Sviluppo

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“Tutti gli esseri umani, individualmente e collettivamente, hanno la responsabilità dello sviluppo, tenendo conto del bisogno che siano pienamente rispettati i loro diritti e libertà fondamentali e dei loro doveri verso la comunità, che solo può assicurare la piena e completa realizzazione dell’essere umano; essi devono pertanto promuovere e proteggere un appropriato ordine politico, sociale ed economico per lo sviluppo”.(Dichiarazione sul diritto allo sviluppo, art. 2 comma 2)

Sviluppo e sottosviluppo nel secondo dopoguerra

Il ricorso ad espressioni di uso corrente quali paesi sviluppati, paesi in via di sviluppo, paesi sottosviluppati, presuppone una disuguaglianza di fatto tra le diverse parti del mondo: i nord, dove vige un generale benessere ed un sostanziale equilibrio di ordine economico, politico e sociale e i sud, caratterizzati da pesanti carenze economico-strutturali che ne compromettono la crescita e condannano gran parte della loro popolazione a vivere in uno stato di indigenza.

Lo stesso "Rappoto Brandt" (in .pdf) tentò di delineare un confine tra i due mondi. Nella concezione dei più le politiche di sviluppo avrebbero dovuto ridurre tale gap. Trattasi di una misurazione piuttosto semplicistica. Basata sul PIL o reddito pro-capite che sono solo alcuni degli indicatori di benessere.

La contraddizione è presente anche nelle Istituzioni internazionali. Il Rapporto sullo sviluppo umano classifica i paesi in modo differente dalla Banca Mondiale e le alte istituzioni di Bretton Woods.

Ma cosa s’intende esattamente per sviluppo? Il suo significato è completamente assimilabile a quello di crescita economica? Il concetto di paese sottosviluppato risale al 1949, quando l'allora Presidente degli Stati Uniti Harry Truman sostituì la dizione politicamente scorretta di paese arretrato per riferirsi a quegli stati economicamente in netto ritardo rispetto alle grandi potenze del pianeta, Stati Uniti in testa. Nel suo discorso al Congresso, il Presidente Truman demandò agli stati sviluppati il compito di “operare per lo sviluppo” definendo al contempo le vie da seguire: “una maggiore produzione è la chiave del benessere e della pace...le nazioni si dividono in fuoriclasse e ritardatarie: sono gli Stati Uniti ad emergere sulle altre nazioni per tecnica industriale e ricerca scientifica”; e ancora: occorre “eliminare le sofferenze di questi popoli con attività industriali ed un più alto standard di vita”. La via indicata da Truman è chiaramente quella della tecnologia e dell'industrializzazione, con gli stati più sviluppati investiti della responsabilità di agire come motore dell'aiuto.

L'attenzione della comunità politica internazionale ai problemi dei paesi sottosviluppati risale dunque al secondo dopoguerra: in quegli anni e fino agli anni 70, l'idea di sviluppo era ancorata alla convinzione che il modo migliore per accompagnare i paesi in oggetto sulla via dello sviluppo fosse l'individuazione di un modello esportabile di riferimento. Il modello da seguire era naturalmente quello di stampo capitalistico-industriale sul quale si fondavano le economie dei paesi considerati come più sviluppati. Sviluppo è in quegli anni sinonimo di crescita economica e modernizzazione.

La soluzione al problema della fame e della povertà passava attraverso l'esportazione del modello di crescita economica del nord del mondo: maggior industrializzazione, aumento della produzione, potenziamento delle infrastrutture, se avevano permesso alle economie occidentali di svilupparsi nel corso dei decenni, avrebbero dovuto garantire, con l'aiuto degli stati più ricchi, gli stessi risultati anche per le economie arretrate. Schematizzando, la concezione di sviluppo dettata da Truman e per decenni sposata dalle grandi potenze, presenta le seguenti caratteristiche:

1) lo sviluppo è da intendersi unicamente su base quantitativa;

2) le cause del sottosviluppo vanno individuate nella carenza di alcuni fattori di produzione (come capitali, tecnologie, industrie, infrastrutture);

3) sviluppo coincide con crescita economica e industrializzazione;

4) esiste un modello di riferimento esportabile in maniera standardizzata in pressoché qualsiasi stato;

5) Il modello di sviluppo da conseguire è quello delle economie occidentali;

6) attori dello sviluppo sono gli stati;

7) l'aiuto allo sviluppo è visto come assistenzialismo: gli stati più ricchi aiutano, i più poveri ricevono.

