Onu

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La sede dell'Onu a New York

“Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra (...), a riaffermare la fede nei diritti fondamentali della persona (...), a promuovere il progresso sociale (...), abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini”. (Dallo Statuto delle nazioni Unite, 26 giugno 1945)

 

 

Introduzione

La maestra di quinta elementare introduce Maria, educatrice esterna, alla classe: – “La Signora sarà oggi con noi per parlarci dell’Onu. Avete presente i caschi blu in televisione?” Già spiazzata Maria tenta una domanda provocatoria: - “Chi è il capo del mondo?. Rispondono alcuni senza esitare: -“Il Presidente degli Stati Uniti!”.

Partiamo quindi dall’immaginario collettivo. Caschi Blu ed Onu impotente. Darfur, Costa d’Avorio, Liberia, Etiopia ed Eritrea, Repubblica Democratica del Congo, Haiti, Timor Est, Libano, Medio Oriente, Cipro, Georgia e Kosovo. Ove vi sono tensioni c’è l’Onu. Trattasi solo di alcune regioni ove i caschi blu sono presenti oggi per affermare quel "Mai più" pronunciato ieri, nel dopoguerra, da 51 stati ed altrettante organizzazioni non governative sconcertate per la Shoah. La Società delle Nazioni, prima, e le Nazioni Unite, poi, sono state fondate su questo imperativo. Con una differenza sostanziale. La prima partiva dal presupposto che tutte le nazioni fossero eque e giuste ed anteponessero il bene dell’umanità ai loro interessi particolari mentre l’ONU della post Shoah riconosce, al contrario, che le nazioni possono essere grette, egoiste e pronte a cooperare soltanto in piccola parte, come mostrano le timide azioni di polizia internazionale per tamponare l’odio.

Ma per non tradire i bambini della quinta elementare, e non solo, andiamo a vedere chi indossa il casco blu. Non troveremo, né oggi né ieri, un solo soldato che proviene dagli Stati Uniti. Una modalità per disconoscere l’autorità sovranazionale che si trova a combattere diplomaticamente ogni giorno per affermarsi con gli stessi stati fondativi. A tutt’oggi l’Onu è privata dagli stati, come indicato dall’art. 43 della Carta, di forze armate, assistenza e facilitazioni necessarie per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Impotente di fronte ai massacri è costretta, per agire, ad implorare la concessione di uomini e mezzi a coloro che dovrebbero “sentirsi parte”. Spesso è costretta, dagli equilibri delle relazioni internazionali, all’impotenza, a lasciare impunemente che l’escalation della violenza abbia corso. Si limita, quindi, alle raccomandazioni o alle misure coercitive e nonviolente elencate nell’art. 41 come l'interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio ed altre e la simbolica rottura delle relazioni diplomatiche.

Nonostante i tentativi di delegittimazione statuale al Palazzo di vetro e gli attentati dei terroristi nelle sedi periferiche, l’Onu è lo strumento supremo che i popoli si sono dati per prevenire la summa dell’antipolitica che è l’afonia al dialogo: la guerra. La carta delle Nazioni Unite ne sancisce il ripudio e vieta l’uso della forza per la risoluzione delle controversie tra stati e nel contempo indica la “politica” quale via maestra per l’evoluzione dei conflitti. Ma indicare non basta. Serve un luogo che crei vicinanza al fine di affrontare e non denigrare l’altro. Ove l’ambasciatore Usa possa, anche casualmente se non possibile intenzionalmente, incrociare l’inviato di Mahmud Ahmadinejad.

L’Onu si fonda su tre pilastri: Pace, Rispetto, Collaborazione. Secondo la Carta non c’è mantenimento della pace se non c’è sviluppo di relazioni amichevoli tra gli stati "fondate sul rispetto del principio dell'uguaglianza dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli". La maggior contaminazione che la struttura offre corrisponde ad una minor stesura di liste di “Stati canaglia”. La collaborazione su singoli progetti in campo economico, sociale, culturale ed umanitario consente di abitare al meglio il tempo dell’interdipendenza.

Come cita l’ottavo Obiettivo del Millennio: “Assieme per lo sviluppo umano e quindi per fronteggiare tutti i giorni la fame, le calamità naturali, la desertificazione, la miseria che consegue l’ipernatalità o la corruzione, il “mercato iniquo” produttore d’infinita spazzatura, la deregolazione dei territori, l’analfabetismo e la conseguente violenza sulle donne”.

L’Onu si è dotata di strumenti operativi per realizzare le politiche fondanti. Trattasi delle molte agenzie specializzate, dei dipartimenti e degli uffici in grado di rispondere sia ad emergenze che a problemi complessi e strutturali. Il Sistema è quindi complesso e si chiama “Sistema delle Nazioni Unite” già premio nobel per la pace ad inizio millennio.

