Nutrizione/Malnutrizione

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“Dobbiamo avere l’intelligenza e la capacità innovativa per concepire nuove politiche di sviluppo agricolo, regole e meccanismi che assicurino un commercio internazionale non solo libero ma anche equo, e che soprattutto garantiscano la sicurezza alimentare a tutti e offrano agli agricoltori, tanto nei Paesi industrializzati quanto in quelli in via di sviluppo, i mezzi per guadagnarsi una vita decente”. (Jaques Diouf, Direttore Generale della FAO)

Sicurezza alimentare

Chiariamo subito: fame e malnutrizione sono due concetti differenti. Uno stato di malnutrizione, infatti, non necessariamente coincide con la scarsa assunzione di cibo. È una condizione più complessa, che colpisce lentamente, concernente la mancanza di un’alimentazione sana ed adeguata, completa di proteine, zuccheri, vitamine, ferro.

La sicurezza alimentare non si raggiunge ragionando solo quantitativamente. Qualità e varietà sono parametri necessari per un’alimentazione corretta. La FAO definisce la sicurezza alimentare come una situazione che viene rispettata quando “le persone hanno un accesso duraturo ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrizionalmente adeguati, senza il rischio di perdere il diritto a tale accesso”. La definizione affronta il problema della sicurezza alimentare sotto molteplici punti di vista: prima di tutto, il diritto all’accesso al cibo va perseguito in maniera continuativa e non su basi occasionali; il parametro della sicurezza presuppone la presenza di condizioni igienico sanitarie adeguate, così come di un educazione alimentare avanzata; inoltre, il diritto al cibo, in molte zone della terra, è minacciato da fattori esterni come i conflitti, i disastri naturali, il negato accesso alle terre, la distorsione dei mercati locali, la presenza di lobby straniere e via dicendo.

Il Rapporto sullo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo (Sofi) 2014 presentato dalla Fao, dal Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (IFAD) e dal Programma alimentare mondiale (PAM) parla chiaro: nel mondo esistono ad oggi 805 milioni di persone cronicamente sottoalimentate, che equivale a dire una persona su nove. La buona notizia è che il numero è in significativo calo: il 20 per cento in meno dall’inizio degli anni novanta, con 63 Paesi in via di sviluppo che hanno raggiunto il primo degli obiettivi del millennio: dimezzare la povertà estrema e la fame entro il 2015. Buoni i progressi compiuti dall’Asia orientale e sud-orientale, assieme ad America latina e Caraibi, complice anche il progresso economico di queste regioni. Tuttavia, nell’Africa sub-sahariana, una persona su quattro soffre di sottoalimentazione cronica, un numero drammatico.

Particolarmente colpiti i bambini sotto i cinque anni. Secondo l’Unicef, oltre un terzo della mortalità infantile globale è causata dalla malnutrizione. E laddove non costituisce causa di morte, la scarsa o cattiva alimentazione (che può produrre effetti già in fase di gestazione materna) colpisce lentamente, provocando ritardi nella crescita, perdita di peso, predisposizione alle infezioni, anemie, convalescenze più lunghe, depressioni e altre malattie che possono compromettere lo sviluppo del bambino a livello fisico e intellettivo. Il circolo è vizioso: donne adulte che soffrono di malnutrizione tenderanno a partorire figli con peso insufficiente già dalla nascita. Ogni anno, milioni di bambini nascono sottopeso a causa della malnutrizione durante la gravidanza.

Un’alimentazione povera si lega indissolubilmente ad una generale riduzione della qualità della vita e del livello di sviluppo umano personale: carenze alimentari possono condurre ad una minore produttività sul lavoro, con conseguenti ricadute economiche; possono limitare le capacità di apprendimento, influendo sul rendimento scolastico; aumentano i costi per le cure sanitarie; conducono a discriminazione economica e sociale. E questo vale per ogni angolo del pianeta, Paesi industrializzati compresi.

Sono aspetti che vanno considerati quando si mettono in atto programmi di aiuto per la sicurezza alimentare: agire non solamente dal punto di vista dell’accesso al cibo, ma anche sulle strutture sanitarie, sull’istruzione, sull’occupazione, sui servizi sociali.