Oltre la crescita economica

Il paradigma di sviluppo basato su criteri meramente economici ha incominciato ad apparire inadeguato già a partire dai primi anni 80. Il semplice trasferimento di tecnologie e capitali ha dimostrato tutti i suoi limiti nella risoluzione dei problemi dei paesi più poveri. Lo stesso indicatore macroeconomico del Prodotto Interno Lordo (Pil), tradizionalmente utilizzato quale indice di ricchezza e di benessere di uno stato, non risulta adeguato a mettere in luce la reale situazione di un paese, poiché, per definizione, basato su parametri puramente economici, a discapito di quelli socio-politici. Il Pil di un paese ne evidenzia il valore complessivo dei beni e dei servizi prodotti in un dato intervallo temporale e destinati a consumi, investimenti ed esportazioni finali.

Così come strutturato il Pil, la ricchezza di un paese si basa sul livello delle transazioni, a prescindere dall'origine e dalla destinazione delle stesse, includendo nel calcolo anche le attività criminali, quelle derivanti da una guerra, da una catastrofe naturale ecc. Inoltre, l'aumento del PIL pro capite di un paese può essere fuorviante, poiché nel calcolo mediano la ricchezza detenuta da una ristretta élite viene idealmente distribuita su tutta la popolazione. È questo il caso della maggior parte dei paesi del sud del mondo, nei quali la ricchezza è distribuita in maniere altamente disomogenea. Si pensi ad esempio al Gabon, dove l'1% della popolazione detiene il 56% delle risorse. Un aumento di ricchezza del gruppo dominante, in misura maggiore rispetto al tasso di crescita demografica, verrebbe calcolato in modo erroneo come un amento del PIL pro capite riferito all'intera popolazione.

Per tali motivi, nel corso degli ultimi decenni, l'utilizzo del Pil come indicatore dello sviluppo e il ricorso all'esportazione di un modello capitalistico, sono stati messi in discussione a livello internazionale. Il dibattito si è quindi focalizzato sulla ricerca di indicatori macroeconomici più adeguati alla misurazione dello stato di progresso di un paese, tenendo conto non solo di parametri economici ma anche di quelli maggiormente legati agli aspetti sociali ed ambientali. Ciò nella convinzione che lo sviluppo e la crescita di un individuo o di una comunità debbano passare attraverso il pieno soddisfacimento di diritti inalienabili quali quello all'istruzione, alla giustizia, alla salute, alla casa, alla parità di genere, alla libertà di culto eccetera. Si tratta in sostanza di non ridurre il concetto di sviluppo sulla base di parametri puramente quantitativi, includendo nella misurazione anche macroclassi qualitative.

Sulla base di tale approccio, è emerso il concetto di sviluppo umano, che considera le molteplici dimensioni di crescita di una comunità: economica, sociale ed ambientale. La rivoluzione consiste nel considerare la ricchezza di un paese non come un fine bensì come uno dei mezzi per lo sviluppo. Dal momento che vengono prese in considerazione anche variabili extra economiche, il Pil non è più l'indicatore di riferimento. Nel 1990, l'economista pakistano Mahbub Ul Haq elabora un nuovo indicatore macroeconomico che prende il nome di Indice di Sviluppo Umano (Isu): si tratta di un indicatore che considera lo sviluppo come congiunto di tre fattori: il reddito, il livello d'istruzione, l'aspettativa di vita. Il concetto di sviluppo umano e il suo indice di riferimento (l'Isu) vengono adottati anche dall'Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, sempre al fine di dirottare le politiche di riferimento verso fattori che considerino l'individuo come detentore di diritti inalienabili.

La conduzione del paradigma di sviluppo verso criteri non esclusivamente economici ha dominato il dibattito internazionale non solo a livello di Nazioni Unite. La conferenza “Beyond GDP” (oltre il Pil), organizzata nel novembre 2007 dalla Commissione Europea, dall'Ocse e dal Wwf con la presenza di numerosi leader politici ed esponenti di governi e istituzioni come la Banca Mondiale e le Nazioni Unite, si prefissò l'obiettivo di individuare indicatori appropriati a misurare lo sviluppo di un paese, che, come suggerisce il titolo della conferenza, andassero oltre la misurazione della crescita economica. Sulla stessa scia, nel 2008 il Presidente francese Nicolas Sarkozy incaricò i due premi Nobel per l'economia Joseph Stiglitz e Amartya Sen di riflettere su come riconsiderare il concetto di progresso in Francia, secondo indicatori più adeguati, convinto che il solo PIL “non rispecchi la qualità della vita dei francesi”.