 

Il sistema

Gli organi principali (in .pdf) sono: l'Assemblea Generale, il Consiglio di Sicurezza, il Consiglio Economico e Sociale, il Consiglio di Amministrazione Fiduciaria, la Corte Internazionale di Giustizia ed il Segretariato.

Il Consiglio è composto da 15 membri di cui 5 siedono a titolo permanente - Stati Uniti, Russia (che è succeduta all'Unione Sovietica), Cina, Gran Bretagna e Francia - godendo altresì del cosiddetto diritto di veto, e 10 sono eletti per un biennio dall'Assemblea. Pur avendo una competenza limitata ratione materiae, occupandosi soltanto di questioni attinenti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, ha poteri decisionali vincolanti.

L'Assemblea Generale ha vaste competenze ma pochi poteri vincolanti. È stata resa impotente dal pari diritto di voto di tutti gli stati membri: Grenada conta come l’India. Il voto proporzionale al numero di abitanti spaventa i paesi a maggiore PIL e minore popolazione.

L’Ecosoc, Consiglio Economico e Sociale, è eletto dall'Assemblea e dovrebbe orientare l’economia mondiale secondo giustizia sociale ed economica.

Il Segretario generale rappresenta l’Onu ed è nominato dall'Assemblea Generale su proposta del Consiglio di Sicurezza. Rappresenta l’esecutivo dell'Organizzazione.

La Corte Internazionale di Giustizia, composta da 15 giudici, ha sia la funzione di dirimere controversie fra stati sia una funzione consultiva, in quanto può dare pareri all'Assemblea Generale o al Consiglio di Sicurezza su qualsiasi questione giuridica.

Se osserviamo l’allocazione delle diverse agenzie e programmi delle Nazioni Unite nel pianeta noteremo un’asimmetria tra paesi a maggiore o minore reddito pro capite. Le Istituzioni di Bretton Woods (FMI e BM) che controllano molte transazioni finanziarie si trovano non casualmente a Washington ed i Sud del mondo ospitano pochi quartieri generali.

 

La politica

Il primo compito politico dell’Onu è il mantenimento della pace. L’organizzazione ha più volte disinnescato conflitti internazionali attraverso tre azioni riassumibili in tre parole chiave:

· Peacemaking. Consiste nell'impegno di condurre ad un accordo le parti in conflitto attraverso gli strumenti della diplomazia.

· Peace-building. Le Nazioni Unite, in collaborazione con le Agenzie, i Paesi donatori, le ONG, operano, in Paesi usciti dai conflitti, per sostenere azioni di good governance, favorire libere elezioni, la tutela dei diritti umani e il ripristino delle norme della convivenza civile.

· Peacekeeping. Per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale il Consiglio di Sicurezza promuove le operazioni di peacekeeping, definendone lo scopo e il mandato. La maggior parte delle operazioni coinvolgono militari, per il mantenimento del cessate il fuoco ovvero come forze di interposizione. In alcuni casi è necessario incorporare personale civile che partecipi all'organizzazione delle elezioni, o svolga il ruolo di monitoraggio sui diritti umani.

È politica dell’Onu tentare di far convergere gli Stati e le Organizzazioni Regionali sui “beni comuni planetari” o global issues.

Agricoltura www.fao.org

Ambiente www.unep.net

Armi chimiche www.opcw.org

Bambini www.unicef.org

Casa www.habitat.org

Clima unfccc.int

Commercio www.wto.org

Cibo www.wfp.org

Deserti www.unccd.int

Diritti www.ohchr.org

Disarmo www.unidir.org

Donna www.unifem.org

Droga www.unodc.org

Economia www.unctad.org

Educazione www.unesco.org

Energia Atomica www.iaea.org

Giustizia www.icj-cij.org

Industria www.unido.org

Lavoro www.ilo.org

Mare www.imo.org

Migrazioni www.unmigration.org

Pace www.upeace.org

Popolazione www.unfpa.org

Rifugiati www.unhcr.org

Sanità www.who.org

Sviluppo www.undp.org

Volontariato www.unv.org

 

Altre tematiche globali vengono affrontate da diverse Agenzie.

Non sempre c’è ampia convergenza sui temi sovraelencati in quanto gli Stati non amano concedere parte della propria sovranità alle organizzazioni sovranazionali, anche di carattere regionale. Ma la Conferenza di Bali e la moratoria sulla pena di morte ci inducono a sperare che nel lungo periodo anche gli Stati più restii possano convenire su posizioni meno intransigenti.

I timidissimi trend di miglioramento degli otto obiettivi del Millennio MDGS, la capacità d’intervenire in ogni emergenza per assistere profughi e rifugiati ed affamati o, all’origine, l’aver favorito il cammino verso la libertà di molti popoli sono l’ “evidence based” che l’architettura dell’Onu non va demolita ma resa più efficiente. Nei principi e negli obiettivi la Carta delle Nazioni Unite conserva la sua validità dal punto di vista giuridico, politico e morale avendo dato inizio al codice di diritto panumano diritti umani, ormai patrimonio comune della “famiglia umana”.

