Società civile

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“Questo non è il migliore dei mondi possibili. Questa è una killing machine: è una macchina mortale che ha una catena di produzione che va dalle disperate bidonville fino alle Twin Towers, passando per tutti i luoghi senza diritti: da quelli del lavoro a quelli delle libertà civili. Per questo l’umile e prosaico motto “un mondo diverso è possibile” è passato nella coscienza civile e delle nuove generazioni. È passato perché ha avuto buoni testimonial non nelle chiacchiere, ma nei campi profughi; non nei pomposi editoriali, ma sotto le bombe a Sarajevo: nella solidarietà, nel mondo intorno e in questo paese, nell’impegno politico, civile, fatto con coerenza ed integrità, con spirito di servizio nella società civile come nelle istituzioni ”. (Tom Benetollo)

 

Cosa è la Società Civile?

Un primo ostacolo che troviamo nel tentativo di analizzare e comprendere il concetto di Società Civile, è quello della sua definizione. Ci si sono cimentati in molti, osservando anche l’evoluzione di tale concetto attraverso i secoli e spiegandoci la sua interpretazione nelle diverse epoche del pensiero occidentale. Dall’illuminismo al romanticismo, dalla crisi del novecento alle moderne e contemporanee elaborazioni ad uso e consumo della politica e dell’economia. Prendiamo allora in prestito alcune definizioni per cominciare ad orientarci.

È condiviso dai più che il moderno concetto di “Società Civile” sia un prodotto del “razionalismo”, ovvero, di quel periodo storico che vede il passaggio della vita politica dal chiuso delle corti (assolutismo) alla sfera pubblica, sia per motivi economici (la nascita della borghesia) che culturali (il positivismo). Secondo Carlo Galli, (docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna), infatti, tra il Sei e il Settecento “…attraverso il concetto di società civile il moderno mondo dei produttori rivendica orgogliosamente libertà e autodeterminazione, motivandole col proprio primato materiale, morale, intellettuale nei confronti della politica tradizionale e delle sue fonti di legittimazione autoritarie”. È singolare come questa interpretazione storica si discosti dal comune senso che affidiamo oggi al concetto di società civile, dove tra i soggetti in essa compresi, con difficoltà consideriamo gli attori economici. Ma questa è una contraddizione tutta italiana - come vedremo più avanti - frutto anche della grande espansione che nel nostro Paese ha avuto negli ultimi anni il mondo del no-profit.

Altro elemento su cui vi è condivisione di vedute è il fatto che la Società Civile sia nata in opposizione alla “politica”. A tal proposito, Paolo Corvo (Docente di Politica Sociale all’Università Cattolica di Milano) scrive: “L’espressione «società civile» si fonda sull’originarietà e l’autonomia della dimensione sociale dalla sfera politica.” Originarietà e autonomia che in alcuni momenti storici diventa distanza incolmabile; da un lato la politica, distante, astratta e autoreferenziale e dall’altro il Paese alle prese con i problemi contingenti, concreti e reali. In questa frattura tra paese reale e “realtà politica distante”, e proprio nella crisi della rappresentanza, trova il suo motivo principale lo sviluppo della Società Civile contemporanea.

Ma rimane la domanda: la Società Civile, nella sua autonomia dalla politica, fa politica? Dobbiamo considerare il ruolo svolto dalla Società Civile un ruolo “politico” o “anti-politico”? In teoria la Società Civile non è per sua definizione né anti-politica, né anti-istituzionale. Questo dipende dalle contingenze storiche e dalla sensibilità dei paesi in cui consideriamo l’esperienza. Oggi, si parla molto di anti-politica, come rifiuto di un certo tipo deludente, corrotto, autoreferenziale di gestione della cosa pubblica, ma non è sempre stato così, basti pensare, per quanto riguarda il caso italiano, a cosa avvenne nel ’91-’93 in seguito al terremoto “Mani pulite”, quando la Società Civile italiana entrò massicciamente nella vita politica del paese in un tentativo (per certi versi poi fallito) di rinnovamento e risanamento.

Possiamo parlare, pertanto, di Società Civile come “rifugio” dei singoli cittadini e loro aggregazioni, per il perseguimento di obiettivi di pubblica utilità lontano dalla vita politica, parallelamente ad essa o addirittura dentro la vita politica ed istituzionale. Un incontro-scontro in cui obiettivi, risorse e strategie sempre più spesso passano da una sfera all’altra attraverso processi di osmosi, opposizione, compartecipazione.