A livello italiano le 46 associazioni che fanno capo a Sbilanciamoci! hanno elaborato il Quars (Indice di Qualità dello Sviluppo Regionale) un indicatore che prova ad individuare e collegare tra di loro le componenti di uno sviluppo fondato sulla sostenibilità, la qualità, l’equità, la solidarietà e la pace. La questione è quanto mai attuale, alla luce della crisi finanziaria internazionale, che si accompagna a quelle alimentari ed ambientali in corso già da tempo.

Una proposta di superamento della crisi che faccia perno sulla giustizia sociale e sui diritti umani è quella contenuta nel Rapporto 2008 (il cui titolo è “Rights is the answer”) presentato al Forum delle Nazioni Unite sulla Finanza per lo Sviluppo dalla coalizione internazionale Social Watch: trattasi di un'azione che parte “dal basso”, coinvolgendo la società civile nella pressione sui governi per il rispetto degli impegni presi in sede internazionale. Il superamento di un sistema economico incentrato sulla liberalizzazione selvaggia e sul mero criterio finanziario, a discapito delle conseguenze socio-ambientali della deregolamentazione, è un impegno che le economie più avanzate non possono continuare a rimandare.

Un invito a ripensare radicalmente la scienza economica, in considerazione dei vincoli ambientali e sociali dello sviluppo, è fornito da quella corrente di pensiero che prende il nome di “decrescita”, che vede nel filosofo ed economista Serge Latouche uno dei suoi massimi esponenti. La teoria che alimenta tale corrente considera la crescita economica basata sul calcolo del Pil come non sostenibile per l'ecosistema. Trattasi di una critica al pensiero economico contemporaneo che identifica l'aumento della produzione come condizione necessaria e sufficiente per una migliore qualità della vita; tale concezione dello sviluppo trova il suo limite nell'esauribilità delle risorse naturali (in special modo quelle energetiche). È evidente, quindi, come uno sviluppo basato su risorse esauribili non possa essere sostenibile per le generazioni a venire, stante anche l'enorme impatto ecologico derivante da un livello di benessere raggiungibile mediante “dissipazione di energia e crescente dispersione di materia”. Il cambio di rotta proposto comprende tanto la sfera politico-economica (mediante un ripensamento degli indici di misurazione dello sviluppo) quanto quella comportamentale individuale, attraverso l'adozione di condotte quotidiane che prevedano un minor spreco di risorse.

Obiettivi di sviluppo del Millennio

Gli obiettivi di sviluppo del millennio costituiscono una significativa controtendenza rispetto alle precedenti concezioni dello sviluppo: attiva collaborazione tra stati anziché assistenzialismo dei paesi a maggior PIL a favore di paesi a minore.

La condizione di sviluppo passa attraverso il riconoscimento di una molteplicità di bisogni e diritti da soddisfare, dall'istruzione alla salute, dall'ambiente all'occupazione, dalle pari dignità dei sessi ai diritti dei bambini. È interessante notare come gli attori del cambiamento non siano esclusivamente gli stati; accanto ad essi ricoprono un ruolo attivo la società civile, le associazioni e le organizzazioni non governative.

Gli Obiettivi del Millennio riconoscono altresì l'importanza del ruolo della donna all'interno di qualsiasi società del mondo. In particolare, l'obiettivo numero 3 (“promuovere la parità dei sessi e l'autonomia delle donne”) mira a superare la discriminazione sociale, economica e giuridica nei confronti delle donne. Se si considera che il 70% dei 1,3 miliardi di poveri nel mondo è di sesso femminile, si comprende come sia fondamentale investire nel riconoscimento delle potenzialità della donna per uno sviluppo che travalichi la sfera domestica per influenzare l'intera comunità in cui esse vivono. In Italia e nel mondo sono numerose le associazioni che si occupano della tutela delle donne vittime di violenze, discriminazione sul posto del lavoro, mancanza di diritti di proprietà, tutela giuridica, istruzione negata, nella convinzione che il soffocamento delle potenzialità femminili sia una delle maggiori cause del sottosviluppo. Numerose sono le conferenze che le Nazioni Unite dedicano al tema dello sviluppo della donna; il decennio 1975-1985 è stato nominato “Decennio delle Nazioni Unite per le donne”, all'interno delle Decadi Onu per lo Sviluppo.

La “Carta di Trento per una migliore cooperazione” invita a ripensare l'azione governativa e non, in tema di cooperazione internazionale. Promossa da diverse associazioni che a vario titolo si occupano di solidarietà internazionale, la Carta costituisce una guida al cambiamento per chi svolge “relazioni internazionali”. È un invito ad una cooperazione meno autoreferenziale, più partecipata, che sappia porre l'uomo al centro, oltre la sola crescita economica e la logica dei bisogni, che non sia mero aiuto ma processo di mediazione e trasformazione sociale. La stessa parola cooperazione è bidirezionale e presuppone un'azione paritaria congiunta di più soggetti.

