Xenofobia e razzismo

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Infermieri e domestiche e badanti di vecchi e bambini, quello che abbiamo di più prezioso (e di prostitute, addette ad altre cure corporali), e lavoratori primatisti di morti bianche, e li chiamiamo delinquenti e li additiamo alla paura. Ci sono centinaia di migliaia di persone che aspettano la regolarizzazione secondo il capriccio dei decreti flussi, e intanto sul loro lavoro si regge la nostra vita quotidiana. (Adriano Sofri)

 

Introduzione

Il razzismo è una teoria che sostiene la suddivisione degli uomini in razze e caratterizza la specie umana come composta da una razza superiore ed altre inferiori che, in ragione di tale distinzione, vengono discriminate e perseguitate. In senso più ampio e nell’uso comune, si può parlare di razzismo per indicare gli atteggiamenti di insofferenza e pregiudizio nei confronti di chi manifesta un’identità etnica, culturale o sessuale diversa dalla propria.

La biologia considera tutti gli esseri umani appartenenti ad una sola razza per l’elevatissima omogeneità a livello di geni conseguente al discendere tutti da un limitato numero di antenati, visto che l’evoluzione umana è molto recente. Le teorie razziste di ogni tempo hanno diffuso ideologie falsamente scientifiche contrarie a questa premessa. Il razzismo, in senso forte, afferma la suddivisione degli uomini in razze e caratterizza la specie umana come composta da una razza superiore ed altre inferiori.

Si può parlare anche di un razzismo in senso debole; esso è dato dagli atteggiamenti di intolleranza, discriminazione e violenza nei confronti di individui o gruppi di persone identificabili in base alla loro cultura, etnia, lingua, religione, sesso, sessualità o caratteri fisionomici. In questo caso è più corretto utilizzare il termine xenofobia.

 

2. Razzismo e xenofobia nella storia

La storia del razzismo e della xenofobia pare tanto antica quanto quella dell’umanità poiché gli atteggiamenti di discriminazione e intolleranza hanno sempre avuto la funzione di rinsaldare su basi etniche e culturali le comunità politiche contro i presunti nemici (gli stranieri, i diversi, …). Se prevalentemente le teorie razziste sono state rivolte alla persecuzione di neri ed ebrei, il fenomeno discriminatorio e xenofobo ha riguardato la maggior parte delle etnie. Seguendo l’evoluzione storica di popolazioni e civiltà si può rilevare che gli incontri tra culture differenti si sono verificati principalmente in maniera violenta e forzata: i grandi movimenti migratori, infatti, hanno sempre avuto alla base necessità quali fuggire da fame e miseria o rifugiarsi lontano da guerre, persecuzioni. Nei secoli, gli individui hanno per lo più evitato e respinto l’idea di riconoscere a uomini appartenenti ad altre culture pari dignità e diritti. Si può dunque affermare che la storia degli uomini è segnata da razzismo e xenofobia.

Il mondo greco è caratterizzato dalla contrapposizione tra greci e barbari, tra la cultura della libertà e della legge e quella del dispotismo. Tale contrapposizione, che si era venuta a creare durante le guerre contro la Persia ed è il fondamento su cui Aristotele giustifica l’istituto della schiavitù. Secondo il filosofo greco, infatti, gli uomini si dividono in “liberi per natura”, idonei a comandare, e in “nati per essere schiavi”, atti ad essere guidati in quanto prettamente irrazionali. A questa seconda razza di uomini appartengono gli schiavi. Nell’antica Grecia la discriminazione è indirizzata soprattutto verso gli schiavi, mentre gli stranieri che vivono in maniera stabile in una qualsiasi polis greca, cioè i meteci hanno la libertà anche se non possono fruire di diritti politici e avendo obblighi quali versare una tassa annuale e prestare il servizio militare.

Il mondo romano è caratterizzato da un atteggiamento di disprezzo nei confronti dei barbari: nelle opere di Cicerone e Tacito ad esempio i Germani, i Galli, i Celti sono ritenuti inferiori in quanto selvaggi e rozzi. I Romani consideravano gli stranieri di cultura inferiore e soggetti pericolosi proprio perché diversi per usi, costumi e lingua. Va però evidenziato che non esistono pratiche discriminanti basate su sangue o colore della pelle.