 

Le varie anime della Società Civile

Tenendo, quindi, presente che le “Società Civili” si sono differenziate negli anni e da paese a paese, azzardiamo qui di seguito una descrizione generale delle diverse componenti che hanno dato vita e sviluppato quella “Società Civile” che oggi viene considerata dall’opinione pubblica mondiale come il “quarto potere”. Dobbiamo ricercare queste “tre anime” nei settori più problematici della vita pubblica dove, per l’appunto, la cittadinanza ha reagito alle politiche, ai governi, ai poteri forti con una vitalità più o meno strutturata, ma con obiettivi e processi chiaramente individuabili. Questi settori sono: l’economia/lavoro, le guerre, l’ambiente.

Ognuno di questi settori ha avuto vita a se stante per molti anni. Rimandiamo alle specifiche schede per un’analisi dettagliata delle esperienze del sindacalismo, del pacifismo e dell’ambientalismo. Qui ricorderemo velocemente alcuni significativi sviluppi di queste tre aree di attivismo della Società Civile che hanno poi dato origine al nuovo percorso denominato “Movimento dei Movimenti”. Da sottolineare come queste tre aree siano a loro volta attraversate da una corrente di pensiero/azione trasversale che le ha profondamente agitate e maturate. Mi riferisco a quello che nel post ’68 era ancora definito “femminismo” e che oggi prende il nome di “politiche di genere”, “approccio di genere” o “gender mainstreaming”.

Una prima caratteristica da segnalare degli anni ’70-’80 è l’estraneità (o quanto meno la lontananza) del movimento dei lavoratori e dei sindacati dalle lotte pacifiste e ambientaliste. In molti casi, addirittura, gli attivisti si potevano trovare su schieramenti opposti. Era il caso delle lotte ambientaliste che mettevano in discussione gli insediamenti industriali, la costruzione di infrastrutture, lo sviluppo dei commerci e tutti quegli apparati economici che soli, a quel tempo, potevano garantire grossi numeri di posti di lavoro per la classe operaia. Il caso, numericamente limitato ma molto esplicativo di questa situazione, dei lavoratori nelle industrie belliche, segue la stessa dinamica: le lotte pacifiste per far cessare la produzione di armamenti metteva fortemente in discussione l’occupazione con conseguente opposizione del mondo operaio e sindacale. La parola “riconversione”, sia intesa per l’industria bellica che per tutte le attività economiche inquinanti e impattanti sull’ambiente, era ancora un’utopia lontana.

Anche dentro il mondo della cooperazione allo sviluppo, le istanze pacifiste ad ambientaliste erano percepite “estranee”. Vi era solo un modello di sviluppo possibile per i paesi poveri (non ci eravamo ancora abituati a considerarli “impoveriti” e tanto meno ci si rendeva conto che un certo tipo di sviluppo li condannava ad impoverirsi sempre di più), ed era quello occidentale. Il movimento “terzomondista” non lavorava con quello “pacifista” e quello “ambientalista”. L’esperienza del commercio equo e solidale, infatti, nasce in sordina e rimane un’esperienza d’elite per tutti gli anni ’90, e solo nei successivi anni duemila diventerà una delle esperienze diffuse di felice integrazione delle weltanschauung pacifista/ecologista/newglobal. Altra caratteristica riguarda non già l’azione e le attività di protesta, ma la ricerca e la formazione.

Anche nel campo del sapere, infatti, i percorsi sono rimasti per tanto tempo distinti e talvolta divergenti. Con la considerevole eccezione del referendum sul nucleare, alcuni nuovi approcci allo sviluppo scientifico, tecnologico ed economico, fanno fatica a diffondersi. Bisognerà aspettare gli anni duemila affinché trovino un atteggiamento di relativa fiducia nell’opinione pubblica. Ad esempio, quando la Società Civile chiede che il progresso scientifico sia regolato dalle democrazie e non lasciato alle regole del mercato, quello che prima era considerato un atteggiamento retrogrado e di sfiducia verso il progresso assume la dignità di “progresso dal volto umano”. Quando la Società Civile chiede che il progresso tecnologico sia a disposizione di tutti e non solo a vantaggio dei paesi ricchi, nasce la riflessione sul “digital divide”. Quando la Società Civile chiede che il progresso economico sia sostenibile e non distruttivo, non viene più considerata una visione pauperista ma semplicemente saggia e prudente, e si fa faticosamente largo il concetto di “decrescita”, ma per questo dobbiamo aspettare i giorni nostri. Come avviene, dunque, questo processo di “sintesi” delle critiche e di faticosa “contaminazione” tra le istanze che fino all’alba degli anni 2000 hanno camminato per sentieri diversi ed in ordine sparso?

