Habitat

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“Il marciapiede era ingombro di dormienti avvolti da capo a piedi in un pezzo di tela di khandi. Sembravano dei cadaveri. Appena trovarono un po’ di posto, i Pal si fermarono per riprendere fiato, accanto a una famiglia che era accampata lì. Venivano dal Madras, ma per fortuna parlavano un po’ l’hindi, lingua che Hasari conosceva vagamente. Anche loro avevano abbandonato la campagna per correre dietro al miraggio di Calcutta. La madre stava arrostendo delle chapati. Offrirono ai Pal una focaccina ancora calda e spazzarono un angolo del marciapiede perché si potessero sistemare accanto a loro. L’ospitalità di quelli sconosciuti riscaldò il cuore di Hasari. La sua famiglia sarebbe stata al sicuro in loro compagnia, finché non avesse trovato un lavoro.” (Dominique Lapierre, La città della gioia)

 

Introduzione: un fenomeno in crescita

Il 2009 rappresenta un anno cardine per quel che riguarda l’urbanizzazione (qui definita come processo di espansione fisica e demografica delle città): per la prima volta nella storia, più del 50% della popolazione mondiale risiede in zone urbane.

Il fenomeno dell’urbanizzazione affonda le sue radici nel neolitico, con l’aggregarsi di migliaia di persone attorno ad aree circoscritte, funzionali allo svolgimento delle proprie attività e al reperimento delle risorse; aggregazione che avrebbe successivamente dato luogo al nascere delle prime grandi civiltà. Tuttavia, a livello globale, il fenomeno ha raggiunto negli ultimi due secoli proporzioni impressionanti. Basti pensare come agli inizi dell’800 solo il 3% della popolazione mondiale vivesse in aree urbane, nel 1955 la percentuale saliva al 30% mentre oggigiorno, come ricordato, più della metà delle persone risiede in città.

Tale ondata migratoria dalle zone rurali a quelle urbane non può essere analizzata in maniera univoca e generalizzata tra i vari continenti, poiché le differenze tra paesi in via di sviluppo e paesi industrializzati sono notevoli. Un’analisi delle cifre forniteci da Un-Habitat (The United Nations Human Settlements Programm), aiuta a comprendere la portata di tali divergenze: negli anni 50 le nazioni maggiormente urbanizzate si trovavano negli Stati Uniti e in Europa (ad eccezione di Tokyo, in Giappone); nel 2001, la popolazione urbana mondiale ha raggiunto quasi i 3 miliardi di individui: due terzi di questi risiedono in aree metropolitane dei paesi non industrializzati; negli anni 70 le città che contavano più di 10 milioni di abitanti erano 3 ( New York, Tokyo e Città del Messico), mentre oggi sono oltre 20, di cui 14 nei paesi in via di sviluppo (Buenos Aires, Rio de Janeiro, San Paulo, Città de Messico, Dhaka, Teheran, Manila, Jakarta, Delhi, Lagos. Cairo, Mumbai, Calcutta e Karachi). Le stime delle Nazioni Unite rivelano che nel 2025, oltre 4,1 miliardi di persone, pari all'80% della popolazione urbana mondiale, risiederanno nelle regioni meno sviluppate.

L’urbanizzazione dei paesi (oggi) sviluppati differisce da quella dei paesi “in via di sviluppo” non solo in termini dimensionali ma altresì per il diverso tasso di crescita della popolazione nelle città in questione: se New York e Tokyo si assestano attorno ad un tasso di crescita annuo dell’1%, le maggiori città africane crescono ad un ritmo annuo del 6%, mentre i centri urbani asiatici e sud americani ad un ritmo del 4,5%. Ciò sottolinea l’impressionante velocità con la quale il fenomeno si è sviluppato (e va continuando a svilupparsi) nei paesi più poveri: se infatti i maggiori centri urbani d’Europa hanno impiegato oltre cento anni di storia per raggiungere dimensioni considerevoli (il tasso di crescita della popolazione ha raggiunto un culmine del 2,1% annuo, nel periodo di massima aumento, vale a dire tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, in piena espansione industriale), l'urbanizzazione nelle regioni “in via di sviluppo” procede con un passo assai più rapido.