Durante l’epoca medievale la gran parte delle discriminazioni è di tipo religioso: uomini e donne, accusati di eresia e stregoneria, sono perseguitati e spesso giustiziati dopo clamorosi e fittizi processi. In particolar modo tra i secoli XI e XIII in tutto il Mediterraneo si assiste al dilagare di violenze e scontri armati tra cristiani e musulmani, in seguito alle crociate bandite e promosse dal papato con la formale finalità della riconquista della Terra Santa e la liberazione dagli “infedeli”. Il Medioevo europeo è caratterizzato, inoltre, da ondate di persecuzioni e recrudescenza contro gli ebrei. L’avversione verso gli ebrei, già diffusa prima e dopo l’avvento di Cristo, dovuta soprattutto al loro costituire un gruppo sociale con un forte spirito comunitario e una forte identità culturale, è rafforzata dal pregiudizio religioso: nelle terre della cristianità gli ebrei sono accusati di essere il popolo deicida. L’antisemitismo diventa così la chiave di lettura di molti fenomeni: gli ebrei, costretti a vivere nei ghetti, sono ritenuti, ad esempio, i responsabili della terribile epidemia di peste che colpisce l’Europa nel XIV secolo.

Al termine del XV secolo, in seguito alle grandi scoperte geografiche, gli Europei entrano a contatto con culture e popolazioni sconosciute come i Maya, Indios, Atzechi. Gli Indios sono del tutto sconosciuti e anche nella Bibbia non si fa parola di popolazioni con tale colore della pelle e tale struttura fisica così differenti dal fenotipo noto in Europa. Vengono, quindi, giudicati ‘non umani’, esseri senza ragione, sentimento e moralità. Questa “attribuzione d’alterità” fornisce una giustificazione alla strage di decine di milioni di indigeni e allo sfruttamento dell’America latina. Un esempio simile della barbarie razzista perpetrata dagli europei è anche la tratta degli schiavi prelevati dall’Africa occidentale per esser poi riversati nelle colonie inglesi e francesi del nord America e in quelle spagnole del sud America: la giustificazione di questo crudele sfruttamento è la convinzione che le persone dalla pelle nera siano inferiori e incarnino il male. In termini di vite umane, è così che, a partire dal 1500, in tre secoli, vengono trasportate con violenza più di 10 milioni di schiavi neri, utilizzati nelle piantagioni e nelle miniere.

Con lo sviluppo delle scienze naturali, nel XIX secolo, in Europa, la situazione in termini di razzismo e xenofobia peggiora: studiosi ricercano conferme scientifiche a tutte quelle teorie di stampo razzista che, nei secoli, si sono radicate nel vecchio continente. Inoltre, non più l’idea di nazione, ma il nazionalismo, secondo cui una patria è superiore alle altre, e poi l’imperialismo, per cui è necessario giustificare il dominio dei bianchi nelle colonie, rafforzano il diffondersi delle teorie razziste.

Il conte de Gobineau diviene il teorico principe del razzismo moderno: nel 1853 egli recupera e sintetizza tutte le conoscenze “scientifiche” formatesi nei due secoli precedenti pubblicandole nel Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane (1855). L’autore si serve di argomentazioni di varia natura: tesi antropologiche, linguistiche, storiche e culturali sono usate per sostenere l’esistenza di tre razze principali ognuna delle quali caratterizzata da aspetti fisici e legati al comportamento.

Gli scopi di de Gobineau sono: sostenere l’impareggiabile superiorità della razza bianca e tedesca rispetto ad ogni altra e trasmettere l’importanza di non contaminare tale razza con le altre, in modo da evitare incroci considerati aberranti contaminazioni con quelle che erano definite le razze inferiori. La volgarizzazione delle teorie sull’evoluzionismo di Darwin determina un’applicazione di tali nozioni scientifiche al campo sociale. Nel XIX e nel XX il razzismo porta ovunque discriminazione, emarginazione e persecuzione, ma solo con il nazismo si trasforma in progetto sistematico di morte, attraverso la teorizzazione e l’attuazione della soluzione finale, cioè lo sterminio della razza ebraica e la completa arianizzazione della Germania, in quanto gli incroci razziali determinano solo esseri deboli, degenerati sia fisicamente sia mentalmente. I principali teorici sono Alfred Rosemberg e Adolf Hitler.

