Chiapas: vent’anni di resistenza e dignità

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Ingresso al caracol di Oventic – Foto: Giovannini

Ve la ricordate l’insurrezione zapatista? Era il 1994, e la notizia dei contadini indigeni che si ribellarono alle condizioni di sfruttamento e miseria in cui erano costretti a vivere guadagnò i notiziari e le pagine dei quotidiani di tutto il mondo. Gli indigeni messicani con il passamontagna entrarono nell’immaginario collettivo: chiedevano terra e libertà come ai tempi di Emiliano Zapata, il contadino con i baffi che aveva guidato la rivoluzione messicana ottanta anni prima. Ottant’anni dalla rivoluzione, cinquecento anni dalla conquista delle americhe, e la condizione per gli indigeni rimaneva sempre la stessa, oppressi da un colonialismo che aveva solo cambiato volto, sostituendo le armi dei conquistadores con quelle più sottili, ma non meno efficaci, dell’attuale potere politico ed economico messicano e transnazionale.

Il Chiapas è uno stato ricco di risorse naturali, soprattutto idriche (da qui proviene una quota consistente dell'energia idroelettrica di tutto il Messico), ma anche forestali e minerali. È poi un’importante meta turistica e migliaia di visitatori arrivano ogni anno attirati dalla meravigliosa varietà del suo ambiente naturale, dai numerosi siti archeologici maya, dalle splendide cittadine coloniali, e dalla varietà di etnie che lo popolano e che mantengono lingue proprie, abbigliamento tradizionale, istituzioni e usi ancestrali. Nonostante questa apparente ricchezza il tasso di povertà in Chiapas raggiunge quasi l’80%, il tasso di analfabetismo è il più alto del Messico, e molte persone non hanno accesso a servizi essenziali come la sanità, l’acqua corrente o l’elettricità. Le comunità indigene sono poi ulteriormente emarginate, vivono in condizioni socio-economiche precarie, e sono vittime di razzismo e stereotipi che ne perpetuano la marginalità.

È in questo contesto che va letta la rivolta zapatista, anche se il termine più corretto è neozapatista, che scoppiò non casualmente in occasione dell’entrata in vigore del NAFTA, l’accordo di libero commercio tra i tre paesi dell’America settentrionale. Come potevano i piccoli coltivatori messicani competere con le multinazionali canadesi e statunitensi? Una data simbolica, dunque, a cui seguirono un paio di settimane di conflitto armato. I successivi negoziati di pace videro nel ruolo di mediatore l’allora vescovo di San Cristóbal Samuel Ruiz, esponente della teologia della liberazione e profondamente impegnato nel denunciare le condizioni di sfruttamento ed ingiustizia sofferte dalle popolazioni indigene locali. Il governo dell’allora presidente messicano Zedillo non rispettò gli Accordi di San Andrés che erano stati firmati da entrambe le parti (EZLN-Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e governo messicano) al termine dei negoziati, ed anzi aumentò la presenza militare in Chiapas, dando origine a quello che fino ad oggi è riconosciuto come un conflitto di bassa intensità. Gli zapatisti riuscirono comunque a mantenere la loro presenza ed il loro sistema di autogoverno, nonostante la situazione di forte repressione, di cui uno degli esempi più drammatici fu la strage di Acteal nel 1997 , in cui 45 persone di etnia tzotzil vennero massacrate da paramilitari armati dal governo durante un digiuno di preghiera che invocava pace e diritti.

In vent’anni, mentre i notiziari ed i quotidiani messicani ed internazionali preferivano dare spazio ad altre notizie, il movimento zapatista ha continuato a lavorare e ad auto-organizzarsi, supportato anche da simpatizzanti provenienti da tutto il mondo, che vedevano in questa lotta la speranza e l’esempio della possibilità di costruire modelli alternativi anche a livello globale. Il movimento zapatista non mira infatti alla presa del potere, ma rivendica l’autonomia delle popolazioni indigene rispetto allo stato, ed è in quest’ottica che va letto il sistema di autogoverno che dal 2003 ha suddiviso il territorio chiapaneco in cinque caracoles. Ciascuno di essi è governato da una Giunta di Buon Governo, composta da donne e uomini eletti dalle rispettive comunità, che ricoprono la carica su base rotativa. Gli zapatisti “costruiscono la loro autonomia senza chiedere permesso”, e organizzano le loro scuole, le loro cliniche sanitarie, le loro cooperative di caffè e artigianato con le quali sostengono anche economicamente le loro comunità. Le loro condizioni di vita sono sensibilmente migliorate, ed il processo di autonomia è stato ed è cruciale anche per le donne, che sono riuscite a conquistare spazi in una società tradizionale fortemente maschilista. I progetti educativi delle scuole zapatiste poi ricoprono un’importanza fondamentale, in un contesto in cui l’educazione ufficiale non concede alcuno spazio alla cosmovisione indigena, che continua invece a rivestire un’importanza centrale nelle comunità locali.

Intanto ai non zapatisti vanno le briciole della carità pelosa del governo statale e federale, sotto forma di programmi di sviluppo che non contribuiscono sostanzialmente al miglioramento delle loro condizioni di vita, ma li mantengono in una condizione di dipendenza ed obbediente sudditanza.

Certo nelle comunità zapatiste il processo di autonomia non è sempre lineare, e vi sono stati anche periodi di forte chiusura delle comunità verso l’esterno, giustificati dalla politica controinsurgente del governo. Tale chiusura pare ora superata, come testimonia l’esperienza della escuelita zapatista, che sta accogliendo nelle sue varie edizioni qualche migliaio di attivisti messicani ed internazionali ospitati dalle comunità per conoscerne le dinamiche. Qui “comanda il popolo ed il governo ubbidisce”, tutto viene discusso e analizzato, le riunioni durano ore, le decisioni si prendono per consenso, il lavoro collettivo caratterizza giornate che cominciano all’alba, ognuno dà il proprio contributo, ognuno secondo le proprie capacità e possibilità. È questo concretizzarsi dell’utopia, pur nella consapevolezza dei problemi e talvolta dei limiti, che affascina chi osserva, chi si avvicina, chi prova a dare il suo contributo alla costruzione di una società più giusta e più partecipata, dove ogni differenza, non solo quella etnica, diviene fonte di incontro e di scambio, dove l’identità diviene condivisione e non barriera.

Perché, per dirla con le parole del subcomandante Marcos, la “ribellione quando è individuale è bella. Ma quando è collettiva e organizzata è straordinaria e meravigliosa. La prima è materia di biografie, la seconda è quella che fa la storia.”

Michela Giovannini

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