 

La nascita del Movimento dei Movimenti

Seattle – Genova – Porto Alegre: ecco la simbolica traiettoria che indica però una molto concreta evoluzione della Società Civile Globale da singoli gruppi di attivisti a “quarto potere mondiale”. L’esperienza di Seattle, ovvero le proteste legate alla Terza Conferenza ministeriale del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) che avrebbe dovuto varare il “Millennium Round” (ovvero una serie di misure economiche e commerciali a favore delle grandi multinazionali e dei Paesi del nord del mondo), sono il segno che una nuova era ha inizio. In tutto il mondo ci sono proteste, le organizzazioni della società civile, per i diritti umani, dei consumatori, avanzano le loro proposte e si rendono visibili come mai prima di allora. Ma la cosa più importante è che al Summit di Seattle la presenza numerosa dei Sindacati americani si fonde con la presenza di ONG internazionali e dei sud del mondo.

È l’inizio della cosiddetta “strategia lillipuziana” che, in Italia, darà vita alla Rete Lilliput e a numerose iniziative di protesta. Tra Seattle (1999) e Genova (2001) si sono svolti ulteriori controvertici, sia locali che internazionali, come ad esempio quelli di Davos (Forum Economico Mondiale 2000) e di Okinawa (G8 2000). Ma è su Genova (G8 2001) che si concentra l’attenzione dei media mondiali e di tutto il Movimento che – a questo punto – chiamare ambientalista comincia ad essere riduttivo. Viene coniato il termine “no global” ad indicare la contrarietà ad un certo tipo di politiche di gestione dell’economia mondiale, del mercato e del commercio, ma fin da subito appare chiaro che non è l’opposizione alla globalizzazione che va rafforzata quanto una sua gestione secondo principi e regole democratiche che pongano in primo piano la dignità e il benessere (non solo economico) di tutti i popoli.

Genova segna una svolta, nel movimento “ambientalista/pacifista/newglobal” in quanto può essere considerata l’entrata nella maturità. A Genova buona parte del movimento, che era e rimarrà comunque eterogeneo e frammentario, commette l’errore di lanciare ed accettare una sfida con i governi sul terreno della violenza, a volte solo parlata ma in alcuni casi anche agita, che costerà caro a tutti i partecipanti: individualmente, moralmente e fisicamente (sino a toccare l’apice con la morte di Carlo Giuliani) ma che rimarrà per il percorso futuro una grande lezione. Basti vedere la reazione del movimento italiano che chiede ed ottiene di ospitare la sessione dell’European Social Forum l’anno successivo a Firenze e che costituirà una sorta di “riscatto morale” rispetto a quanto avvenuto a Genova. Ma sarà anche la dimostrazione, molto utile soprattutto ai fini di un corretto coinvolgimento dell’opinione pubblica europea, che questo tipo di movimento dalle mille anime e dai mille volti è capace di programmaticità e metodo.

Dove si dimostra pienamente questa capacità, però, non sono i controvertici, ma le riunioni del Forum Sociale Mondiale che nelle prime tre edizioni si svolgono nella città brasiliana di Porto Alegre, che diventa così il simbolo, non solo di partecipazione e cittadinanza attiva, ma anche di un nuovo modo di intendere i rapporti tra società civile e politica, tra cittadinanza, amministrazione e buongoverno. Significativi in tal senso sono il ruolo delle Amministrazioni Locali e delle Nazioni Unite. Le prime sono sin dalle prime ore protagoniste di questi appuntamenti della società civile globale. Ricordiamo che i WSF nascono a Porto Alegre anche perché in quella regione brasiliana è al governo il Partido dos Trabalhadores del presidente Lula. Dall’Italia è costante la partecipazione di rappresentanti del Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace ed i Diritti Umani. Le Nazioni Unite, attraverso la presenza di delegati dell’UNESCO, garantiscono una dignità e credibilità all’evento che va ben oltre quella dei controvertici, spesso discussi e discutibili proprio per le violenze che hanno luogo, siano esse provocate dai manifestanti che dalle forze dell’ordine.