Rosemberg sostiene, nell’opera Mito del XX secolo (1930), che gli ebrei siano la razza nemica e che il razzismo sia la nuova “Chiesa del popolo”. Adolf Hitler nel Mein Kampf (1934), libro in cui è esposta l’ideologia nazista, esalta la superiorità degli ariani (concetto errato di razza che indica i popoli germanici indoeuropei) e l’inferiorità delle altre razze (neri, slavi ed ebrei) e delle non razze (ad esempio gli zingari). In particolar modo l’odio verso gli ebrei si esprime con una nuova forma di antisemitismo che abbina ai forti e secolari pregiudizi di origine cattolica (accusa di aver ucciso Cristo, di sacrificare bambini cattolici al loro Dio..) una nuova connotazione fondata sulla loro presunta inferiorità genetica. Il mito della razza pura viene trasformato da Hitler in strumento di propaganda finalizzato alla costruzione di un nemico; l’odio nei confronti degli ebrei serve a rafforzare il nazionalismo tedesco e il senso d’appartenenza al Reich. Nel 1935 a Norimberga sono emanate leggi razziste per la difesa della razza ariana: esse sono rivolte all’isolamento e alla progressiva distruzione della popolazione ebraica. A partire dal 1938 milioni di ebrei europei sono deportati nei campi di sterminio (lager) e uccisi dopo aver subito un trattamento disumano. Le vittime del genocidio ebraico sono circa 6 milioni, di cui 1.500.000 bambini. Inoltre sono perseguitati ed eliminati centinaia di migliaia di omosessuali, di zingari e di portatori di handicap fisici e mentali.

In Italia anche il regime fascista che faceva del nazionalismo e della discriminazione razziale uno degli elementi di forza del regime; dopo le violenze nelle colonie di Libia e d’Etiopia, attuate anche con l’utilizzo di gas e la costruzione di campi di concentramento, e la pubblicazione del “Manifesto degli scienziati razzisti”, Mussolini decide di perseguitare gli ebrei attraverso l’emanazioni di leggi speciali razziste (1938), approvate e firmate dal Re Vittorio Emanuele III, e di un apparato amministrativo e burocratico preposto al loro adempimento. Con le leggi razziali naziste e fasciste il razzismo trova piena attuazione e realizzazione in una dimensione giuridica statuale.

Anche la seconda metà del Novecento è segnata da forti tensioni razziali.

L’apartheid (letteralmente sviluppo separato) è la dottrina razzista teorizzata ed attuata dal Partito nazionalista del Sudafrica. Essa entra ufficialmente in vigore dopo le elezioni del 1948 e si fonda sull’estremizzazione del principio dell’esclusione della maggioranze nera dalla gestione politica del Paese, già sancita dalla Costituzione del 1910. Attraverso leggi che normano gli spazi di residenza, di movimento, di lavoro, di vita e i rapporti fra bianchi, neri, meticci e asiatici, il sistema dell’apartheid consiste nella rigorosa separazione della popolazione in gruppi sociali e territoriali (homeland), con l’esclusione della popolazione non bianca dalla sfera politica e il divieto di matrimoni e relazioni miste per impedire il mescolamento biologico tra etnie. Solo negli anni Ottanta, in seguito alla tenace lotta dell’African National Congress di Nelson Mandela, alle crescenti critiche dell’opinione pubblica internazionale e alle sanzioni delle Nazioni Unite, il sistema dell’apartheid entra in crisi in modo irreversibile sino ad essere abolito il 17 giugno 1991. Devono però passare ancora alcuni anni di tensioni e violenze affinchè si svolgano, nel 1994, le prime elezioni libere a suffragio universale che sanciscono la vittoria politica dell’ANC e l’elezione di Mandela a Presidente della Repubblica Sudafricana.

