Montagna e cooperazione

Stampa

“Il volontariato è una cosa difficilissima da fare e altrettanto seria. Se si affronta con superficialità e improvvisazione si rischia, anche involontariamente, di provocare danni incredibili senza rendersene conto. Salire un ottomila è paragonabile ad andare a fare un pic nic il fine settimana, rispetto a costruire bene una scuola in Nepal e farla funzionare.” (Fausto de Stefani ).

Introduzione

Il mondo della montagna ed il mondo della cooperazione internazionale: cosa li accomuna, come sono collegati? Si tratta di una tema davvero ampio e, se affrontato superficialmente, anche estremamente etnocentrico: da un lato per la vaghezza geografica, dall'altro perché spesso la cooperazione internazionale ha avuto una relazione unidirezionale e verticale dal nord al sud del mondo. Al contempo parlare di montagna può voler dire tutto e nulla: ha senso parlarne nello specifico non solo per le caratteristiche ambientali comuni, ma per i popoli che la abitano.

Per iniziare andremo a delimitare le zone di montagna di cui stiamo parlando, senza trascurare i grandi Paesi donatori. Tutt'oggi l'Unione europea e gli Stati membri sono al primo posto a livello mondiale per il volume di aiuti fornito. Dopo il biennio 2010-11, in cui i fondi erano diminuiti per via della crisi, dal 2012 sono tornati ad aumentare: il 13 aprile 2016 la Commissione europea diffondeva un comunicato stampa in cui si confermava che oltre la metà del totale dell'aiuto pubblico allo sviluppo (APS) era stato stanziato proprio dall'Unione, per un importo pari allo 0,47% del reddito nazionale lordo dell'UE – siamo i più generosi, anche se ancora distanti dall'obiettivo dello 0,7%. Date queste premesse, circoscriveremo quindi il territorio montano alla zona europea, individuando nel territorio italiano ed alpino il punto di riferimento principale delle nostre riflessioni.

Popoli di montagna: il caso delle identità alpine.

Le tendenze del mondo attuale (anche se purtroppo non condivise ancora da tutti), dalla nuova visione e consapevolezza ecologica all'idea stessa dello sviluppo sostenibile sono sempre state alla base dell'economia delle società alpine. Società transfrontaliere che, come ricorda Annibale Salsa (“Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi”, Annibale Salsa, ed. Priuli & Verlucca, 2007), vedevano nella Alpi una cerniera tra popoli più che non una linea divisoria; il concetto stesso di frontiera d'altronde nasce con i grandi Stati-nazione, dove le zone alpine erano considerate marginali ed emarginate perché lontane dai grandi centri. Le identità alpine sono quindi i risultato di complessi processi di scambio, anche con aree extra alpine. Il forte contatto con la natura e la sua ciclicità solo in parte prevedibile (le stagioni, l'andamento alterno dei raccolti, le malattie, la morte) rafforzava il bisogno di creare delle strategie condivise di difesa collettiva, improntate ad una solidarietà che stabilizzasse la precarietà dell'esistenza adattandosi alle continue sfide ambientali. Il primissimo contatto con la modernità ha portato i popoli alpini agli choc della deculturazione (perdita delle proprie tradizioni) ed acculturazione forzata (cambiamento culturale e psicologico dovuto al contatto prolungato nel tempo con persone appartenenti a culture differenti - a titolo esemplificativo ci si riferisce ad acculturazione forzata anche quando si parla delle popolazioni indigene “scoperte” dagli europei nelle Americhe, e successivamente soggiogate). Detto questo, se si può parlare di un'unica cultura alpina è solo intendendola come strategia sociale di adattamento all'ambiente basata su un forte radicamento nel territorio; un qualcosa di complesso che presenta al suo interno varie diversità, ed a cui non corrispondono quindi necessariamente le dimensioni etniche e linguistiche. Ci sono però elementi ricorrenti che caratterizzano un approccio comunitario alla montagna. Questi sono: l'organizzazione del lavoro; specifiche ritualità legate ai cicli della vita ed alle stagioni; utilizzo del territorio improntato a quella che oggi definiremmo “sostenibilità”; ed organizzazione amministrativa e giuridica dei fondi rurali.