È evidente come la questione centrale per i governi del sud del mondo sia adottare politiche economico-socio-ambientali che favoriscano uno sviluppo urbano sostenibile. Tutto ciò anche in considerazione che in queste zone, i flussi migratori dalle aree rurali a quelle urbane seguono per lo più un percorso uni-direzionale, a differenza di quanto accadeva nell’Europa pre-industriale, dove alle ondate d’urbanizzazione seguivano spesso anche spostamenti in senso contrario (soprattutto a causa di pestilenze tipiche delle zone metropolitane).

 

Dalle campagne alle città

Sono 3 i fattori principali che stanno alla base di questo massiccio aumento dei residenti nelle aree metropolitane: i flussi migratori dalle zone rurali a quelle urbane; la naturale crescita demografica (specialmente nei paesi meno sviluppati); l’allargamento spaziale a macchia d’olio delle città, con quartieri che si estendono in zone che un tempo erano considerate rurali, inglobandole nel substrato metropolitano (l’area su cui si estende Bangkok è cresciuta da 67 km2 negli anni cinquanta a 426 km2 negli anni novanta). Coloro che emigrano dalle campagne verso le città costituiscono da soli la porzione più alta del tasso di crescita dell’urbanizzazione. Di conseguenza, si rende necessaria una comprensione delle cause che spingono un numero sempre più elevato di individui ad abbandonare le loro terre, nonché dell’impatto economico, sociale, ambientale e strutturale che le città subisco a seguito di tali flussi migratori.

Il processo di “deruralizzazione” viene accelerato da uno sbilanciamento sempre più cospicuo delle opportunità presenti in città rispetto alle campagne. Ciò funge da incentivo alla migrazione, in considerazione del fatto che quello migratorio è un fenomeno economico basato su scelte individuali razionali (concetto questo che sta alla base del Modello di Harris-Todaro).

La città costituisce dunque un polo attrattivo per tutte quelle persone che, ancorate ad un economia di sussistenza, vedono minacciata la loro stessa spravvivenza in un contesto di scarsità delle risorse, fenomeni naturali avversi (siccità, alluvioni, gelate, uragani ecc.), guerre, mancanza di infrastrutture, mercati deboli, logiche commerciali ancorate alle esigenze delle economie più strutturate. La rottura dell’equilibrio che lega la popolazione rurale alle risorse necessarie al proprio sostentamento spinge gli individui a cercare soluzioni alternative laddove si ritiene possano esserci maggiori opportunità. A tal proposito, il concetto di rendimento salariale atteso, secondo il già citato modello di Harris-Todaro, giustificherebbe le ondate migratorie verso le zone urbane. Nel modello, la decisione di emigrare scaturisce da una valutazione delle possibilità di lavoro offerte dal mercato urbano e da quello rurale, laddove la decisione penderà a favore del settore che massimizza i guadagni attesi (definiti come la differenza nei redditi da lavoro urbano da quelli da lavoro rurale, ponderata con la probabilità di ottenere un impiego).

All’atto pratico però, i paesi in via di sviluppo affrontano elevati livelli di disoccupazione cronica, spesso sottostimati da coloro che decidono di trasferirsi nelle zone urbane, dove i tassi di creazione dei posti di lavoro sono nettamente inferiori ai tassi di migrazione dalle campagne.

Grandi masse si riversano dunque nelle zone urbane sospinte dalla ricerca di una più alta qualità della vita, di un lavoro, di nuove relazioni socio-economiche. Ricerca che in molti casi rimane un puro miraggio, poiché le capacità di assorbimento delle città sono limitate.

Per molti quindi la fuga dalla campagne termina con l’approdo in un ambiente ben diverso da quello sperato, dove una volta arrivati ci si accontenta nella maggior parte dei casi di alloggi di fortuna, con condizioni di vita spesso peggiore di quelle appena lasciate. Dagli slums dell’Africa, alle bidonville asiatiche e le favelas sudamericane, nelle megalopoli di tutto il mondo, attorno a quartieri moderni, ordinati e funzionali, trovano spazio ampi insediamenti informali che costituiscono l’espressione più evidente della povertà estrema. Insediamenti ad altissima concentrazione demografica, dove spesso le abitazioni sono costruite con materiali di scarto come lamiere, legno, cartoni, teli di plastica e sorgono su terreni instabili; quartieri molte volte privi di infrastrutture primarie, come elettricità, acqua, rifiuti, strade percorribili.

Secondo il rapporto The Challenge of Slums (redatto nel 2003 da UN-Habitat), a livello mondiale un miliardo di persone vive oggi nelle baraccopoli e il numero è destinato a raddoppiare nei decenni a venire, se non si adottano adeguate contromisure. Nei paesi asiatici, africani e sudamericani il fenomeno riguarda una persona su due, con città come Nairobi dove la percentuale di persone costrette ad arrangiarsi negli slums tocca il 70%.