Anche gli Usa sono stati teatro di razzismo di stato nel corso del Novecento. Infatti, nonostante il presidente Abraham Lincoln avesse abolito, nel 1863, la schiavitù con la Proclamazione di Emancipazione, la discriminazione nei confronti dei neri continua sino alla metà degli anni ‘60 del Novecento. In molti stati del sud, come ad esempio il Mississipi e l’Alabama, rimangono ancora in vigore leggi di segregazione razziale e ci sono gruppi terroristici, come il Ku Klux Klan, sostenitori della “supremazia bianca”, possono compiere azioni violente e omicidi con la complicità e la protezione della polizia. Solo la presa di coscienza degli afroamericani e le battaglie condotte con caparbietà dai movimenti per i diritti civili, unite all’azione e al carisma di leader anti-apartheid come Martin Luther King e Malcolm X, portano il governo federale ad abolire le leggi razziste nel 1964.

Per quanto riguarda l’Italia merita particolare attenzione il razzismo legato alle migrazioni. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, infatti, milioni di italiani emigrano, in fuga dalla povertà e in cerca di fortuna; molti di essi sono vittima di sfruttamento, razzismo e xenofobia. Gli immigranti italiani vengono accusati di esser sporchi, criminali, terroristi e di rubare il lavoro; essi sono descritti come “topi di fogna, ubriachi e assassini”. Molti migranti ancor prima della partenza per poter ottenere un biglietto transoceanico (Australia e Usa), sono costretti ad indebitarsi con gli agenti che gestivano l’organizzazione dei viaggi.

 

3. Le Istituzioni oggi di fronte al razzismo

La Costituzione Italiana condanna ogni forma di razzismo all’articolo 3: ”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. I cittadini a cui l’articolo si riferisce sono anche tutti gli stranieri presenti nel Paese. L’articolo 42 del decreto legislativo 286/98 prevede che tutti i comportamenti che in forma diretta o indiretta, abbiano come conseguenza una distinzione, esclusione o preferenza basata su razza, colore della pelle, ascendenza, origine o convinzioni religiose siano da reputarsi discriminatorie per la legge italiana. Anche se tali comportamenti fossero non propriamente intenzionali sarebbero comunque illegittimi perché comprometterebbero l’essenza dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Il sistema giuridico italiano, inoltre, prevede pene molto severe per i colpevoli di razzismo e discriminazione. Con la legge n.654 del 1975 chiunque contribuisca alla diffusione di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale- etnico, incitando a commettere o commettendo atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, è punibile con la reclusione sino a tre anni. Chiunque invece commetta o inciti a commettere atti di violenza per eguali motivi, è punibile con la reclusione da sei mesi a quattro anni. La reclusione da cinque a dodici anni, con una multe da € 1033.00 a 10.330.00, possono spettare a chi promuova, diriga associazioni o gruppi con finalità antidemocratiche come quelle proprie del partito fascista, e che usino violenza e minacce come metodi politici propagandistici. Chi propaganda la costituzione di un movimento o di un gruppo con “finalità fasciste” esaltando pubblicamente esponenti o metodi del fascismo, è punibile con reclusione da sei mesi a due anni e con una multa compresa tra € 206.00 e € 516.00.

Inoltre la legge del 25 giugno 1993, n. 205, nota come legge “Mancino”, visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione, ritenendo “straordinaria la necessità ed urgenza di apportare integrazioni e modifiche alla normativa vigente in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa” prevede di istituire efficaci strumenti di prevenzione e repressione dei fenomeni di intolleranza e di violenza di matrice xenofoba o antisemita. Questa legge è nata anche con l’intento di contrastare le tifoserie violente all’interno degli stadi e le azioni di propaganda alla violenza e alla discriminazione razziale. Tra le iniziative istituzionali bisogna, infine, ricordare che nel 2000 il Parlamento italiano ha inoltre istituito (legge 211) il Giorno della Memoria (27 gennaio), in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

Il 1997, grazie ad una risoluzione dell’Unione europea, è stato proclamato “Anno europeo contro il razzismo”. Il trattato di Amsterdam (2 ottobre 1997) all’articolo 13 combatte le discriminazioni fondate su sesso, razza ed origine etnica, religione, convinzioni personali, handicap, età o tendenze sessuali. Nel giugno del 2000 sulla base di quello stesso articolo, il Consiglio ha adottato una direttiva per l’attuazione del principio della parità di trattamento fra le persone a prescindere dalle differenze e dall’origine etnica. Contestualmente il Consiglio ha varato un programma attuativo comunitario per combattere la discriminazione.