Interdipendenza e sviluppo sostenibile

Nell’era dell’interdipendenza ogni comunità è connessa alle altre, a prescindere da limiti geografici. Lo sviluppo/sottosviluppo di un paese vive un rapporto di stretta dipendenza con quello degli altri. Esistono molte condotte economiche, politiche, ambientali che si riflettono in conseguenze sociali in grado di travalicare i confini nazionali. Non necessariamente conseguenze negative: al contrario, come teorizza il premio nobel per l'economia Joseph Stiglitz, la globalizzazione può essere un efficace strumento di miglioramento delle condizioni di vita, tanto nei paesi industrializzati, quanto in quelli “con minori opportunità” (Sen). Ciò però a condizione di un ripensamento degli accordi commerciali, delle politiche economiche e degli aiuti internazionali imposti ai sud del mondo. In troppe occasioni sono i grossi gruppi multinazionali a dettare le regole del gioco, impiegando forza lavoro a basso costo ed imponendo prezzi di scambio non sostenibili per i piccoli produttori, costretti ad esportare materie prime a costi bassissimi e ad importare manufatti a costi elevati.

L'efficienza economica deve crescere di pari passo e non in senso opposto all'equità sociale. Stiglitz suggerisce l'adozione di indicatori del progresso economico e sociale in grado di calcolare gli effetti della crescita sull'ambiente, sulla sperequazione sociale, sulla salute. Istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, dovrebbero ridimensionare gli investimenti nel settore industriale, favorendo, accanto a questi, interventi più capillari che valorizzano lo “sviluppo locale” e quindi focalizzati sugli aspetti qualitativi della crescita di ogni comunità che si caratterizza per la sua diversità e non per l’economia di scala.

L'assunto degli effetti globali delle politiche e degli stili di vita adottati, sta alla base del concetto di sviluppo sostenibile: definito dalla World Commission on Environment and Development (WCED) come “sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”, il paradigma fa perno sulla necessità di equilibrio tra crescita economica, equità sociale e conservazione ambientale. Data la correlazione tra le tre componenti dello sviluppo, ogni intervento di programmazione deve tener conto delle reciproche interrelazioni.

L'importanza dell'elaborazione di politiche sostenibili consiste nel riconoscere dei limiti allo sviluppo e nel prendere coscienza dell'esauribilità delle risorse. Esistono risorse rinnovabili ma il loro tasso di rigenerazione dev'essere superiore a quello d'utilizzo; l'ambiente possiede capacità d'assorbimento di sostanze inquinanti, ma il tasso d'immissione non deve eccedere quello di riassorbimento. In caso contrario si rischia di vivere un paradosso: il progresso spinge ad un'ulteriore capacita/necessità di consumo, che porta nel tempo ad una progressiva riduzione delle risorse disponibili, che costituisce a sua volta un regresso per le generazioni a venire. Ciò non significa remare in direzione opposta allo sviluppo. Al contrario. Lo sviluppo/valorizzazione dei saperi su base territoriale presuppone un cambio di paradigma senza precedenti.

Documenti utili

- United Nations Millennium Declaration (2000)

- Università degli Studi di Parma, Riflessioni su ricchezza povertà e disuguaglianza ecologica. (in . pdf)

- Carta di Trento per una migliore cooperazione

- Rapporto 2008 di Social Watch: "Rights is the Answer"

- Le attività delle Nazioni Unite relative allo sviluppo sostenibile

- Le attività dell'Unione Europea relative allo sviluppo sostenibile

- Decreto Legislativo n.152 del 2006, "Norme in materia ambientale"

- Elenco dei Decenni ONU per lo Sviluppo

Bibliografia

- M. Andreis, Gli Stati Uniti e I paesi sottosviluppati. Forme e problemi dell'assistenza economica da Truman a Kennedy, Einaudi Editore, Torino 1962.

- P. Sylos Labini, Sviluppo. Una strategia di riforme, Laterza, 2000.

- J.E. Stiglitz, La globalizzazione che funziona, Einaudi Editore, Torino 2006.

- D.H.Meadows, I limiti dello sviluppo, Mondadori, Milano 1972.

- W.Sachs, Dizionario dello sviluppo, EGA Editore, Torino 2004.

- S.Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2007.

(Scheda realizzata con il contributo di Andrea Dalla Palma)

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