Sono cifre spaventose che rendono ingiustificato il disinteresse e il distacco con cui spesso si guarda al problema, nella convinzione che esistano due mondi separati: quello formale, funzionale ordinato e strutturato dei quartieri più ricchi e quello informale, improvvisato, disordinato delle bidonville. L’incapacità di assorbimento occupazionale dell’economia urbana dirotta le masse più povere verso forme di lavoro informali, che alimentano un’economia sommersa priva di tutela previdenziale e sicurezza sul lavoro. Ma è la stessa vita quotidiana nelle baraccopoli ad essere permeata d’informalità: dal già citato impiego informale alla mancanza di un titolo di proprietà sulla casa, dall’allacciamento abusivo alla rete elettrica ad un irregolare smaltimento dei rifiuti. Si instaura così un rapporto dialettico tra abusivismo ed esclusione dai servizi previdenziali, laddove meno tutela giuridico-politica si riceve, più ci si arrangerà con espedienti irregolari (non necessariamente criminali); più ci si affida all’illegalità, meno disposta sarà la classe politica a realizzare politiche di integrazione sociale.

 

“Periferie del mondo”: un concetto ambiguo

Si parla a volte dei quartieri più poveri come “periferie del mondo” ma è un concetto che può essere fuorviante: prima di tutto perché gli slums occupano geograficamente spazi urbani sempre più centrali (è assai facile veder sorgere lussuosi palazzi sedi di banche, uffici governativi e multinazionali affianco a baracche di lamiera ammassate l’una contro l’altra); e in secondo luogo perché gli abitanti delle baraccopoli vivono un isolamento economico e sociale solo se ragioniamo con una forma mentis “occidentalizzata”: di certo è raro che siano zone d’interesse per i circuiti economico-finanziari internazionali ma è altrettanto innegabile come le attività informali con le quali la maggior parte degli abitanti degli slums vive, forniscono di fatto quell’appoggio fondamentale per il sostentamento della cosiddetta economia formale.

Inoltre, se per “periferico” intendiamo qualcosa di marginale, è possibile marginalizzare oltre un miliardo di individui? È possibile in città come Mombai, Lagos, Nairobi, El Cairo, Jakarta, San Paolo, Lima, considerare come atipico, come “di passaggio”, come isolato, come indesiderato, un individuo su due? O il nostro appartenere ad un sistema formale ci autorizza a considerare estraneo (periferico) chi vive diversamente, quand’anche in molte zone del mondo questi ultimi costituiscono la maggioranza della popolazione? In altre parole, chi è inserito in un sistema economico-finanziario internazionale sta al centro e tutto il resto è una massa secondaria periferica?

Non solo, dal Brasile al Messico, dal Sud Africa alle Filippine, ma anche in Canada, Australia, Cina, Regno Unito, si assiste sempre più a quel fenomeno che sociologi e antropologi hanno definito gated communities: si tratta di veri e propri quartieri- bunker, ad accesso controllato, edificati a protezione delle classi medio-alte, che in certi casi non hanno alcuna necessità di entrare in contatto col mondo esterno, poiché i quartieri stessi sono forniti di tutti i servizi e le infrastrutture necessarie alla vita quotidiana. E poiché l’avanzamento demografico-strutturale delle baraccopoli guadagna posizioni sempre più centrali all’interno dello scacchiere metropolitano, a detta di numerosi sociologi le classi agiate risiederanno in zone periferiche lontane dal centro; in questo caso, chi si automarginalizza e si isola dall’indesiderato, resta comunque centrale poiché attore protagonista del possesso e del consumo formale, motori degli scambi internazionali? Oppure è ora di sciogliere il legame che accomuna l’economicamente non rilevante al periferico, per rivalutare la centralità dell’individuo (e della comunità) secondo una dimensione più antropologica e sociale?