L’identità montana

Esiste un'identità montana, trasversale e mondiale? Se le differenze da continente a continente sono evidenti, ci sono comunque degli elementi simili. Emerge chiaramente la difficoltà di una creare una definizione comune dell'approccio umano alla montagna. Ci hanno provato gli esperti che hanno partecipato al primo Summit delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo, tenutosi a Rio de Janeiro (Brasile) nel 1992. I contributi presentati sono stati raccolti nel volume “Les montagnes dans le monde” (ed. Glénat, Grenoble, 1999) dove la prima parte è dedicata agli abitanti delle montagne. Erwin Grötzbach e Christoph Stadel, gli autori, segnalano che le popolazioni possono essere classificate secondo diversi criteri: etnici, linguistici, religiosi, politici.

Nelle Alpi l'affiliazione etnica e linguistica è il parametro principale, che spesso supera il criterio dei confini politici; tra gli esempi, le popolazioni germaniche del Süd-Tirol (Alto Adige, Italia) e gli italofoni del Canton Ticino (Svizzera). Esistono due tipi di popolazioni di montagna: quelli il cui punto di riferimento culturale e linguistico è, in parte, fuori dalla montagna - come è il caso delle popolazioni alpine germanofone, francofone, italofone e che si suddividono in diversi sotto-gruppi con relativi dialetti, idiomi e tradizioni; e le popolazioni che si situano interamente in montagna - come ad esempio i tibetani.

È fuori discussione l'importanza che l'ambiente riveste nel creare la cultura di montagna: sia dal punto di vista agricolo-economico (cosa si può produrre e come si può vivere) che dal punto di vista della mobilità (come raggiungere altri luoghi). Se le catene montuose come quelle caucasiche o le Ande del Sud hanno costituito delle frontiere, come sopra evidenziato le Alpi non sono mai state una barriera quanto piuttosto una via di passaggio e di comunicazione. Questo ha avuto un'influenza anche a livello culturale: le zone più marginali, periferiche e con meno contatti con il resto del mondo hanno mantenuto delle forti tradizioni culturali e sono state meno vittime dello spaesamento dovuto al contatto con la modernità creatosi nelle Alpi. In entrambi i casi possiamo comunque registrare una diffusa povertà tra gli abitanti di montagna (trend invertito in Europa solo in parte e solo recentemente) ed una perdita del patrimonio delle conoscenze tradizionali.

Alpi e centri urbani, Paesi impoveriti e Paesi arricchiti

Non si può capire la montagna e le Alpi se non le mettiamo in relazione con la città: questa relazione ha infatti segnato la visione che si ha quando si parla di questi territori. Una relazione all'insegna dell'utilitarismo economico come punto di arrivo necessario allo sviluppo di un luogo; e che vede le grandi pianure vincere nella gara alla produzione di vasta scala. Fino a quando la montagna viene vista come territorio da sfruttare – piuttosto che valorizzare – la partita è stata persa.

La modernità ha sconvolto e cambiato radicalmente i ritmi ciclici su cui si era basata la vita montana fino a quel momento; i metodi ed i tempi dell'industrializzazione mal si adattano alle peculiarità degli ambienti montani: non per niente sono nati nelle pianure e nei centri urbani. Le produzioni alpine non potranno mai competere nella produzione quantitativa di beni: potranno farlo solo a livello qualitativo, ma per arrivare a questo passaggio di auto-consapevolezza e valorizzazione della propria cultura sono stati necessari decenni. La sfida per creare una relazione montagna-centri urbani che sia di reciproco completamento (più che non competitività) è ancora aperta ed afferisce all'ambito di quello che comunemente intendiamo come sviluppo sostenibile. A questa visione economica si è unita poi una visione irreale della montagna, semplificata in due estremi: da un lato zona pericolosa e da evitare, popolata da persone grezze; dall'altro una visione romantica di montagna intesa come luogo idilliaco, puro, lontano dallo stress e dalla contaminazione della vita cittadina (il mito del buon Selvaggio di Russeau contrapposto al mito dell'uomo di montagna grezzo ed ignorante descritto da Hegel).