Occorre considerare inoltre che se la malnutrizione, soprattutto quando legata ad insufficienza dietetica, è una piaga che affligge milioni di persone nei Paesi impoveriti, problemi di salute connessi ad una cattiva alimentazione non risparmiano i consumatori occidentali. In particolare gli eccessi alimentari che conducono all’obesità e la cultura dilagante del fast food, aumentano il rischio di malattie cardiovascolari ed influiscono, come nel caso della denutrizione, sulla produttività, l’apprendimento e l’esclusione sociale. Buono, giusto e pulito é lo slogan di chi, come Slow Food, propone un’inversione di tendenza, un ritorno al passato in direzione di un accesso al cibo che responsabilizzi, in primis, il consumatore. Un consumatore che alle gioie del palato accompagni l’attenzione per la propria salute e, soprattutto, il rispetto di saperi e sapori altrui, valorizzando tradizioni e stili di vita non standardizzabili.

Accesso al cibo: un diritto negato

La fame non è quasi mai un problema di risorse scarse. È piuttosto una questione di accesso e distribuzione delle risorse stesse, nonché di regole che governano la commercializzazione dei prodotti agricoli.

Nel decennio tra il ‘60 e il ‘70, il problema della sicurezza alimentare fu erroneamente affrontato dal punto di vista della scarsità di cibo. In quegli anni, alla base della cosiddetta “rivoluzione verde“ esisteva la convinzione che un aumento significativo della produzione agricola fosse la risposta ai problemi di milioni di contadini affamati nei Paesi del sud del mondo. Ciò attraverso l’uso di tecnologie che mirassero tanto alla produzione di nuove qualità di piante (ottenute con l’accoppiamento di varietà vegetali geneticamente selezionate e l’utilizzo di fertilizzanti), quanto allo sviluppo di nuove tecniche agricole, più standardizzate, intensive e meccanizzate. All’efficienza produttiva si accompagnò una sempre maggior liberalizzazione dei mercati agricoli, nella speranza che ciò conducesse ad un abbassamento dei prezzi.

La realtà dimostra invece come il mercato agricolo internazionale non sia mai stato libero, in primis poichéil settore agricolo delle economie più avanzate gode di cospicui sussidi, che stravolgono la libera determinazione dei prezzi, in secundis perché i mercati stessi sono controllati dalle solite multinazionali in regime di oligopolio e i prezzi seguono gli andamenti delle speculazioni finanziarie sulle principali borse valori mondiali.

Nel dettaglio, la deregulation dei mercati (di fatto imposta da Unione Europea, Stati Uniti, WTO, FMI e lobby private di settore), impedisce ai governi dei sud del mondo di svolgere un ruolo di garante nella stabilità dei prezzi e nel sostegno ai piccoli produttori, permettendo al contempo ai produttori occidentali di godere di sussidi governativi. Le eccedenze prodotte dalle economie avanzate vengono immesse sul mercato sottocosto, con un effetto dumping insostenibile per i piccoli produttori, che devono competere ad armi impari con prodotti sussidiati. Il rialzo esponenziale del prezzo delle materie prime agricole incide naturalmente sul costo dei generi alimentari. A ciò si aggiunga la produzione monocolturale a cui sono stati obbligati, a partire dall’epoca coloniale, i Paesi impoveriti: tè, caffè, cacao, tabacco, banane e altri prodotti destinati ai mercati del nord, con i prezzi fissati da questi ultimi e su terre spesso controllate dai grossi gruppi stranieri. Una struttura agricola, questa, che non consente ai Paesi in via di sviluppo l’autosufficienza alimentare.

Risultato: la maggior parte dei Paesi del sud del pianeta si è trasformato, in pochi decenni, da esportatore ad importatore netto di alimenti, con conseguente totale dipendenza dai mercati internazionali. Il problema è vitale, se si considera come in queste zone il settore agricolo è quello più importante in termini di contributo al Pil e occupazione.

