Simona Atzori: quando danza la felicità

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Simona con gli studenti – Foto: ladigetto.it

Danza Simona, danza senza fare fatica. Vola leggiadra sul palcoscenico, sorretta dalle muscolose braccia degli altri ballerini. Vola attraverso la vita con quelle invisibili braccia che sono l'amore, l'arte, l'amicizia, il desiderio di essere felici. Simona, in teoria, dovrebbe essere annoverata tra i disabili. Dovrebbe essere compianta, relegata nell'angolo. Invece è al centro della scena. È applaudita per quello che è ma soprattutto per il suo messaggio. Un concentrato di vita. Di energia, di colore e di forza. Simona riempie i teatri. Così è avvenuto l'altra sera, quando centinaia di persone sono rimaste fuori dall'auditorium Santa Chiara a Trento, il 18 novembre scorso: una folla che si vede in rarissime occasioni. Ma per assistere a un balletto - forse la forma d'arte più difficile da fruire e per questo più negletta dal grande pubblico - chi pensava che gli oltre 900 posti del teatro non sarebbero stati sufficienti? La struttura ospitante ha dimostrato alcuni suoi limiti, primo fra tutti la paradossale aleatorietà del funzionamento del servoscala, necessario ai disabili in carrozzina per raggiungere la sala, che questa volta era fuori uso. Ma la folla era davvero troppo imponente anche per i solerti addetti del teatro.

Era il corpo di Simona Atzori, nato gracile, ad attirare il pubblico. Probabilmente il suo essere senza braccia. Chi ha problemi di disabilità fisica, magari immediatamente visibile e capace di far cogliere subito la diversità, sa benissimo che la gente ha abitudine di girarsi per guardare con la bocca aperta il passaggio di qualche fenomeno da baraccone, meglio se su quattro ruote, finendo per marcare le distanze, per sospirare implicitamente " grazie al cielo non mi è capitata quella disgrazia"... Forse anche una parte di pubblico, rappresentato pure da studenti del liceo coreutico della città, accorsa per vedere lo spettacolo di Simona sarà stata incuriosita dalla sua particolare storia. E soprattutto dal suo particolare aspetto fisico.

L’evento, realizzato grazie al contributo della Fondazione Cassa Rurale di Trento, cadeva a conclusione di un convegno sulla disabilità in rapporto con la solidarietà internazionale, promosso dalla Provincia autonoma di Trento. InternazionAbilità: questo era il titolo dell’incontro che ha visto la partecipazione di molte associazioni che operano nel campo della disabilità nel nord e nel sud del mondo. In fondo i problemi legati alla diversità fisica o intellettiva unificano contesti che sembrano lontanissimi. Se per esempio nei paesi africani intorno alla disabilità aleggia lo stigma della maledizione divina e dell’ostracismo della società, qui da noi vige lo stereotipo del “povero disabile” che dipende in tutto e per tutto dall’assistenza pubblica e dalla compassione privata. A fronte di questa situazione vi sono maree di progetti, di mamme coraggio, di vere e proprie scalate per strappare un posto nel sociale. Le storie raccontate al convegno, vissute in Kenya, Bolivia e nelle valli trentine, dimostrano che i disabili possono essere componenti attivi della società, possono dare lavoro ai “normali”, possono svolgere mansioni come e meglio degli altri.

Ritornando a Simona, l’artista è nata 38 anni fa a Milano da genitori sardi. Nasce una bambina scalpitante ma senza braccia. Un trauma per tutti, una difficoltà per lei e per la sua famiglia. Trasformata negli anni in un'occasione di riscatto e di rivincita. Simona, accolta con amore dai suoi genitori, non si adagia in un angolo vittima di una severa menomazione, non cerca di nascondere il suo essere con camuffamenti, morali o concreti, con protesi artificiali che non farebbero altro che sanzionare la diversità e il limite. Simona preferisce usare i piedi divenuti prensili, sensibili, snodabili, perfettamente alternativi alle mani. Con i piedi Simona scrive con un'ottima calligrafia, saluta, tiene il microfono, dipinge. Fin da piccola è stata educata così, divenendo una pittrice conosciuta in molte parti del mondo.

La danza però è la sua vocazione. Il suo corpo minuto e privo degli arti superiori, così importanti per mantenere l'equilibrio nei complessi movimenti del ballo, a vedersi esprime forza e leggerezza. Un'energia che proviene dai muscoli delle gambe ma soprattutto all'interiorità della giovane donna. Energia che la fa trasformare in fata, angelo o bambina in quelle 1000 metamorfosi rese possibili soltanto dall'arte. Con la stessa forza e leggerezza Simona racconta la sua vita nello spettacolo "Cosa ti manca per essere felice?" andato in scena a Trento. Insieme con un raffinato corpo di ballo la danzatrice ripercorre attraverso musiche, parole, coreografie la sua esistenza, il suo percepire il mondo nel caleidoscopio di una sensibilità fuori dal comune. E così il pubblico non è più incuriosito per la sua particolare disabilità, non si accorge più della diversità di Simona: è coinvolto invece in un turbine di emozioni e di luce.

Quella stessa luce che Simona ritrova in Africa nella sua missione come testimonial della Fondazione Fontana che da anni in Kenya, attraverso il centro Saint Martin, opera in favore dei disabili e della società circostante, attraverso un approccio comunitario capace di eliminare ogni distanza. La felicità si ritrova nel sorriso contagioso di Simona, nel suo eseguire le danze apparentemente senza fare fatica, nel suo affrontare la quotidianità con una disarmante semplicità.

Tutto ci potrebbe mancare per essere felici. La sofferenza bussa prima o poi alla porta di tutti. E così l'angoscia di non essere quello che vorremmo essere, di non poter avere ciò che desidereremmo. Ma anche la felicità è alla portata di tutti – ha ribadito Simona nell’incontro con gli studenti dell’istituto d’arte Vittoria – basta guardare a quello che si ha prima che a quanto manca. Una felicità semplice che non dimentica il dolore proprio e degli altri ma che riesce a sublimarlo in un orizzonte nuovo, ove si incrociano sguardi e mani in un abbraccio concreto e invisibile.

Piergiorgio Cattani

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