In entrambi i casi, la percezione della montagna è analoga a quella dei Paesi arricchiti verso i Paesi impoveriti: la visione di territori da un lato puri, vergini, dove recarsi alla ricerca del sé interiore; dall'altro, territori abitati da persone ignoranti ed incapaci di provvedere a sé stesse senza un aiuto esterno. Il passaggio verso l'auto-consapevolezza e la valorizzazione della propria cultura è ancora in essere: la sfida per creare una relazione Paesi arricchiti-Paesi impoveriti che sia di reciproco completamento è ancora distante dalla realtà. I territori montani, così come i Paesi impoveriti, in un primo momento sono quindi un mero oggetto delle grandi politiche internazionali, più che non un soggetto con cui dialogare. Nel caso delle Alpi, queste diventano un soggetto della politica europea solo nel 1991 grazie alla Convenzione delle Alpi firmata dagli otto stati alpini (Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Principato di Monaco, Slovenia, Svizzera) e dall'Unione europea: qui per la prima volta troviamo una possibile alternativa agli effetti della globalizzazione ed della modernità, anche in una prospettiva di Europa delle Regioni e non più degli Stati-nazione.Fino a quel momento quando si parlava di montagna la narrazione di questi luoghi e di chi li abitava nasceva esclusivamente dai centri urbani; e questo nonostante i tentativi messi in essere delle genti di montagna (come la Carta di Chivasso del 1943). In questa lotta è la visione esterna a prevalere: il sapere contadino, inteso come sapere derivante dal contatto stretto con il territorio, perde contro il sapere scientifico. In questo quadro le popolazioni di montagna, così come le popolazioni dei Paesi impoveriti, salvo rare eccezioni subiscono il fascino del richiamo delle città, lasciando i luoghi di origine e dando il via allo spopolamento. Se per quanto riguarda la montagna la transumanza c'era sempre stata, da un certo momento in poi ha iniziato a configurarsi il fenomeno dell'emigrazione: dalla montagna si va verso la città, e dai Paesi impoveriti a quelli arricchiti, alla ricerca di migliori opportunità.

I cambiamenti nella percezione dall'esterno degli abitanti delle Alpi cominciano a trovare spazio in seguito  a vari studi realizzati verso la fine del 1900. Si è dovuto poi attendere ancora, fino ai giorni nostri per avere consapevolezza della visione del sapere di montagna come metodo di gestione oculata e lungimirante del territorio, basato sulla sostenibilità delle risorse. Va notato che si tratta di una cultura sottoposta a grandi spinte di cambiamento, soprattutto per via di due fenomeni estremamente recenti: le migrazioni ed il neoruralismo.

Nel primo caso segnaliamo che oggi ci sono piccoli paesi di montagna dove la popolazione di origine straniera arriva al 27, 29, 33%, contro il 19% di una grande città come Milano. L'afflusso nelle zone di montagna di genti nuove sta creando due reazioni antitetiche: se da un lato in alcuni paesi si sono avute reazioni estremamente forti e contro i nuovi arrivati, dall'altro in questi ambienti è più facile conoscersi realmente rispetto a quanto avviene nelle zone metropolitane dove le persone sono ridotte a meri numeri. L'integrazione è quindi un fenomeno che, dopo un primo approccio difficile, può avvenire in maniera più autentica.

Per quanto riguarda il neoruralismo, se da un lato assistiamo a dei nuovi “montanari per scelta” - persone attratte dall'immaginario idilliaco delle montagne - dall'altro vediamo che le città cercano di tornare alla natura attraverso la creazione di boschi cittadini ed orti urbani. Si sta quindi cercando di favorire il ritorno dell'attività agricola in ambiente cittadino (“Contadini perfetti e cittadini agricoltori nel pensiero antico”, Valerio Merlo, Milano, Jaca Book, 2003); è in questo quadro che si sviluppa, in parallelo, un turismo legato all'enogastronomia, con prodotti agricoli pregiati ma di prezzo elevato, ovvero i settori specializzati dell'agricoltura neoborghese. E così si sta generando valore per la montagna e le genti che la popolano: la valorizzazione attribuita dall'esterno ancora una volta sta contribuendo all'auto percezione delle persone, generando nuove consapevolezze.

C'è da dire che se per anni la montagna ha subìto la visione che la città ne aveva, sono stati in parte anche gli stessi abitanti a sviluppare una sorta di sindrome di Stoccolma, dove – si perdonino i termini forse un po' forti - la vittima si innamora del suo carnefice; e, tracciando un parallelismo con i Paesi impoveriti, i colonizzati dei propri colonizzatori.