Il trattato sull’Unione europea, introdotto dal trattato di Amsterdam, con l’articolo 29 ha inoltre costituito una base giuridica per la lotta contro il razzismo e la xenofobia nell’ambito della cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale.

Con il Protocollo numero 12 alla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo del 4 novembre 2000 è illegale ogni forma di discriminazione attuata da enti pubblici e determinata da una motivazione qualsiasi. La discriminazione razziale è una violazione dei diritti umani, per questo è la Corte europea dei Diritti dell’Uomo che si occupa della realizzazione di tutte le disposizioni previste dal Protocollo nº 12. Gli stati che hanno aderito al protocollo ne posson far giudicare l’inadempienza dai propri tribunali.

Il Consiglio d’Europa ha anche dato vita ad una Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza denominata ECRI e formata da membri indipendenti. Essa è stata approvata dal vertice dei capi di Stato e di Governo dei Paesi membri del Consiglio d’Europa a Vienna il 9 ottobre 1993, per poi prender vita nel 1994 Grazie ad essa periodicamente vengono resi pubblici notizie ed analisi sui fenomeni di razzismo e di intolleranza diffusi negli Stati facenti parte del Consiglio d’Europa. L’Ecri fornisce anche indicazioni politiche destinate ai governi. In particolare tale Commissione si è espressamente rivolta al governo italiano per raccomandare alle autorità italiane l’adozione “di provvedimenti” contro ‘l’uso di discorsi razzisti e xenofobi in politica. Con l’entrata in vigore del trattato di Nizza, il 1° febbraio 2003, è stato affiancato al procedimento di sanzione già previsto dal trattato di Amsterdam un ulteriore meccanismo di “prevenzione o allarme”, con particolare riferimento alle violazioni dei diritti dell’uomo come razzismo, xenofobia e antisemitismo.

La comunità internazionale che ha adottato lo Statuto delle Nazioni Unite fin dal 1945 si è assunta l’obbligo di garantire il rispetto dei diritti umani e le libertà fondamentali per ogni essere umano a prescindere da differenze di razza, origini etniche, sesso, lingua o religione. Nel 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che specifica proprio nel primo e terzo articolo che tutti gli uomini, senza alcuna distinzione, sono nati liberi ed uguali in dignità e diritti. Nella “Convenzione sulla Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio”, in vigore dal 1951, inoltre il genocidio è condannato come ‘crimine internazionale’.

Soprattutto nei primi anni Sessanta, l’Onu ha concentrato le proprie azioni in quei territori privi di Autonomia di Governo, in cui lo spegnersi del razzismo era reputato conseguente alle politiche di decolonizzazione: per tale ragione l’Assemblea Generale ha sostenuto fortemente la legittimità della battaglie di popolazioni oppresse nel Sud Africa, ed in altri paesi quali Namibia e Rhodesia. Nel 1963 l’Assemblea Generale ha adottato la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione Razziale. In essa viene constatato che sebbene si siano fatti molti progressi, le discriminazioni basate su razza, colore della pelle o origine etnica hanno perseverato in maniera preoccupante. All’Articolo 1 in essa si ribadisce il ruolo fondamentale dei principi cardine dello Statuto ONU e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel costruire buone relazioni internazionali.

Nel 1965 l’ONU ha adottato la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione Razziale, strumento legalmente vincolante, in vigore dal 4 gennaio 1969. Secondo tale convenzione è da reputarsi “discriminazione razziale” ogni “distinzione, esclusione, restrizione o privilegio basato sulla razza, il colore della pelle, la discendenza o l’origine nazionale o etnica, avente il proposito o l’effetto di cancellare o indebolire il riconoscimento, il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali”. Successivamente è nato anche il Comitato sull’Eliminazione della Discriminazione Razziale, un vero e proprio organo di monitoraggio nonché il primo previsto da un trattato sui diritti umani, atto a vigilare sulla reale applicazione della Convenzione: esso analizza i rapporti dei diversi Stati aderenti alla Convenzione.

