Amnesty: deludente risposta della Shell sulle responsabilità nel Delta del Niger

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Inquinamento nel Delta del Niger - Foto: © Amnesty

In una documentata e ampia risposta Amnesty International replica alla multinazionale Shell che nei giorni scorsi ha commentato il rapporto "Petrolio, inquinamento e povertà nel Delta del Niger" pubblicato dall'associazione il 30 giugno. La Shell ha diffuso via mail una serie di dichiarazioni alla stampa che Amnesty International giudica "deludenti". "La compagnia pare voler parlare dei complessi problemi del Delta del Niger alla stregua di un osservatore distaccato, in questo non riconoscendo che le sue attività contribuiscono a quei problemi" - afferma l'associazione per la tutela dei diritti umani.

Amnesty International contesta numerose dichiarazioni della Shell. Sem, secondo la multinazionale, l'associazione dimenticherebbe che "circa l'85 per cento dell'inquinamento derivante dalle attività [della stessa Shell] è causato da attacchi e sabotaggi", per Amnesty "quello del sabotaggio è solo un aspetto relativo a una forma di inquinamento dell'industria del petrolio: la fuoriuscita di greggio".

Come messo in luce nel rapporto di Amnesty International, sono molti gli altri modi con cui l'industria del petrolio, nell'ultimo mezzo secolo, ha inquinato e minacciato l'ambiente del Delta del Niger: lo smaltimento delle scorie, il dragaggio dei fiumi e delle insenature, le trivellazioni e la costruzione delle strade che ostruiscono i sistemi acquiferi. Il sabotaggio è assente in ognuna di queste forme di inquinamento e danno ambientale. La posizione della Shell sul sabotaggio come causa dell'inquinamento è stata contestata anche nei tribunali nigeriani come, ad esempio, nel caso Shell contro Isaiah (1997), quando la Corte d'appello ha dichiarato di "essere convinta che la tesi del sabotaggio sia posticcia".

È generalmente riconosciuto che la maggior parte delle fuoriuscite di greggio, verificatesi fino alla metà degli anni Novanta, fosse dovuta a problemi infrastrutturali. Per esempio, la stessa Shell, la principale impresa presente nella zona, ha ammesso che nella gran parte dei casi, tra il 1989 e il 1994, la fuoriuscita era stata causata dalla corrosione degli impianti o da problemi operativi e che solo il 28 per cento delle fuoriuscite era stato attribuito al sabotaggio. Nel 2007, la Shell ha aumentato questa percentuale al 70. Nella replica al rapporto di Amnesty International, la percentuale è ulteriormente salita all'85. Amnesty International riconosce che gli atti vandalici e di sabotaggio costituiscono un problema grave. Tuttavia, la Shell non ha saputo indicare in alcun modo come mai la percentuale degli atti di sabotaggio sarebbe aumentata di tre volte negli ultimi 15 anni.

Inoltre secondo la Shell il rapporto di Amnesty International non rifletterebbe "la complessità della situazione". "Il rapporto di Amnesty - replica l'associazione - prende in esame alcune delle cause di fondo della complessa situazione conflittuale nel Delta del Niger, tra cui l'impatto di mezzo secolo d'inquinamento e danno ambientale sulla popolazione, la mancanza di un efficace sistema di accertamento delle responsabilità e di risarcimento per i danni all'ambiente e ai diritti umani e, infine, l'assenza di trasparenza e informazioni sull'impatto delle attività delle imprese petrolifere. Questi sono fattori chiave del conflitto e della povertà nel Delta del Niger".

La Shell fa ripetutamente riferimento alla complessità della situazione nel Delta del Niger, come se riferirsi alla complessità per evitare di assumersi le proprie responsabilità fosse una risposta standard. La compagnia accusa le comunità locali e i gruppi violenti per le fuoriuscite di greggio, poi li accusa di impedire l'accesso per le bonifiche. Ma questa è solo una parte del problema. Una parte fondamentale del problema è proprio la cattiva condotta della Shell. Inoltre, le azioni delle comunità locali (che Amnesty International non giustifica minimamente), sono iniziate dopo anni in cui la Shell non era stata in grado o non aveva voluto prevenire l'inquinamento o bonificare le zone inquinate e dopo anni di assenza di trasparenza nelle indagini e di risarcimenti.

La Shell, inoltre, ritiene che Amnesty International non abbia preso adeguatamente in considerazione le minacce alla sicurezza che l'industria del petrolio nel Delta del Niger deve affrontare. "L'industria del petrolio affronta grandi minacce alla sicurezza nel Delta del Niger. Il rapporto di Amnesty International descrive questa regione come una delle aree di produzione del petrolio più insicure nel mondo. Le bande e i gruppi armati sempre più spesso compiono sequestri di lavoratori o di loro familiari, bambini compresi, e attacchi contro le installazioni petrolifere. Si tratta di un problema grave, che dev'essere affrontato in modo adeguato".

Tuttavia - nota l'asssociazione - l'insicurezza nel Delta del Niger non è solo causata dalla violenza armata. "È un problema di violazioni dei diritti umani, mancanza di assunzione di responsabilità, assenza di trasparenza, corruzione e grave negligenza governativa. Per certi versi, il conflitto e la violenza armata sono tanto i sintomi quanto la causa della tragedia dei diritti umani in corso nel Delta del Niger".

Infine - nota Amnesty - il rapporto dell'associazione riconosce che la Shell ha fatto qualcosa di positivo per la Nigeria, ad esempio creando occupazione. "Tuttavia ciò che l'organizzazione vuole chiarire alla Shell è che, dal punto di vista dei diritti umani, svolgere un'azione positiva da un lato non esonera dalle responsabilità per i danni causati ai diritti umani. Questi non possono essere messi su un piatto della bilancia".

 

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