In entrambi i casi però oggi assistiamo ad una ripresa di sensibilità e consapevolezza delle persone rispetto al territorio che abitano. Il modello centro-periferia è entrato in crisi in tutto il mondo. Parallelamente, anche nella cooperazione internazionale si inizia a lavorare con approcci nuovi: non più o non solo basati sul mero aiuto ma anche in un'ottica di scambio e di relazione. È la cooperazione di comunità, un salto di paradigma rispetto alla tradizionale idea di aiuto; per dirla con le parole dell'economista del Benin Albert Tevoedjiré, si tratta di “una nuova cooperazione paritaria, basata sul riconoscimento dei reciproci bisogni e dei possibili scambi”. Forse le componenti di questo tipo – reciprocità, scambio, tentativo di creare alleanze – in qualche modo ci sono sempre state all'interno del mondo della cooperazione, solo che in alcune fasi ha prevalso l'idea dell'aiuto inteso come approccio assistenziale e spesso unidirezionale, dall'alto al basso, che a ben guardare è anche una contraddizione del significato autentico del termine cooperazione.

La cooperazione intesa come relazione: verso un nuovo paradigma.

La cooperazione internazionale sta attraversando un processo di cambiamento: oggi forse non è più “solo” aiuto, quanto anche un cercare di mettere in relazione una parte di noi stessi e della nostra comunità con altre parti del mondo. Il territorio in cui viviamo, la storia da cui veniamo, la famiglia, gli affetti, il contesto che ci circonda ha tanto a che vedere con chi siamo: in questo senso, senza voler parlare in termini assoluti – andando per approssimazioni e generalizzazioni è facile sbagliarsi - essere nati e vissuti per generazioni in territori anche ostili e difficili come sono le zone montane ha in qualche modo plasmato e caratterizzato in parte i caratteri e forse anche l'approccio stesso all'esistenza.

Oggi nel fare cooperazione internazionale è interessante il confronto con situazioni “simili”, che hanno delle identità comuni, un qualcosa da condividere. Le zone di montagna, con la loro storia per certi versi speculare a quella dei Paesi impoveriti, ne sono un esempio: si condividono esperienze importanti, fattori comuni che ovviamente non sono solo la montagna ma anche altri - aver vissuto l'emigrazione, la guerra, l'approccio coloniale, avere un sistema produttivo in un certo modo simile. Questo aiuta a connettersi, a costruire e consolidare relazioni.

La cooperazione in questo senso è quindi intesa come relazione: e cioè amicizia e rapporto a tutti i livelli - istituzionale, sociale, comunitario e personale. Dentro questa cornice rientra anche la componente dell'interscambio di esperienze ed il tentare di risolvere assieme problemi comuni: se questi sono condivisi o se si parte da situazioni simili è più facile confrontarsi. Se è vero quindi che da un lato la globalizzazione tende ad appiattire ed a togliere le specificità - o quanto meno a diluirle – è anche altrettanto vero che sta prendendo piede un movimento controcorrente rispetto a questo. Si tratta di resistere, in un certo modo; affermando le peculiarità e le specificità di ciascun territorio. È un'operazione anche di tipo culturale, non solo di cooperazione internazionale intesa in senso stretto. Anzi: facendo cooperazione internazionale si possono trovare delle alleanze interessanti sulla difesa delle proprie tipicità; e questo sia in termini produttivi ed economici che culturali.

Come per i Paesi impoveriti, anche la montagna ha vissuto un problema di perdita delle proprie tradizioni e culture: diventa quindi interessante mettersi in rete. Il tema delle problematiche comuni è sempre più presente: ha perso valore l'immagine del mondo “sviluppato” che deve insegnare al mondo “sotto-sviluppato” come crescere; si è capito che i popoli sono tutti collegati. In questo senso anche se in contesti diversi le problematiche essenziali diventano sempre più condivise e diffuse ai quattro lati della Terra. Sarà quindi sempre più importante trovare dei linguaggi comuni ed il modo per mettere a sistema sforzi, pensieri, tentativi, fallimenti e successi sperimentati nella cooperazione internazionale in tutto il mondo. La montagna, in questo, è un territorio privilegiato: abituati a lottare con un ambiente ostile, i “montanari” hanno sviluppato un concetto di solidarietà che va oltre – e lo si vede concretamente anche nelle piccole cose, ad esempio il valore dato alla cordata. Nella cordata non si sta in uno, ma in due: si affida la vita al compagno e viceversa. Questo aiuta a creare uno spirito di solidarietà che non è né regalo né beneficenza: se cadi tu cado anch'io, se non cadi tu non cado neanch'io. È la consapevolezza che non ci si può salvare da soli.