La risposta non è, come talvolta proposto, un’ulteriore liberalizzazione del commercio agricolo internazionale. Ammesso che possa considerarsi libero un mercato dove agisce un cartello di grandi imprese agroalimentari e dove, soprattutto, ad una sola parte (il sud) è imposto il divieto di qualsiasi intervento pubblico ed l’abbattimento delle barriere all’ingresso di prodotti sussidiati dalla parte opposta dell’emisfero. Urge un ridisegno dei rapporti di forza tra gli attori coinvolti sui mercati, oggi caratterizzati da un perverso disequilibrio delle forze in campo. I piccoli produttori del sud non hanno alcuna voce in capitolo, né tanto meno alcuna possibilità di influenzare la determinazione dei prezzi, che seguono l’andamento delle speculazioni finanziarie sulle borse delle merci. Occorre favorire la nascita di gruppi, organizzazioni e consorzi di agricoltori locali, che sappiano unire le forze per far valere, anche a livello politico, i propri diritti legati alle terre. Serve altresì un ripensamento dei modelli di sviluppo agricolo, meno intensivi e monocolturali, più incentrati sulla piccola agricoltura organica differenziata e la valorizzazione dei mercati locali.

La deregolamentazione unilaterale dei mercati agricoli è, come visto, una delle cause principali dell’attuale crisi alimentare. Purtroppo non è l’unica. Accanto agli effetti prodotti dal commercio internazionale, la crisi è resa ancora più grave dal cambiamento climatico, dal degrado ambientale, dall’accesso all’acqua, dai conflitti, dall’utilizzo degli agrocarburanti, da una scarsa educazione alimentare. A titolo d’esempio, il conflitto in Ucraina ha provocato passi indietro interni al Paese per quanto riguarda la propria sicurezza alimentare, a causa di un minor accesso a servizi finanziari per gli agricoltori, alta volatilità della produzione e instabilità politica.

La campagna Sulla fame non si specula, patrocinata dal Comune di Milano e dalla Provincia Autonoma di Trento, insiste sul diritto al cibo come bene non speculabile e denuncia la distorsione dei prezzi degli alimenti sui mercati internazionali, quale frutto del volume di scambi sui titoli derivati legati ai beni alimentari. L’obiettivo: una mobilitazione a sostegno della riforma sui derivati in sede UE e un ampliamento del dibattito per una finanza sana e il diritto al cibo in vista dell’ Expo 2015 a Milano.

Politiche di aiuto alimentare

L’aiuto internazionale alimentare (foodaid) a favore delle popolazioni colpite da fame cronica o da situazioni di emergenza che ne impediscono l’accesso al cibo, rappresenta una delle più antiche forme di aiuto internazionale. La risoluzione al problema della fame e della malnutrizione è da tempo al centro dell’agenda di governi e organizzazioni internazionali: il primo degli otto Obiettivi del Millennio si prefigge il dimezzamento del numero di persone che soffrono la fame, entro il 2015; l’articolo 11 del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, riconosce per ogni individuo il diritto all’accesso al cibo. Numerosissime sono le organizzazioni non governative e i gruppi organizzati della società civile che, con azioni strutturate sul campo o attraverso il trasferimento di scorte e fondi, cercano di contribuire alla risoluzione del problema.

Eppure la drammaticità dei numeri ci ricorda che ogni anno la malnutrizione é corresponsabile della morte di 3 milioni di bambini sotto i 5 anni,che nel corso degli ultimi 20 anni il numero delle emergenze alimentari è raddoppiato e che le superfici coltivabili si stanno riducendo drasticamente.

Necessario dunque ripensare la politica degli aiuti alimentari. Certo, il trasferimento di derrate alimentari è in alcuni casi l’unica alternativa possibile, quando si deve far fronte a crisi umanitarie, causate da conflitti o catastrofi naturali. Tuttavia, questo tipo di soluzione dev’essere un intervento di brevissimo termine, ben indirizzato ai destinatari primi e considerato come il primo anello di una catena di aiuti più strutturati, che permetta alle popolazioni colpite di procedere lungo la strada della sicurezza alimentare in maniera autonoma e sostenibile. Laddove possibile, meglio ricorrere all’aiuto sotto forma di denaro o buoni pasto. L’invio di scorte alimentari può avere infatti conseguenze negative sulla stabilità dei mercati e sulla capacità di recupero dei sistemi alimentari locali. Il rischio di assistenzialismo è elevato, l’aiuto esterno può creare dipendenza e disincentivo alla produzione locale, a discapito di azioni di sviluppo a lungo termine.

