Nutrizione/Malnutrizione

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“Dobbiamo avere l'intelligenza e la capacità innovativa per concepire nuove politiche di sviluppo agricolo, regole e meccanismi che assicurino un commercio internazionale non solo libero ma anche equo, e che soprattutto garantiscano la sicurezza alimentare a tutti e offrano agli agricoltori, tanto nei paesi industrializzati quanto in quelli in via di sviluppo, i mezzi per guadagnarsi una vita decente”.(Jaques Diouf, Direttore Generale della FAO)

 

Sicurezza alimentare

Chiariamo subito: fame e malnutrizione sono due concetti differenti. Uno stato di malnutrizione, infatti, non necessariamente coincide con la scarsa assunzione di cibo. È una condizione più complessa, che colpisce lentamente, concernente la mancanza di un'alimentazione sana ed adeguata, completa di proteine, zuccheri, vitamine, ferro.

La sicurezza alimentare non si raggiunge ragionando solo quantitativamente. Qualità e varietà sono parametri necessari per un'alimentazione corretta. La FAO definisce la sicurezza alimentare come una situazione che viene rispettata quando “le persone hanno un accesso duraturo ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrizionalmente adeguati, senza il rischio di perdere il diritto a tale accesso”. La definizione affronta il problema della sicurezza alimentare sotto molteplici punti di vista: prima di tutto, il diritto all'accesso al cibo va perseguito in maniera continuativa e non su basi occasionali; il parametro della sicurezza presuppone la presenza di condizioni igienico sanitarie adeguate, così come di un educazione alimentare avanzata; inoltre, il diritto al cibo, in molte zone della terra, è minacciato da fattori esterni come i conflitti, i disastri naturali, il negato accesso alle terre, la distorsione dei mercati locali, la presenza di lobby straniere e via dicendo.

Secondo stime diffuse da FAO e Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel mondo le persone che soffrono di malnutrizione sarebbero 963 milioni, quasi un miliardo, una cifra spaventosa. Particolarmente colpiti i bambini. Riporta l'Unicef come la malnutrizione incida per circa il 40% della mortalità infantile globale, per un totale di oltre 10 milioni di decessi all'anno. E laddove non costituisce causa di morte, la scarsa o cattiva alimentazione (che può produrre effetti già in fase di gestazione materna) provoca ritardi nella crescita, perdita di peso, predisposizione alle infezioni, anemie, convalescenze più lunghe, depressioni e altre malattie che possono compromettere lo sviluppo del bambino a livello fisico e intellettivo. Il circolo è vizioso: donne adulte che soffrono di malnutrizione tenderanno a partorire figli con peso insufficiente già dalla nascita. Ogni anno, oltre 30 milioni di bambini nascono sottopeso a causa della malnutrizione durante la gravidanza.

Medici Senza Frontiere inserisce la malnutrizione infantile mondiale tra le dieci emergenze più dimenticate del pianeta. In India, Bangladesh, Haiti e Africa Subsahariana, ma anche in estremo oriente, America Latina e Balcani, la povertà estrema condanna milioni di persone a placare la fame cibandosi di mais o riso, data l'impossibilità di permettersi alimenti di origine animale come latte, carne e uova. Si calcola che appena il 7% dei bambini affetti da malnutrizione cronica riceva il trattamento base di alimenti terapeutici raccomandato dall'ONU.

Un'alimentazione povera si lega indissolubilmente ad una generale riduzione della qualità della vita e del livello di sviluppo umano personale: carenze alimentari possono condurre ad una minore produttività sul lavoro, con conseguenti ricadute economiche; possono limitare le capacità di apprendimento, influendo sul rendimento scolastico; aumentano i costi per le cure sanitarie; conducono a discriminazione economica e sociale. E questo vale per ogni angolo del pianeta, paesi industrializzati compresi.

Sono aspetti che vanno considerati quando si mettono in atto programmi di aiuto per la sicurezza alimentate: agire non solamente dal punto di vista dell'accesso al cibo, ma anche sulle strutture sanitarie, sull'istruzione, sull'occupazione, sui servizi sociali.

