Mondiale per i Paesaggi Terrazzati. “Saremo presenti proprio per la parte della formazione” - prosegue Iva Berasi. “Devo dire che anch'io vado in giro ed ho iniziato a fotografare muri a secco: ho fatto una settimana di trekking a Corfù e tutti i paesaggi terrazzati che ci sono – con gli ulivi naturalmente - sono un qualcosa di spettacolare. Sono andata in Vietnam, ed ho visto i muri a secco che sostengono questi appezzamenti, come in Val di Cembra, solo che invece delle vigne c'è l'acqua per il riso. L'uomo ha sempre utilizzato questo materiale, per ingegnarsi e salvare quel che gli serviva per vivere. Abbiamo anche raggiunto un bell'obiettivo, quello di riconoscere la professione del costruttore di muri a secco con la Provincia ed il Dipartimento della Conoscenza: stiamo costituendo la Commissione per la valutazione. Andremo avanti nel nostro lavoro: presso l'Accademia della Montagna è nata la Scuola della Pietra a Secco. Si chiama così perché, se ci pensiamo, a secco abbiamo altri manufatti: sorgenti, archi, acquedotti – secondo me andrebbero tutti censiti e tutelati, e questo potrebbe essere un lavoro che Accademia della Montagna può mettere in campo”.

Novella Benedetti

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