Ingenti anche gli sprechi: la FAO calcola che un terzo degli aiuti non raggiunge i destinatari finali. Ciò è vero soprattutto nel caso dei trasferimenti da governo a governo e in quello della diffusa pratica degli aiuti vincolati. Quando le condizioni lo consentono, acquistare gli alimenti in loco, anziché importarli dall’esterno, può ridurre inutili costi di transazione e rilanciare lo sviluppo agricolo regionale (ma attenzione al possibile effetto distorsivo sui prezzi  locali).

Necessario inoltre investire in infrastrutture rurali, migliorare l’accesso al credito per i piccoli agricoltori, regolare il controllo delle risorse idriche, implementare programmi di formazione agricola ed educazione alimentare, potenziare le strutture sanitarie. Tutte iniziative che, pur non prevedendo il trasferimento di fondi e risorse, possono contribuire in maniera decisiva alla sicurezza alimentare nei Paesi impoveriti.

Se è un cambio di paradigma che stiamo invocando, il Global Food Security Index (GFSI, elaborato dall’Economist Intelligence Unit) del 2014 prova ad allargare gli orizzonti e inquadrare la questione da molteplici punti di vista: accesso al cibo, giusto prezzo, qualità e sicurezza. Ciò permette al GFSI d’essere un benchmark di riferimento e un indicatore di (in)sicurezza alimentare in differenti Paesi del mondo, oltre che un meccanismo d’allerta che permette di individuare distorsioni di prezzo sui mercati.

Milano 2015: non solo Expo

2015. Anno chiave per il pianeta. Il conto alla rovescia verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio (OSM) delle Nazioni Unite giunge al termine. Manca poco per tirare le somme, per capire se l’impegno preso da 191 capi di stato sia stato mantenuto o meno. La data coinciderà con quella prefissata per l’Expo Milano 2015, l’esposizione universale che dal 1 maggio al 31 di ottobre darà lustro al capoluogo meneghino. Basta dare un’occhiata al tema scelto per intuire il nesso che lega a doppio filo l’Expo agli OMS: “Nutrire il pianeta, energia per la vita“. I Paesi partecipanti, le organizzazioni della società civile e il pubblico in generale avranno l’opportunità di confrontarsi su una delle maggiori sfide per l’uomo e il suo ambiente. Per Milano e l’Italia in generale, l’occasione di promuovere uno dei fattori più preziosi del famoso made in Italy, quello della tradizione alimentare genuina e della filiera agroalimentare di qualità, riconosciute come elemento d’eccellenza in tutto il mondo. Va sottolineato anche come la stessa Milano stia facendo grandi passi in avanti nel campo della ricerca scientifica orientata alla produzione alimentare globale. Tra le ultime ricerche prodotte, uno studio elaborato dal Politecnico di Milano in collaborazione con l’Università di Virginia, intitolato Food appropriation through large scale land acquisitions.

Tante le iniziative sorte attorno al tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. In vista dell’apertura delle porte di Expo Milano 2015, una di queste, il Protocollo di Milano, riunisce movimenti della società civile, cittadini e istituzioni per affrontare il tema della sicurezza alimentare da tre differenti punti di vista: promuovere stili di vita sani e combattere l’obesità, promuovere l’agricoltura sostenibile, ridurre lo spreco di cibo del  50% entro il 2020.

Una sfida ambiziosa ma irrinunciabile, lungo un cammino difficile ma che non può non essere percorso, iniziato già in questo 2014 (Anno Internazionale per l’Agricoltura Familiare) con il Vertice dell’ Unione Africana per porre fine alla fame nel continente entro il 2025; la Seconda conferenza Internazionale sulla Nutrizione (ICN2), in programma a Roma dal 19 al 21 novembre 2014 (continuerà i lavori della Prima Conferenza Internazionale sulla Nutrizione, che si è tenuta nel 1992); il Sesto Forum Internazionale sul Cibo e la Nutrizione, di scena il 3-4 dicembre, sempre a Milano.

Documenti utili

The state of food insecurity in the world, FAO 2014

Protocollo di Milano sull’alimentazione e la nutrizione (.pdf)

Global Food Security Index, EIU 2014  (.pdf)

Dossier informativo sul Primo Obiettivo di Sviluppo del Millennio, World Social Agenda

(Scheda realizzata con il contributo di Andrea Dalla Palmaaggiornata ad ottobre 2014)

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AMREF: Paola Cortellesi contro la fame