Swaziland: viaggio dentro il regno contestato

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Ingresso residenza reale - Foto:  M. Capuzzo ®

Swaziland, un piccolo gioiello incastonato tra il Mozambico e il Sudafrica, con una popolazione di circa un milione e mezzo di abitanti, sconosciuto ai più ma non ai turisti in cerca di mete per combinare natura e sport estremi, eventi culturali e paesaggi mozzafiato. Proprio grazie al turismo, promosso nel Paese a tutto tondo, l’economia prova a marciare con grandi difficoltà. Dalla presentazione sul web ai giornali distribuiti in ogni luogo pubblico, alla cartellonistica e organizzazione di eventi molto attrattivi, c’è una spinta e una comunicazione ben fatta di promozione turistica da fare invidia a molti Paesi molto più grandi e “ricchi”.

Quest’anno inoltre lo Swaziland è stato sede del 36esimo summit del SADC ( Southern African Development Community- Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale) , durante il quale il re dello Swaziland Mswati III ha preso la presidenza per il prossimo anno. La Comunità nata nel 1992 ha lo scopo di facilitare la cooperazione e promuovere una crescita socio economica equa e sostenibile nella regione. Ad oggi i Paesi membri sono: Angola, Botswana, Repubblica Democratica del Congo, Lesotho, Madagascar, Malawi, Mauritius, Mozambico, Namibia, Seychelles, Sudafrica, Swaziland, Tanzania, Zambia e Zimbabwe.

Una vetrina verso l’esterno, dunque, piuttosto lucida e smagliante ma dietro questa patina di modernità e sviluppo continua ad essere uno dei Paesi con il tasso di HIV tra i più alti al mondo, 28,8% degli adulti nel 2015, secondo i dati UNAIDS. La siccità ha prosciugato negli ultimi tre anni tutte le riserve idriche del Paese rendendolo da perla verde a un territorio di campi secchi e brulli a perdita d’occhio.

Unica monarchia assoluta del continente africano, lo Swaziland è sotto i riflettori di molte organizzazioni per la tutela dei diritti umani a causa della repressione di qualsiasi forma di opposizione. Il sistema politico infatti spesso asseconda le preferenze regie.

Incuriosita da questo Paese così contradditorio io e la mia famiglia siamo andati a visitarlo proprio durante una delle manifestazioni più contestate: la danza dei giunchi ( Umlhanga) che avviene una volta all’anno al cospetto del re. Quest’anno ha inoltre coinciso con il vertice SADC dando la possibilità così ai capi di stato dei Paesi confinanti di partecipare.

In una settimana tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, che viene stabilita di anno in anno, tutte le donne nubili del Paese vengono invitate a passare otto giorni di cerimonie presso la residenza reale: i primi giorni si registrano, i successivi vanno a raccogliere i giunchi poi si presentano alla regina e alla viglia della danza si agghindano con i vestiti tradizionali. Infine gli ultimi due giorni danzano per ore, divise in gruppi di villaggi da cui provengono, davanti al loro re. Un tempo questa era l’occasione per il sovrano di scegliere la propria moglie, ad oggi ne ha 15. Ma già da alcuni anni si segue il rituale senza che, però, venga scelta una nuova compagna.

Si parla di 40,000 vergini che ogni anno provengono da ogni villaggio al richiamo del proprio sovrano per rendere omaggio alla castità. Durante tutto l’evento, soltanto due giorni aperto al pubblico, vengono ripetuti messaggi di lotta all’HIV, di importanza alla castità e di onore alle ragazze giunte per celebrare la danza. Lo spettacolo è unico: uno stadio pieno di giovani vestite in abiti tradizionali dai mille colori con scudi, sciabole, canne, ornamenti sulla testa e alle caviglie. Danzano perfettamente sincronizzate per ore ed ore. Quasi tutte con il petto nudo.

Mi soffermo a pensare ai diversi punti di vista e comincio discretamente a chiedere in giro le differenti opinioni. Si compone un puzzle inatteso.

Gli anziani dei diversi villaggi e i capi clan in molti casi pretendono che tutte le ragazze del proprio villaggio nubili partecipino all’Umhlanga, in altre parti del Paese invece, come nella capitale, ciascuna è libera di partecipare oppure no. Per i capi clan dunque è un modo di assecondare e compiacere il proprio sovrano.

Per il re è l’ennesimo modo per farsi grande davanti al proprio popolo e come quest’anno mostrare la propria vetrina ai Paesi limitrofi , e anche momento di promulgazione del messaggio di lotta all’HIV, secondo le politiche da lui decise.

Per l’Occidente è uno scempio: un re che vive nel lusso e affama i propri sudditi, una cerimonia sessista e non rispettosa del genere femminile costretto a mostrarsi senza veli davanti al sovrano per compiacerlo.

Ho tentato di fare un passo indietro, di non guardare soltanto con i filtri che i miei pregiudizi e la mia formazione mi avrebbero consentito, ho tentato anche io di “spogliarmi” facendomi e poi formulando qualche domanda: qual è il punto di vista delle protagoniste? E sono davvero protagoniste?

Ci dicono che molte delle ragazze sono felicissime di partecipare alla danza, per loro è un campo estivo gigantesto, è occasione per fare un viaggio e passare una settimana intera fuori dal proprio villaggio con le amiche. Per molte l’unica volta che hanno la possibilità di uscire dal “nido”. Passare giornate intere a farsi belle e danzare davanti al proprio sovrano che nonostante tutto in molti dicono essere rispettato. La nudità non pare essere un problema, è costume esporre il petto. In effetti paiamo più imbarazzati noi occidentali presenti che le partecipanti stesse davanti al pubblico. Il clima che si respira anche dietro le quinte sembra di festa, davvero da campo estivo, in una comprensibile confusione e caos, come sarebbe qualsiasi occasione di ritrovo per migliaia di giovani in qualsiasi parte del mondo. Forse per qualcuna davvero è soltanto una bella occasione per dare spazio a sogni, desideri o semplice divertimento come le coetanee altrove.

Infine non so rispondere alle domande che mi sono posta, come sempre non si può generalizzare e interpretare una tale complessa realtà. Sicuramente il regno dello Swaziland deve affrontare sfide enormi e il suo popolo conquistare i propri diritti e noi continuare a guardare il mondo da più punti di vista possibili.  

Chiara Conti

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