Nel 1968, a Teheran, si è svolta la prima Conferenza Internazionale sui Diritti Umani: essa si è pronunciata per la criminalizzazione delle organizzazioni razziste e naziste. Il 1971 è stato per l’ONU l’ Anno Internazionale per la Lotta contro il Razzismo e la Discriminazione Razziale: ogni Stato è stato sollecitato a intensificare le azioni per sradicare la discriminazione razziale in ogni sua forma. Su invito dell’Assemblea Generale, la Commissione sui Diritti Umani ha presentato proposte per un decennio di “vigorosa e continua mobilitazione contro il razzismo e la discriminazione razziale in ogni sua forma” tra il 1973 e il 1982. In tale decennio si è sviluppata una campagna mondiale per diffondere l’educazione e intraprendere misure per l’applicazione degli strumenti previsti dalle Nazioni Unite contro la discriminazione razziale.

Nel 1978 si è tenuta la prima 'Conferenza mondiale contro il razzismo e la discriminazione razziale'; in essa è stata fortemente ribadita la falsità scientifica di qualsiasi dottrina basata sulla superiorità di una razza. Infatti razzismo e discriminazione sono ingiuste e pericolose e si rivelano contrarie ai processi di civilizzazione nonché violazioni dei diritti umani. La conferenza ha condannato l’apartheid e recriminato le discriminazioni razziali come cause di ineguaglianze economiche.

Nuovamente a Ginevra nel 1983 la seconda 'Conferenza mondiale contro il razzismo e la discriminazione razziale' ha valutato i risultati del decennio prendendo atto del fatto che razzismo e discriminazione sono piaghe ancor presenti contro cui bisogna lottare in tutte le parti del mondo. Da tale conferenza è derivata un’aspra condanna dell’apartheid, del fascismo, del nazismo e di tutte le forme di neo fascismi in quanto crimini che costituiscono minacce per la pace. Un’attenzione articolare è stata dedicata alla discriminazione subita dalle donne, dai rifugiati, dagli immigrati e in articolare dai lavoratori migranti.

Non essendo stati raggiunti gli obbiettivi del primo decennio, l’Assemblea ha annunciato un secondo decennio per l’Azione contro il Razzismo e la Discriminazione Razziale dal 10 dicembre 1983. L’obiettivo principale del secondo decennio è stato l’eliminazione dell’apartheid con l’istanza per il Consiglio di Sicurezza di prendere in considerazione l’emanazione di sanzioni vincolanti contro il Governo del Sud Africa: nel 1990 tale governo, anche grazie alle pressioni dei mass media, ha liberato Nelson Mandela e cominciato a destrutturare il sistema dell’apartheid.

Dal 1993 il terzo decennio per l’Azione contro il Razzismo e la Discriminazione Razziale è stato aperto a Vienna: è stato rilevato il proliferare di nuove manifestazioni di razzismo e xenofobia in particolare nei paesi sviluppati. Gli effetti della globalizzazione consistono anche, come emerso, in nuove pressioni sociali che necessitano di rinnovate azioni per combattere e respingere il razzismo.

Nel 2001 in Sud Africa, a Durban, si è tenuta la Conferenza Mondiale contro il Razzismo con l’obiettivo di far emergere la consapevolezza riguardo alla tragica questione del razzismo e di promuovere azioni positive a vari livelli (nazionale, regionale ed internazionale) che rechino sollievo a chi nella quotidianità subisce razzismo e discriminazione razziale. Nella dichiarazione finale delle Ong del 2001 e’ emerso anche che: “Il popolo palestinese ha diritto di resistere all’occupazione nei limiti della legge internazionale fino al raggiungimento dell’autodeterminazione”.