Occorre considerare inoltre che se la malnutrizione, soprattutto quando legata ad insufficienza dietetica, è una piaga che affligge milioni di persone nei paesi impoveriti, problemi di salute connessi ad una cattiva alimentazione non risparmiano i consumatori occidentali. In particolare gli eccessi alimentari che conducono all'obesità e la cultura dilagante del fast food, aumentano il rischio di malattie cardiovalscolari ed influiscono, come nel caso della denutrizione, sulla produttività, l'apprendimento e l'esclusione sociale.

 

Accesso al cibo: un diritto negato

La fame non è quasi mai un problema di risorse scarse. È piuttosto una questione di accesso e distribuzione delle risorse stesse, nonché di regole che governano la commercializzazione dei prodotti agricoli.

Nel decennio tra il '60 e il '70, il problema della sicurezza alimentare fu erroneamente affrontato dal punto di vista della scarsità di cibo. In quegli anni, alla base della cosiddetta “rivoluzione verde” esisteva la convinzione che un aumento significativo della produzione agricola fosse la risposta ai problemi di milioni di contadini affamati nei paesi del sud del mondo. Ciò attraverso l'uso di tecnologie che mirassero tanto alla produzione di nuove qualità di piante (ottenute con l'accoppiamento di varietà vegetali geneticamente selezionate e l'utilizzo di fertilizzanti), quanto allo sviluppo di nuove tecniche agricole, più standardizzate, intensive e meccanizzate. All'efficienza produttiva si accompagnò una sempre maggior liberalizzazione dei mercati agricoli, nella speranza che ciò conducesse ad un abbassamento dei prezzi.

La realtà dimostra invece come il mercato agricolo internazionale non sia mai stato libero, in primis poiché il settore agricolo delle economie più avanzate gode di cospicui sussidi,che stravolgono la libera determinazione dei prezzi, in secundis perché i mercati stessi sono controllati dalle solite multinazionali in regime di oligopolio e i prezzi seguono gli andamenti delle speculazioni finanziarie sulle principali borse valori mondiali.

Nel dettaglio, la deregulation dei mercati (di fatto imposta da Unione Europea, Stati Uniti, WTO, FMI e lobby private di settore), impedisce ai governi dei sud del mondo di svolgere un ruolo di garante nella stabilità dei prezzi e nel sostegno ai piccoli produttori, permettendo al contempo ai produttori occidentali di godere di sussidi governativi. Le eccedenze prodotte dalle economie avanzate vengono immesse sul mercato sottocosto, con un effetto dumping insostenibile per i piccoli produttori, che devono competere ad armi impari con prodotti sussidiati. Il rialzo esponenziale del prezzo delle materie prime agricole incide naturalmente sul costo dei generi alimentari. A ciò si aggiunga la produzione monocolturale a cui sono stati obbligati, a partire dall'epoca coloniale, i paesi impoveriti: tè, caffè, cacao, tabacco, banane e altri prodotti destinati ai mercati del nord, con i prezzi fissati da questi ultimi e su terre spesso controllate dai grossi gruppi stranieri. Una struttura agricola, questa, che non consente ai paesi in via di sviluppo l'autosufficienza alimentare.

Risultato: la maggior parte dei paesi del sud del pianeta si è trasformato, in pochi decenni, da esportatore ad importatore netto di alimenti, con conseguente totale dipendenza dai mercati internazionali. Il problema è vitale, se si considera come in queste zone il settore agricolo è quello più importante in termini di contributo al Pil e occupazione.

La risposta non è, come talvolta proposto, un'ulteriore liberalizzazione del commercio agricolo internazionale. Ammesso che possa considerarsi libero un mercato dove agisce un cartello di grandi imprese agroalimentari e dove, soprattutto, ad una sola parte (il sud) è imposto il divieto di qualsiasi intervento pubblico ed l'abbattimento delle barriere all'ingresso di prodotti sussidiati dalla parte opposta dell'emisfero. Urge un ridisegno dei rapporti di forza tra gli attori coinvolti sui mercati, oggi caratterizzati da un perverso disequilibrio delle forze in campo. I piccoli produttori del sud non hanno alcuna voce in capitolo, né tanto meno alcuna possibilità di influenzare la determinazione dei prezzi, che seguono l'andamento delle speculazioni finanziarie sulle borse merci. Occorre favorire la nascita di gruppi, organizzazioni e consorzi di agricoltori locali, che sappiano unire le forze per far valere, anche a livello politico, i propri diritti legati alle terre. Serve altresí un ripensamento dei modelli di sviluppo agricolo, meno intensivi e monocolturali, più incentrati sulla piccola agricoltura organica differenziata e la valorizzazione dei mercati locali.