D’altro lato, se si analizzano le politiche urbanistiche di molte megalopoli, ci si trova di fronte alla co-esistenza di due realtà ben distinte, che altro non hanno in comune se non la condivisione dello stesso spazio fisico. La governance delle megalopoli è basata ancora una volta sul solo criterio economico: gli investimenti, le grandi opere, la modernizzazione, le infrastrutture, i servizi sono destinati ai quartieri già sviluppati, dove confluiscono gli investimenti stranieri, dove risiedono gli uffici governativi e delle grandi compagnie, dove albergano i turisti. Dal punto di vista funzionale, il termine “periferia” rende bene l’idea di una baraccopoli: la mancanza di infrastrutture primarie e di adeguate politiche di sviluppo e modernizzazione pongono i sobborghi poveri ai margini rispetto ai grandi centri moderni, che catalizzano gli sforzi governativi in termini di vivibilità e sicurezza. La forbice tra ricchi e poveri è destinata così ad allargarsi, se non si contrasta il trend di discriminazione dell’agire politico tra i diversi quartieri della città.

 

Quali interrogativi per il futuro?

La rapida crescita demografica delle metropoli del sud del mondo rappresenta un’opportunità o una minaccia? Se le capacità di assorbimento delle città non sono sufficienti a garantire una vita dignitosa ed un lavoro sicuro all’enorme numero di persone che emigra dalla zone rurali, quello dell’espansione metropolitana è un problema che non può essere sottovalutato da parte dei governi nazionali, le amministrazioni locali, i donatori internazionali e le agenzie di sviluppo. Alla classe politica si richiede un ruolo attivo nella definizione di piani urbanistici che possano porre un freno alla sproporzione di investimenti pubblici e incentivi a favore di alcuni quartieri rispetto ad altri (ad esempio agendo sulla leva delle imposte locali, della spesa pubblica, dei trasferimenti di capitale, del decentramento politico).

Se una partecipazione più razionale e meno opportunistica da parte degli attori coinvolti è imprescindibile al fine di uno sviluppo urbano dignitoso, con quale filosofia le parti in causa devono affrontare le sfide future? Il flusso migratorio dalle campagne è da considerarsi inarrestabile (e quindi le politiche da attuare saranno unicamente quelle di un aumento della capacità di assorbimento delle città) oppure esiste la possibilità di contenere le ondate migratorie attraverso politiche a sostegno delle zone rurali e dei centri urbani minori?

È probabile che la risposta sia ambivalente e un miglior bilanciamento economico tra campagne e città debba accompagnarsi ad un netto miglioramento delle governance urbane, affinché la minaccia si trasformi in occasione di sviluppo: tanto per le aree rurali (oggi messe in ginocchio dalla mancanza di investimenti e dalla fuga dei propri abitanti, in particolare di quelli dotati di maggiore capacità intellettive), quanto per quelle metropolitane, la cui crescita demografica deve in futuro poter significare crescita economica e convivenza sociale. Tutto ciò affinché l’uomo non occupi bensì abiti, dove con occupazione si intende il riempimento fisico di uno spazio nel quale si subiscono gli eventi circostanti e ci si arrangia di conseguenza; abitare ha invece un significato più dignitoso e attivo: significa essere al contempo motore e beneficiario dello sviluppo, per costituire parte integrante del binomio diritti-doveri, perno di qualsiasi aggregazione civile.

 

Documenti

T. Manzi, B.S. Bowers, Gated communities and mixed tenure estates: segregation or social cohesion?, Glasgow 2003.

Report di UN-Habitat del World Urban Forum di Vancouver, nel 2006.

Riflessione di Rasna Warah, fotografa e redattrice delle Nazioni Unite, sull’urbanizzazione delle città africane.

 

Bibliografia

D. Lapierre, La città della gioia, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1985.

R.Neuwirth, Città ombra. Viaggio nelle periferie del mondo, Edizione Fusi Orari, 2007.

UN-Habitat, The challenge of slums – Global report on human settlements, 2003.

 

(Scheda realizzata con il contributo di Andrea Dalla Palma)

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Istituzioni e Campagne

Internazionali e nazionali

  • Un-Habitat (United Nations Human Settlements Programm): Il sito contiene numerosi documenti, report e approfondimenti sul tema dell’urbanizzazione.
  • IAI (International Alliance of Inhabitants): è la rete di associazioni di base di abitanti e movimenti sociali territoriali, un movimento interculturale, includente, autonomo, indipendente, autogestionario, solidale e disponibile a coordinarsi con altre organizzazioni simili che perseguono gli stessi fini.
  • DPU (Development Planning Unit): centro inglese specializzato in ricerca, consulenza, training e insegnamento nel campo dello sviluppo urbano, dove promuove l'utilizzo di uno stile di vita sostenibile e l’adozione di policies adeguate a fronteggiare la crescita demografica nelle aree metropolitane.

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