A Ginevra, nella primavera del 2009, e’ stato approvato dalla Conferenza Onu sul Razzismo - nota come Durban Review Conference poiché l’intento era quello di terminare i lavori iniziati nel 2001 a Durban - il documento che conferma e ribadisce la lotta all’intolleranza e alla xenofobia. Il testo finale è stato definito “un successo” dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite, Pillay, ma è stato frutto di lunghe controversie e polemiche. La firma del documento per ribadire la lotta all'intolleranza e alla xenofobia, avvenuta con tre giorni di anticipo rispetto al calendario della Conferenza dell'Onu, è stata connotata da forti attacchi. Innanzitutto dopo l’intervento del presidente iraniano, Mahumud Ahmadinejad, che in precedenza ha definito Israele un 'regime razzista', scatenando non poche e prevedibili critiche da parte delle Nazioni Unite, la Conferenza è stata boicottata da 10 paesi. Tra i membri dell'Onu, che non hanno firmato il documento, ci sono anche Italia e Stati Uniti

 

4. Migrazioni e razzismo oggi

Il problema del razzismo nel mondo - oggi - è strettamente legato all’aumento delle discriminazioni a seguito dei flussi migratori e delle intolleranze nei confronti delle minoranze religiose e sessuali. Le società europee, in particolare, sono attraversate da preoccupanti spinte razziste, di carattere xenofobo, nei confronti soprattutto dei migranti, della popolazione rom e degli omosessuali. Particolarmente gravi sono gli atteggiamenti di discriminazioni nei confronti degli stranieri provenienti della aree più povere del pianeta. Di fronte alle numerose e crescenti miserie, ingiustizie economiche, guerre e corruzione, che lacerano i tanti sud del mondo, migrare rappresenta per milioni di uomini, donne e bambine l’unica strada per cercare di costruirsi un futuro di speranza, pace e dignità. La crescita della presenza di stranieri è vissuta, ma più spesso percepita attraverso i mezzi di comunicazione, da molti cittadini come una minaccia.

Pertanto, a fronte di un’apparentemente inarrestabile globalizzazione economica, si è assistito al ritorno di spinte politiche dichiaratamente nazionaliste e xenofobe e al verificarsi di episodi di violenza e di intolleranza verso gli immigrati poveri. Alcuni governi e parlamenti degli stati europei hanno varato leggi sull’immigrazione che spesso entrano in contrasto con le loro costituzioni, con il trattato di Nizza o con le carte dei diritti umani delle Nazioni.

Particolarmente complesso è il caso italiano; infatti, l’istituzione nel 1998 dei Centri di permanenza temporanea (CPT) - poi rinominati nel 2008, Centri di identificazione ed espulsione (CIE) - e l’introduzione del reato di clandestinità, approvato all’interno del cosiddetto “pacchetto sicurezza” varato nel 2009 dal governo Berlusconi, hanno sollevato molte critiche da parte di diversi settori della società civile e di molte ong italiane ed internazionali. Per la prima volta nella storia della Repubblica, uomini e donne sono di fatto arrestati e rinchiusi da 2 e 6 mesi solo per essere venute in Italia senza permesso di soggiorno; Medici senza Frontiere e Amnesty International hanno più volte denunciato, nell’ultimo decennio, le condizioni in cui vengono rinchiusi i migranti senza permesso di soggiorno e le violenze operate nei loro confronti da parte delle forze dell’ordine. Inoltre, secondo i rapporti di Amnesty International, accade che molti dei detenuti che hanno la possibilità di denunciare gli abusi di potere decidano di rinunciare ad intraprendere le vie legali mentre si trovano ancora nei Centri per paura di ritorsioni.

 

Bibliografia

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G.L. Mosse, Il razzismo in Europa dalle origini all'Olocausto, Laterza, Roma-Bari 1980

G.A. Stella, L' orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Bur, 2003

Ben Jelloun Tahar, Il razzismo spiegato a mia figlia, ed. Bompiani, 1999

 

Documenti
Buona parte dei documenti internazionali, europei e italiani possono essere reperiti sul sito del Cestim

 

(Scheda realizzata con il contributo di Matteo Saudino e Chiara Foà)

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