La deregolamentazione unilaterale dei mercati agricoli è, come visto, una delle cause principali dell'attuale crisi alimentare. Purtroppo non è l'unica. Accanto agli effetti prodotti dal commercio internazionale, la crisi è resa ancora più grave dal cambiamento climatico, dal degrado ambientale, dall'accesso all'acqua, dai conflitti, dall'utilizzo degli agrocarburanti, da una scarsa educazione alimentare.

In particolare, il cambiamento climatico, conseguente al surriscaldamento globale, ha un influenza notevole sulla capacità produttiva di quei paesi (soprattutto nell'Africa Subsahariana) la cui agricoltura è particolarmente legata alle condizioni climatiche. La desertificazione di molte zone porta ad una riduzione delle superfici coltivabili, così come eventi climatici avversi (cicloni, uragani, gelate, per citarne alcuni) hanno un potere distruttivo sulle colture, soprattutto quelle che si sviluppano lungo le fasce tropicali. Va sottolineato come il comparto agricolo sia allo stesso tempo vittima e concausa del mutamento climatico: il ricorso all'agricoltura intensiva, industriale, l'utilizzo di fertilizzanti e pesticidi hanno notevolmente aumentato l'emissione dei gas serra, raggiungendo oltre il 12% delle emissioni totali. Anche in questo caso, la promozione di un modello agricolo più sostenibile, tocca gli interessi dei gruppi multinazionali, che hanno realizzato profitti enormi con l'industria chimica, gli ogm e il biotech.

 

Politiche di aiuto alimentare

L'aiuto internazionale alimentare (food aid) a favore delle popolazioni colpite da fame cronica o da situazioni di emergenza che ne impediscono l'accesso al cibo, rappresenta una delle più antiche forme di aiuto internazionale. La risoluzione al problema della fame e della malnutrizione è da tempo al centro dell'agenda di governi e organizzazioni internazionali: il primo degli otto Obiettivi del Millennio si prefigge il dimezzamento del numero di persone che soffrono la fame, entro il 2015; l'articolo 11 del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, riconosce per ogni individuo il diritto all'accesso al cibo. Numerosissime sono le organizzazioni non governative e i gruppi organizzati della società civile che, con azioni strutturate sul campo o attraverso il trasferimento di scorte e fondi, cercano di contribuire alla risoluzione del problema.

Eppure la drammaticità dei numeri ci ricorda che 30.000 bambini al giorno muoiono per cause legate alla malnutrizione, che nel corso degli ultimi 20 anni il numero delle emergenze alimentari è raddoppiato, che le superfici coltivabili si stanno riducendo drasticamente.

Necessario dunque ripensare la politica degli aiuti alimentari. Il rapporto SOFA 2006 (The State of Food and Agriculture), redatto dalla FAO, prova a mettere in luce le principali lacune dell'attuale sistema degli aiuti, proponendo alcuni cambi di direzione per il futuro. Il trasferimento di derrate alimentari è in alcuni casi l'unica alternativa possibile, quando si deve far fronte a crisi umanitarie, causate da conflitti o catastrofi naturali. Tuttavia, questo tipo di soluzione dev'essere un intervento di brevissimo termine, ben indirizzato ai destinatari primi e considerato come il primo anello di una catena di aiuti più strutturati, che permetta alle popolazioni colpite di procedere lungo la strada della sicurezza alimentare in maniera autonoma e sostenibile. Laddove possibile, meglio ricorrere all'aiuto sotto forma di denaro o buoni pasto. L'invio di scorte alimentari può avere infatti conseguenze negative sulla stabilità dei mercati e sulla capacità di recupero dei sistemi alimentari locali. Il rischio di assistenzialismo è elevato, l'aiuto esterno può creare dipendenza e disincentivo alla produzione locale, a discapito di azioni di sviluppo a lungo termine.

