Colombia: riforma rurale, condizione per uno sviluppo equo

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E' stato consegnato direttamente nelle mani del presidente colombiano Juan Manuel Santos il documento redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano (UNDP), intitolato “Colombia Rural, Razones para la Esperanza”, presentato di fronte a membri del governo, diplomatici, legislatori, imprenditori, membri di organizzazioni non governative e dei movimenti a difesa del diritto alla terra.

Si tratta di un report frutto di due anni di lavoro, che ha visto la collaborazione congiunta di diversi attori della cooperazione internazionale, del calibro del Fondo Globale per la Pace e la Sicurezza del Ministero degli Esteri canadese, la Agenzia Catalana per la Cooperazione e lo Sviluppo (ACCD), la Agenzia Spagnola per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo (AECID), la Agenzia Svedese per la Cooperazione Internazionale (ASDI), la Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale, assieme alle ambasciate di Svezia, Norvegia, Regno Unito e Paesi Bassi.

Lo studio parte dal riconoscimento dell’errore storico che ha portato la Colombia degli ultimi decenni ad identificare lo sviluppo socio-economico e la modernizzazione come un percorso puramente urbano, che potesse prescindere, se non del tutto ignorare, il settore rurale; e ciò nonostante quest’ultimo, secondo la minuziosa ricerca dell’UNDP, costituisca il 94,4% dell’intero territorio nazionale, laddove il 75,5% dei municipi sono rurali e il 31,6% della popolazione abita in tali zone. Se la concentrazione demografica appare bassa, in proporzione al territorio ricoperto, questo è dovuto al messaggio che l’elite economica pubblica e privata ha fatto giungere alle orecchie delle popolazioni rurali, ovvero che il progresso personale e familiare fosse sinonimo di urbanizzazione e, di conseguenza, passasse attraverso l’abbandono delle terre, destinazione grandi centri urbani.

Un contesto di popolazione rurale in calo, unito ad un minore interesse-presenza delle istituzioni per le campagne, ha generato negli anni il terreno fertile per il nascere di interessi particolaristici, spesso informali e fuorilegge, così come l’habitat ideale per la lotta armata tra gruppi rivoluzionari, paramilitari e bande di narcotrafficanti. È un serpente che si morde la coda: abbandono delle terre e disinteresse pubblico lasciano il campo aperto ad illegalità e informalità, che a loro volta generano ulteriore difficoltà di recupero delle campagne da parte di coloro che un tempo le abitavano.

Tutto questo, prosegue il report, ha fatto della Colombia uno dei paesi al mondo dove maggiormente la proprietà terriera si concentra in un numero assai ristretto di mani: il 52% della proprietà è posseduta dall’1,15% dei possidenti, con percentuali ancora maggiori nei dipartimenti di Antioquia, Caquetà, Putumayo, Chocò, Risaralda e nord di Santander. E non può essere una coincidenza il fatto che siano proprio queste le regioni nelle quali il conflitto armato che da oltre 40 anni insanguina senza tregua la Colombia sia più intenso. Sono proprio le parti in conflitto, rivoluzionari e paramilitari, a provocare trasferimenti forzati di interi villaggi di campesinos, per lasciare spazio allo sfruttamento del suolo, nella forma di piantagioni di coca e oppio, ingresso di compagnie abusive di estrazione di metalli preziosi, monoculture, diffusione di sementi ogm, disboscamento delle foreste vergini e via discorrendo. Dei 21,5 milioni di ettari di terra potenzialmente adatti all’agricoltura, solo una quarta parte è adibita a tale uso, mentre 6 milioni di ettari vengono destinati all’estrazione di metalli preziosi o all’allevamento del bestiame.

Secondo la CODHES, la Commissione per i diritti umani contro i trasferimenti forzati, sono 6,6 milioni gli ettari di territorio rurale abbandonato negli ultimi 20 anni. Queste ed altre regioni colombiane presentano un coefficiente Gini tra i più elevati di tutta l’America Latina: 0.85%. Significa, come detto, che la ricchezza è posseduta da una percentuale molto bassa della popolazione. La povertà estrema, continua lo studio, raggiunge qui percentuali del 29,1%, contro una media del 7,1% nei centri urbani. Le popolazioni indigene e quelle afrodiscendenti sono le più a rischio, principali vittime di omicidi, sparizioni e trasferimenti forzati, Tra il 2002 ed il 2009, 74 mila indios sono stati costretti con la forza ad abbandonare i loro villaggi.

Nonostante questa situazione, frutto di politiche pubbliche sbagliate e della distorsione del concetto di sviluppo, il titolo dello studio realizzato dal UNDP è evocativo: c’è ancora tempo e spazio, c’è ancora speranza, per una riforma rurale seria e strutturata in Colombia.

È necessario prima di tutto invertire il paradigma che identifica unicamente il settore urbano quale motore per il progresso e la modernizzazione. In secondo luogo, “la riforma rurale deve essere il risultato di accordi nazionali, regionali e locali, con la partecipazione di tutti gli attori sociali ed economici e la adozione di punti di vista e attitudini differenti”, come ricorda Absalon Machado, direttore accademico dello studio. E ancora, occorre puntare sulla ripresa, aggiornata, di quei programmi istituzionali troppo frettolosamente abbandonati durante gli anni novanta, come il Programma di Sviluppo Rurale Integrato e il rafforzamento dell’INCODER, l’Istituto Colombiano per lo Sviluppo Rurale. Solo in questa maniera, conclude il report, è possibile fare del settore rurale una componente imprescindibile della crescita colombiana, “uno sviluppo con equità, inclusione e democrazia. In altre parole, una nuova scommessa per lo sviluppo umano”.

Andrea Dalla Palma

 

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