Honduras: niente di nuovo sul fronte della Banca Mondiale

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“Niente di nuovo sul fronte della Banca Mondiale” si potrebbe scrivere parafrasando il celebre testo di Erich Maria Remarque. La Banca Mondiale è, infatti, finita di nuovo nella bufera nelle scorse settimane quando il suo difensore civico, consulente per la Correttezza della Banca Mondiale (Cao) ha confermato i sospetti verso un investimento in un progetto di palme da olio che ha aggravato le violazioni dei diritti umani e i conflitti violenti in Honduras. Eppure quando l’allora presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick annunciò nel 2008 il New Deal for Global Food Policy le premesse erano altre: “Lavoreremo con gli Stati e con le altre istituzioni per trarre un’opportunità dalla crescita della domanda di cibo. Possiamo contribuire a creare una Green Revolution assistendo i Paesi a rilanciare la produttività, nel rispetto dei diritti, attraverso la catena del valore dell’agricoltura e aiutare i piccoli produttori agricoli per spezzare il cerchio della povertà. […] Possiamo offrire accesso alla tecnologia e alla scienza per aumentare le rendite per mezzo della Società Finanziaria Internazionale (Ifc), il settore privato della Banca Mondiale”. 

Tuttavia al netto di tutta la retorica sullo sviluppo e la lotta alla povertà, la Banca Mondiale sarebbe profondamente collusa (non solo in Honduras) con molte delle multinazionali che spesso foraggia con l’abbondante quantità di denaro in suo possesso. Questo ormai è un pensiero molto diffuso, nel Nord come nel Sud del mondo, tra le realtà della società civile globale che chiedono a gran voce una riforma o addirittura una cancellazione delle grandi istituzioni finanziarie internazionali, come fa Re:Common, che ha rilanciato i risultati di un'indagine del Cao sui metodi dell’accaparramento di terre da parte della honduregna Dinant finanziata della Banca Mondiale con un prestito da trenta milioni di dollari. “La Corporaciòn Dinant è una compagnia honduregna attiva in tutto il Centro-America nella produzione di cibo e olio di palma. In Honduras, paese che vive da anni un’enorme instabilità politica e sociale, la Dinant è nell’occhio del ciclone per il suo coinvolgimento in ripetuti casi di violazioni dei diritti umani. Per portare avanti la sua attività, a dir poco controversa, l’azienda ha beneficiato di finanziamenti da parte di un’istituzione multilaterale come la Banca mondiale” ha spiegato Re:Common, solo cinque mesi dopo che un colpo di stato militare nel Paese aveva rimosso, nel 2009, il presidente Manuel Zelaya, un presidente democraticamente eletto che perseguiva delle moderate riforme agrarie.

Secondo Cyril Mychalejko  autorevole redattore di UpsideDownWorld, un giornale in rete che si occupa di politica e attivismo in America Latina “Tale investimento della Banca Mondiale ha ulteriormente compromesso la democrazia nel Paese e dato potere alle élite conservatrici onduregne , che approfittando del recente trambusto politico ha portato alla guida del paese l’autoritario Porfirio Lobo Sosa. Il rapporto del Cao suggerisce inoltre che presso la Banca Mondiale “esiste una cultura istituzionale di indifferenza che incentiva il personale a trascurare, non esporre o addirittura nascondere potenziali rischi ambientali, sociali e di conflitti” al fine di snellire l’approvazione dei prestiti, contemporaneamente non rispettando le proprie politiche e procedure volte a prevenire cose simili”. Il Cao nella sua indagine ha inoltre citato alcuni rapporti di gruppi per i diritti umani che nel 2012 hanno documentato l’assassinio di 102 persone collegate a movimenti contadini nella valle Bajo Aguàn dell’Honduras, dove le attività della Dinant hanno intensificato dispute agrarie ultradecennali. La maggior parte degli assassinii è attribuita a squadre della morte composte da personale privato di sicurezza della Dinant che opera di concerto con l’esercito honduregno appoggiato dagli Stati Uniti. “L’Ifc ha prestato milioni di dollari a un progetto, anche se era noto che le sue operazioni erano già invischiati in assassinii e altre violenze […] il caso Dinant dovrebbe servire da avvertimento riguardo alle insidie dell’investire senza controlli appropriati”, ha affermato pochi giorni fa Jessica Evans, capo ricercatore del settore delle istituzioni finanziarie internazionali di Human Rights Watch. Dello stesso avviso è stato Kris Genovese, ricercatore presso il Center for Research on Multinational Corporations, che ha definito “totalmente inadeguata le misure dell’Ifc” e ha affermato che “il Cao ha segnalato che la Dinant non era in regola con le politiche dell’Ifc il giorno del perfezionamento del prestito e che cinque anni dopo continua a non essere in regola”, per questo “qualsiasi futuro finanziamento andrebbe sospeso”, ha concluso Genovese.