Ingenti anche gli sprechi: la FAO calcola che un terzo degli aiuti non raggiunge i destinatari finali. Ciò è vero soprattutto nel caso dei trasferimenti da governo a governo e in quello della diffusa pratica degli aiuti vincolati. Quando le condizioni lo consentono, acquistare gli alimenti in loco, anziché importarli dall'esterno, può ridurre inutili costi di transazione e rilanciare lo sviluppo agricolo regionale (ma attenzione al possibile effetto distorsivo sui prezzi locali).

Necessario inoltre investire in infrastrutture rurali, migliorare l'accesso al credito per i piccoli agricoltori, regolare il controllo delle risorse idriche, implementare programmi di formazione agricola ed educazione alimentare, potenziare le strutture sanitarie. Tutte iniziative che, pur non prevedendo il trasferimento di fondi e risorse, possono contribuire in maniera decisiva alla sicurezza alimentare nei paesi impoveriti.

 

Dalla sicurezza alimentare alla sovranità alimentare

"Per Sovranità Alimentare si intende il diritto delle persone, delle comunità e dei Paesi a definire le proprie politiche in materia di agricoltura, pesca, terra, alimenti, lavoro, in modo ecologicamente, socialmente e culturalmente appropriato alle specifiche situazioni". Questa la definizione elaborata dal Forum delle ong/osc per la Sovranità Alimentare (Roma 2002). Il Forum si colloca a sei anni dalla Conferenza FAO sulla Sicurezza Alimentare Mondiale e precede di cinque il Forum Mondiale di Nyéléni sulla Sicurezza Alimentare (in .pdf), a dimostrazione di un attenzione crescente, a livello internazionale, sul tema in questione. In Italia, il Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare (CISA) mira a raccogliere la più ampia partecipazione possibile, tra organizzazioni, associazioni e movimenti della società civile, al fine di fare pressione sui governi per un maggior rispetto degli impegni presi (come, ad esempio, il primo degli Obiettivi del Millennio) e sul WTO, per una radicale ridefinizione delle regole agricolo-commerciali a livello internazionale.

Sovranità presuppone potere decisionale e di controllo di una comunità su quanto prodotto dalla propria terra. Molte comunità contadine del sud del mondo subiscono, al contrario, regole imposte esternamente (Unione Europea, Stati Uniti, WTO, Banca Mondiale, solo per citarne alcuni). Il risultato ha un impatto multidimensionale: sui prezzi, sull'ambiente, sulla qualità e sicurezza degli alimenti, sull'accesso alle terre, sulla commercializzazione e sul consumo delle risorse e via dicendo.

Numerosi movimenti di piccoli contadini in tutto il mondo, come Via Campesina, hanno unito le loro forze per battersi affinché le politiche agricole ad oggi vigenti siano sostituite con altre che assicurino la protezione dei mercati interni, un maggior accesso al credito e alla terra, il controllo sulla qualità degli alimenti, l'abbandono dei metodi di allevamento intensivi (tema legato alla proliferazione di epidemie, come l'influenza aviaria o la febbre suina), la filiera corta, la trasparenza nelle informazioni e le leggi anti monopolio.

Anche noi, da consumatori, possiamo fare la nostra parte: col boicottaggio di taluni prodotti, con l'adesione ai Gruppi di acquisto solidale (GAS) o attraverso l'acquisto dei prodotti del commercio equo e solidale.

 

Documenti utili

Report finale del Vertice ONU sulla sicurezza alimentare

Le stime FAO 2008 sulla fame nel mondo

L'andamento dei prezzi di riso, frumento e grano nel periodo 2000-2009

Gli effetti della malnutrizione sui bambini, secondo Unicef

Il significato di malnutrizione (dal portale benessere.com)

Rapporto 2008 di Medici Senza Frontiere sulle dieci emergenze più dimenticate del pianeta

Alfredo Somoza, Un ritorno alle carestie?Le nuove politiche agricole ed economiche mondiali: il caso del Sud America, Milano 2008 (in word)

(Scheda realizzata con il contributo di Andrea Dalla Palma)

E' vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda "Nutrizione/Malnutrizione" di Unimondo: www.unimondo.org/Guide/Salute/Nutrizione-Malnutrizione.

 

Video

AMREF: Paola Cortellesi contro la fame