Afghanistan: l’impero della droga e le generazioni perdute

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Foto:  Pixabay.com

Sullo sfondo dei grandi campi di papavero della provincia di Helmand, in Afghanistan, un soldato cerca di completare la sua missione – lo sradicamento della pianta da oppio – tra nemici mimetizzati, mine antiuomo, trafficanti violenti e laboratori di eroina nascosti. Se non fosse che il soldato ha cinque vite per portare a termine il suo scopo, potrebbe sembrare una cronaca reale. Si tratta invece della trama di un videogioco creato dalle ragazze afghane dell’organizzazione Code to Inspire, con sede a Herat. Lo scopo: aumentare la consapevolezza, specialmente tra i giovani e le giovani, dei pericoli connessi alla droga, e della necessità, per tutto il paese, di lottare per sradicare le vastissime colture di papaveri da oppio controllate dai talebani. Alla luce dei recenti dati forniti dal Ministero afghano per la lotta alle droghe, il fatto che siano state delle ragazze a creare questo gioco ha ancora più significato: in Afghanistan, infatti, sarebbero almeno un milione le donne tossicodipendenti, e insieme a loro oltre 100 mila bambini.

Numeri allarmanti, che si basano su un’indagine governativa effettuata per lo più nelle aree rurali del paese. Molte cominciano perché i loro stessi mariti sono tossicodipendenti: la ricerca stima infatti a circa 3,6 milioni il numero dei tossicodipendenti e di coloro che ne subiscono le dirette conseguenze. “Sulla base della ricerca, un milione sono ragazzi e ragazze di età inferiore ai 18 anni, mentre circa 850.000 sono donne” spiega il ministero, che conferma una tendenza in aumento: “La nuova cifra che riguarda le donne potrebbe significare che il numero totale è molto più alto di quanto inizialmente pensato”. Si rivolgono alle droghe a causa della povertà, della disoccupazione, della violenza e della guerra, senza conoscere le reali conseguenze per sé e soprattutto per i loro figli, che finiscono per diventare anch’essi schiavi della droga fin dalla più tenera età. “La tossicodipendenza è molto più pericolosa di un attacco suicida, perché la dipendenza passa da una generazione all'altra” ha commentato ad Arab News la volontaria Laila Haidari, che si occupa di aiutare le donne tossicodipendenti nella provincia centrale di Bamyan. Attualmente, i centri di riabilitazione nel paese che trattano specificamente donne e bambini sono venti in tutto, mentre l’azione delle autorità sarebbe per lo più simbolica e inefficace: "Il governo arresta i tossicodipendenti, li carica negli autobus e li porta nei centri di riabilitazione” spiega Haidari. Il problema è che poi la maggior parte riprende a drogarsi una volta fuori: “Piuttosto che costringerli, c’è bisogno di psicologi che li aiutino a rinunciare alla loro dipendenza”. Lei stessa nel 2013 aveva aperto un suo centro di recupero per donne e bambini, poi chiuso quasi subito a causa delle continue minacce dei trafficanti.

Tra scarso supporto delle istituzioni, corruzione, la guerra e un’occupazione militare che va avanti da oltre 16 anni, quella della droga è una piaga che coinvolge tutto il paese e che si acuisce nei luoghi dove l’instabilità è più radicata. Non è caso che l’Afghanistan sia il primo coltivatore al mondo del papavero (attività illegale), da cui vengono prodotti l'oppio e l'eroina. Secondo il rapporto annuale dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), nel 2017 il raccolto di oppio del paese si aggirava intorno alle 9.000 tonnellate, con un aumento dell'87% rispetto all'anno precedente. Un vero e proprio boom, che va a riempire le casse dei talebani – che controllano tutta la filiera – così come dei signori della guerra e dei governanti corrotti. Secondo il report, l’aumento della produzione è dovuto principalmente ad un aumento dell'area coltivata a papavero da oppio, cresciuta fino a raggiungere il record di 328 mila ettari, in aumento del 63% rispetto ai 201.000 ettari del 2016. I papaveri da oppio crescono soprattutto nel sud dell'Afghanistan, nella provincia di Helmand – lì infatti è ambientato il videogame delle ragazze di Code to Inspire – ma le coltivazioni si stanno espandendo anche nel nord e a ovest. Basti pensare che le province "poppy-free", cioè quelle libere dal papavero, sono diminuite nell'ultimo anno da 13 a 10, con un conseguente aumento di quelle in cui si trovano le coltivazioni, passate da 21 a 24. Una maggiore produzione, in un mercato che non conosce concorrenti, significa prezzi più bassi e maggiore purezza anche nello spaccio al dettaglio: “Un’eroina di qualità più elevata e a basso costo raggiungerà i mercati di consumo in tutto il mondo portando ad un aumento del consumo e alle conseguenze dannose correlate” spiega l’Unodc.

Ma a cosa si deve questa produzione così elevata? L’elenco dell’Unodc va dalla crescente instabilità politica, allo spostamento del controllo dei gruppi antigovernativi nelle aree urbane a scapito di quelle rurali, dalla povertà crescente e conseguente maggiore disponibilità di manodopera a basso costo per il raccolto, a una migliore organizzazione tecnologica dei coltivatori, oltre alle favorevoli condizioni meteo. Inoltre, i talebani hanno da tempo compreso come la vendita del prodotto finito, in periodi di prezzi al ribasso, sia molto più remunerativa: laboratori e raffinerie sono così sorti un po’ ovunque (a Helmand soprattutto) e oggi i talebani – così come warlords e autorità corrotte – lucrano su ogni gradino della catena dell’oppio. Certo, i programmi di eradicazione portati avanti dall’esercito americano esistono – si stima che, dal 2002, gli Stati Uniti abbiano speso a questo scopo un cifra pari a 7,6 miliardi di dollari – ma si limitano a colpire gli effetti della produzione, e non le sue cause di fondo, rivelandosi di fatto inefficaci: le colture semplicemente vengono spostate altrove.

“Agli agricoltori deve essere data l'opportunità e le risorse necessarie per coltivare colture alternative – spiega M. Ashraf Haidari in un articolo per l’ Observer Research Foundation – Il problema è esacerbato dal fatto che la maggior parte degli agricoltori afgani sono mezzadri, i cui proprietari dettano ciò che possono coltivare. Di conseguenza, il papavero da oppio di alto valore è il raccolto preferito”. Eppure le alternative ci sono: ad esempio, nella provincia occidentale di Herat, i contadini che sono stati aiutati a passare dalla coltivazione del papavero a quella dello zafferano, avrebbero ottenuto dei buoni risultati, nonostante la sostituzione non sia così facile e le minacce e gli attacchi sempre dietro l’angolo. Non solo: l’incremento della produzione avrebbe creato opportunità di lavoro per centinaia di donne. Anche la ventenne Khatera Mohammadi, tra le creatrici del videogioco sulla guerra all’oppio, sogna distese di zafferano al posto dei campi di papavero: "Il profitto dello zafferano è più elevato – commenta la ragazza all’AP – sarebbe un miglioramento per tutto il paese”.  

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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