Le sfide comuni

Quali sono le sfide comuni che ci troveremo ad affrontare in un futuro non troppo distante? Sicuramente il tema dell'acqua: sarà sempre più un problema, perché è un bene scarso ed in quanto tale conteso, deperibile, delicato. In Europa viviamo in una situazione di abbondanza – a parte qualche caso – e fino ad ora non ci siamo curati di questo tema in maniera approfondita. Creare un rapporto con chi è riuscito - nonostante un contesto molto avverso - a gestire questo bene in maniera più oculata sarà interessante in un ottica di lungimiranza, non concentrandoci sul domani ma con un occhio rivolto alle generazioni future. Altro tema, il cambiamento climatico: l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in occasione dell'Anno Internazionale delle Montagne (2002), ha deciso di dedicare l'11 dicembre alla “Giornata internazionale della montagna”. Nel decimo anniversario Eduardo Rojas-Briales, Vice Direttore Generale del Dipartimento Forestale della FAO, ha dichiarato: “Le montagne, che coprono un quarto della superficie terrestre e ospitano il 12% della popolazione mondiale sono tra gli habitat più minacciati: deforestazione, sfruttamento indiscriminato del territorio, alti tassi di emigrazione, attività minerarie e turismo spesso mal gestiti e dannosi per l’ecosistema. Nonostante le comunità montane siano quelle che a livello globale meno contribuiscono alle emissioni di gas serra, sono paradossalmente tra quelle che più risentono degli effetti negativi del cambiamento climatico con lo scioglimento dei ghiacciai e l’arretramento del permafrost, mentre inondazioni, frane e valanghe diventano sempre più frequenti. Le montagne sono i più grandi serbatoi idrici e riforniscono d’acqua l’intero pianeta. Oltre il 50% della popolazione mondiale dipende dall’acqua fornita dal territorio montano per bere, per cucinare, per irrigare, per la produzione di energia elettrica, per l’industria. Ma appare ormai evidente che questa situazione non durerà all’infinito”.

Il riscaldamento della terra è causato dall'effetto serra e, lungi dall'essere uno spauracchio, è una realtà concreta. L’atmosfera con più gas serra è un’atmosfera con maggiori evaporazioni e precipitazioni, e con temperature più alte. L’aumento di temperatura alla superficie ed il progressivo riscaldamento marino porterà ad un aumento del livello del mare. C’è grande incertezza sui valori esatti, ma esistono luoghi al mondo come i piccoli Paesi insulari, dove un aumento anche di 10-20 cm del livello del mare può mettere in pericolo comunità e colture: anche senza arrivare all’allagamento, le sole infiltrazioni salmastre delle falde costringono all’abbandono dei campi. E questi sono solo alcuni esempi collegati al problema: come anche altri temifenomeni di dimensione globale, questo non può essere affrontato localmente, perché è evidente che gli effetti che colpiscono il nord del mondo sono gli stessi, speculari, a quelli che influenzano il sud del mondo. È chiaro che il tema va affrontato a livello globale e possibilmente anche dai governi. In questo senso è importante riuscire a costruire reti internazionali, transnazionali, e mondiali: in parte già ci sono ma è fondamentale anche recuperare le piccole esperienze positive e che vanno nella direzione giusta. Anche la cooperazione internazionale, intesa come relazione, arricchimento reciproco, e scambio può apportare un contributo sostanziale.

Documenti utili

Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine (Carta di Chivasso)

Bibliografia

“Contadini perfetti e cittadini agricoltori nel pensiero antico”, Valerio Merlo, Milano, Jaca Book, 2003
“Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi”, Annibale Salsa, ed. Priuli & Verlucca, 2007

(Scheda a cura di Novella Benedetti)

E' vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda "Montagna e cooperazione" di Unimondo: www.unimondo.org/Guide/Sviluppo/Montagna e cooperazione.

Scheda realizzata grazie al contributo dell' "Accademia della montagna del Trentino".

Istituzioni e Campagne

Internazionali e nazionali

Internazionali

Nazionali

Progetti e Campagne

Video