Il Cao ha evidenziato irregolarità anche nell’investimento dell’Ifc nella Ficohsa, una banca honduregna con un lungo rapporto con la Dinant. Peter Chowla, coordinatore del Bretton Woods Project con sede in Gran Bretagna, ha dichiarato che “L’Ifc è stato estremamente irresponsabile nell’investire nel 2011 in una banca commerciale privata, la Ficohsa, pur sapendo che il terzo maggior cliente della banca era la Dinant e l’Ifc era ben consapevole delle denunce di violazioni dei diritti umani collegate alle piantagioni di palma da olio della Dinant. Questo evidenzia ancora una volta la sconsideratezza del personale dell’Ifc riguardo agli impatti sui poveri dei suoi investimenti, mentre garantisce i profitti dei suoi partner imprenditoriali” ha concluso Chowla. Ora per Re:Common è necessario “fare pressioni sulla Dinant affinché venga fermato ogni tipo di violenza e sia risolto in maniera pacifica qualsiasi tipo di contesa sui diritti di proprietà dei terreni interessati dal progetto”. Il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim, dipinto da più parti nei giorni della sua nomina nel 2012 come un convinto filantropo e l’uomo giusto per rendere più vicina alle popolazioni indigenti del Pianeta l’istituzione che ci governa, “dovrebbe quindi sospendere i finanziamenti all’impresa e intraprendere azioni disciplinari nei riguardi dei membri dello staff della Banca che hanno agito violando le  stesse linee guida dell’ente. Lo farà? Ne va della sua credibilità e di quella di un istituzione sempre meno affidabile” ha concluso Re:Common .

Per Mychalejko la storia della Banca Mondiale a proposito degli investimenti in progetti scaturiti in assassinii e violazioni dei diritti umani suggerisce che gli sforzi per riformare la Banca sono uno spreco di tempo. “In tutto il mondo, dall’Etiopia all’Indonesia al Peru, la Banca Mondiale si ritrova invischiata in controversie legate a violazioni dei diritti umani, distruzione dell’ambiente e discordia sociale. Le Ong hanno per anni chiesto riforme radicali della Banca Mondiale, ma senza risultato. È ora di riconoscere che la Banca Mondiale è un’istituzione non suscettibile di riforma e in realtà immeritevole di tentativi di riforma. L’unica scelta umana consiste nel concentrare gli sforzi nel chiudere immediatamente la Banca e nel cominciare a costruire istituzioni finanziarie alternative che promuovano progetti di sviluppo locali, amministrati dalle comunità e guidati da principi di sostenibilità e solidarietà invece che dalla dottrina del libero mercato” ha spiegato Mychalejko. Diversamente non saranno certo i diritti dei popoli indigeni o la loro vita a fermare uno sviluppo costruito solo nel nome del profitto, in Honduras, come nel resto del mondo. Che strada sceglierà Juan Orlando Hernández, il neo eletto presidente conservatore?

Alessandro Graziadei

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