 

La saldatura delle tre anime della Società Civile

È così che lentamente, esperienza dopo esperienza, avviene questa saldatura tra le diverse anime della Società Civile Globale: Non esiste ambientalismo senza porsi il problema delle risorse energetiche, queste impattano sullo scatenarsi delle guerre, alimentate a loro volta dalle ingiustizie e dalla mancata distribuzione delle ricchezze. Le organizzazioni pacifiste imparano a leggere i conflitti con uno sguardo attento alle questioni economiche, che sono al tempo causa e conseguenza delle guerre. Si comprendono meglio i legami strutturali con le economie che le “scatenano” (approvvigionamento energetico) e con le economie che invece le nutrono (produzione e commercializzazione di armamenti).

Le ONG, dal canto loro, imparano a leggere la cooperazione allo sviluppo sempre più come un fornire strumenti per “trasformare il conflitto” che è alla base del sottosviluppo. Nelle botteghe del Commercio Equo e Solidale si da spazio ai prodotti da agricoltura biologica e nei negozi della cooperazione sociale trovano spazio i prodotti del fair trade; si sviluppano maggiormente gli strumenti della finanza etica e si incardinano sempre più nella vita politica e culturale sia nel nord che nei sud del mondo. Gli anni duemila sono, in conclusione, gli anni in cui le società civili cercano di dare risposte globali alla sfida della globalizzazione.

 

Società Civile e rappresentanza politica

Ma torniamo alla questione di fondo: la Società Civile che, come abbiamo detto, non è per sua natura politica o anti-politica, come vive oggi il problema della rappresentanza? In Italia, particolarmente, il fenomeno dell’antipolitica (aumento della sfiducia dei cittadini nelle strutture e persone della politica e conseguente allontanamento da essa) coinvolge la società civile che sempre più spesso si trova ad essere l’unico luogo di elaborazione, o anche solo di ascolto, delle problematiche concrete e reali della cittadinanza.

A proposito della Società Civile italiana possiamo qui brevemente notare alcuni elementi fondamentali. È opinione diffusa che la Società Civile italiana sia una delle più attive nel mondo. Soprattutto se consideriamo quei settori che abbiamo prima preso in considerazione nel quadro mondiale. Possiamo dire, infatti, che il contributo italiano al Movimento dei Movimenti è stato ed è un contributo notevole sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Anche se analizziamo lo stato di salute del nostro associazionismo, possiamo registrare in tutta la penisola, con predominanza al centro-nord, una forte e capillare presenza del volontariato. Anche se la natura del nostro associazionismo è diversa da quella dei paesi anglo-sassoni e del nord Europa: più frammentario e legato al territorio, meno abituato ad operazioni di lobby su larga scala e assolutamente estraneo, fino a pochi anni fa e con l’eccezione dei grandi centri di ricerca medica, a sistemi di fund-raising privato.

Altra caratteristica tutta italiana è l’estraneità degli attori economici, ovvero delle imprese e delle attività produttive, dalla vita della società civile. Al contrario, è sempre stata la Società Civile a porsi il problema di un sistema economico che non creasse ingiustizia ma solidarietà, inclusione e responsabilità. A partire dalle prime esperienze di mutue per l’autogestione (le cosiddette MAG), alla nascita del commercio equo e solidale fino alla ormai solida realtà della Banca Popolare Etica. Ma oltre a questa vitalità e capacità di “indovinare” in anticipo di molti anni le risposte adatte ai problemi reali, va detto in conclusione che la Società Civile italiana, proprio in virtù della sua frammentarietà e legame con il territorio, soffre ancora di mancanza di coordinamento e, in alcuni casi, di mancanza di democraticità al suo interno. Un po’ come vale per la piccola e media impresa in cui il “padre fondatore” ispira e guida ma anche “detta legge”, così in molta parte dell’associazionismo il rinnovo delle cariche direttive, la condivisione dei processi decisionali e soprattutto la rappresentanza reale della base associativa continua ad essere il suo più grande limite.

 

Bibliografia

Di Nicola Paola; Reti in movimento, politica della prossimità e società civile; Franco Angeli; Milano 2004.

Farro Antimo, Rebughini Paola; Europa alterglobal. Componenti e culture del "movimento dei movimenti" in Europa; Franco Angeli; Milano 2008.

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Montagna Nicola; I movimenti sociali e le mobilitazioni globali; Franco Angeli.

Moro Giovanni, Vannini Ilaria; La società civile tra eredità e sfide. Rapporto sull’Italia del Civil Society Index; Rubbettino; 2008.

Pianta Mario; Globalizzazione dal basso; manifesto libri; Roma 2001.

Documenti utili

Rapporto biennale sul volontariato in Italia

(Scheda realizzata con il contributo di Davide Berruti)

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