Haiti: il colera non va al ballottaggio

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Foto: Cdt

Chissà cosa avrebbe fatto e detto il giornalista Jean Dominique dalla sua Haiti oggi, se nel 2000 non fosse stato ucciso davanti alla sua radio a Port-au-Prince. “The agronomist”, da sempre in prima linea per un’Haiti democratica ed indipendente si troverebbe davanti ad un’isola ancora lontana dall’essere ricostruita a quasi un anno dal disastroso terremoto del 12 gennaio scorso, in piena emergenza per una pandemia di colera che conta ormai più di 2.000 morti e in un clima di violenza diffusa per gli scontri seguiti ai risultati “alterati” .

Se in un primo momento il maggior numero di voti era andato al popolare cantante Michel Martelly, con il 39% dei voti, seguito dalla ex “first-lady” Mirlande Manigat, moglie di Leslie, il primo presidente del dopo-Duvalier, ora il governo in carica ha annunciato l’esclusione di Martelly a vantaggio del grande favorito Jude Celestin il delfino dell’ex presidente Prevàl, che aveva ottenuto solo il 12% dei consensi.

L’insofferenza e la rabbia dei sostenitori di Martelly, in arte Sweet Mickey, s’è riversata in strada ed ha portato a violenti scontri dove diverse persone hanno perso la vita, il 90% degli uffici pubblici è stato dato alle fiamme ed il quartier generale del partito al governo Inité, accusato di brogli, è stato distrutto.

Situazione delicata e potenzialmente esplosiva, ma non solo per gli esiti elettorali. “Negli ultimi mesi - spiega Haiti Emergency - si sono moltiplicate le manifestazioni popolari degli sfollati che protestano per l’insufficienza degli aiuti umanitari e la mancanza quasi assoluta di degne opportunità di lavoro data la stagnazione dell’attività economica, soprattutto nelle città”.

Sotto accusa è finito l’ente che gestisce la maggior parte dei fondi donati dalla comunità internazionale, la Commissione ad Interim per la Ricostruzione di Haiti (Cirh) presieduta dall’ex presidente USA Bill Clinton e dal Primo ministro haitiano Jean-Max Bellerive, cui vengono imputati i ritardi e le colpe per l’inadempimento delle promesse fatte in primavera.

Così mentre cresce l’insofferenza, sia per l’esito elettorale, che per la lenta ricostruzione, il colera dilaga. “Spesso vediamo solo la punta dell’iceberg perché sappiamo che ci sono persone che stanno morendo per il colera nelle comunità rurali”, spiega David Schrumpf, che coordina l’equipe di MSF che si occupa di estendere le attività nel nord del paese. “Cerchiamo di raggiungerli con macchine, motociclette o a volte a piedi, per installare punti per la reidratazione orale e centri di cura”. Ma a seguito delle violente proteste scaturite nella capitale haitiana per i risultati elettorali, la situazione è peggiorata. Nonostante “i veicoli di MSF siano tra i pochi che possono spostarsi per la città”, racconta Francisco Otero, capo missione di MSF “garantire il trasferimento dei feriti e la continuazione delle nostre attività mediche diventa sempre più difficile”.

La stessa Caritas, la cui accolta fondi a seguito della colletta indetta dalla Cei ha raggiunto finora la somma record di circa 21 milioni di euro, di cui 3,5 milioni già destinati all'emergenza e 5,5 nella ricostruzione socio-economico e animativo-formativo, ammette che “elezioni e colera stanno rendendo tutto più difficile”.

Così, anche se dieci miliardi di euro sono stati stanziati dall'Unione europea per debellare l'epidemia di colera che ha colpito Haiti, la destabilizzazione politica e i violenti scontri conseguenti alle contestazioni del voto impediscono la regolare fruibilità dei finanziamenti. Come ribadito dalla commissaria europea agli Aiuti umanitari, Kristalina Georgieva, "gli operatori e i malati hanno bisogno di pace", elezioni e interessi dei paesi “benefattori” permettendo, visto che le percezioni sulle condizioni della competizione elettorale e il funzionamento dello stato di diritto sono ben esemplificate dai dati forniti da Transparency International sulla corruzione nel mondo che collocano Haiti agli ultimi posti (146esima nel 2010). [A.G.]

 

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