In poco più di sessant’anni si è creato un patrimonio di conoscenze che viene diffuso e cadenzato sia attraverso gli anni internazionali - microcredito, genere, ambiente, sviluppo, desertificazione, ed altro - che nei rapporti annuali delle diverse agenzie. Le agende del Segretario generale su Pace, Sviluppo e Democrazia hanno fatto sintesi politica e prospettato le riforme necessarie per il presente millennio. L’Onu è l’unica istituzione superpartes in grado di fare una fotografia puntuale sulla nostra umanità e sullo stato di salute del pianeta allarmandoci, peraltro, sulle forme di sviluppo che ci siamo sin d’ora dati.

 

La riforma

La questione di fondo della riforma dell'Onu è una. Divenire un nucleo di governo mondiale oppure continuare ad essere soltanto un “foro” di stati chiamati a legittimare il volere di pochi più che a legiferare.

La riforma è un processo continuo e molto lento. L’Istituzione ha perso inutilmente una generazione. La caduta del muro di Berlino nel 1989 offrì circostanze idonee per avviare la piena applicazione della Carta ma si ebbe la paura dell’incognito. Tutt’oggi appare come un’organizzazione schiacciata sul presente che vede la supremazia di pochi stati su molti; cosa che non sembra possa essere messa in discussione.

Carte alla mano notiamo che tutte le riforme puntano verso un sistema di sicurezza collettiva (human security) sotto un’autorità “sopranazionale” multidimensionale che si traduce in “sicurezza della gente” (people security). Tradotto significa cibo, ordine pubblico, giustizia sociale ed economica, salvaguardia del creato al fine di garantire “tutti i diritti umani per tutti” (all human rights for all): questi sono politici, economici, sociali, culturali, alla pace, allo sviluppo umano, all’ambiente, e sono fra loro interdipendenti e indivisibili. Il decadimento morale va pari passo con il deturpamento ambientale. Sia nei nord che nei sud. Entriamo in sole due ipotesi di riforma: 1997 e 2004

1997: Kofi Annan propose un piano suddiviso in tre aree:
a) la riforma della costosa struttura burocratica;
b) la risposta ai conflitti con maggiori e più efficienti operazioni di peacekeeping e peacebuilding e di risposta umanitaria nelle emergenze.
c) L’estensione del diritto panumano avanzando un timido tentativo di agenda per il disarmo.

Risultati: fallimento per il disarmo. Sono aperti alcuni tavoli ma le transazioni d’armi leggere continuano senza freno ed il Trattato di non proliferazione nucleare s’è arenato. Timida razionalizzazione delle risorse finanziarie ed una risposta maggiore nelle emergenze.

Non si sono attenuati i conflitti ma, sommariamente, grazie all’Onu non si muore più di fame nei campi rifugiati e nelle città assediate come Bukavu o Sarajevo. Gli aiuti non possono e non devono nascondere l’incapacità/impossibilità di fare politica. Altrimenti diventano anch’essi strumentali.

2004: la “Commissione di alto livello sulle minacce, le sfide ed il cambiamento” elaborò il rapporto “Un mondo più sicuro: la nostra responsabilità condivisa”: condannò la guerra preventiva suggerendo politiche preventive per una migliore economia, una diffusa salute ed una salvaguardia dell’ambiente. I diversi territori in crisi, infatti, hanno molti problemi complessi tra loro fortemente interrelati che esigono soluzioni altrettanto complesse, inedite e nonviolente al fine di prevenire la violenza nei conflitti che da questi problemi sorgono.

Nel 2005 e nel 2006 vi sono stati nuovi ed ulteriori tentativi di riforma che si sono scontrati nuovamente con le risorse limitate ed i ritardi di pagamento degli stati che faticano a riconoscere l’istituzione come “casa comune”.

Anche gli Istituti di Peace Research e la “global civil society” si sono cimentati nella riforma dell’Onu. Johan Galtung, per esempio, mette in discussione il Consiglio di Sicurezza che è ampiamente a maggioranza cristiana mentre sono ignorate vaste porzioni del pianeta e/o religioni in seno allo stesso. Altri temono che estendere la rappresentatività in seno al consiglio di Sicurezza s’incorra nel rischio che portò al fallimento la Società delle Nazioni: l’ingovernabilità. I 5 stati che lo compongono, rappresentano, oggi, nonostante tutto un direttorio che sa assumersi responsabilità. In divenire potranno essere sostituiti da Organizzazioni Regionali come l’Unione Europea, l’Unione Africana o la Lega Araba.

Una profonda riforma deve rivedere gli obiettivi ed i poteri del Fondo Monetario, della Banca Mondiale e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il potere di veto deve essere abolito e, fin d’ora, vietato per le questioni riguardanti i diritti umani e la difesa dell’ambiente.

Oggi le organizzazioni internazionali non governative come Amnesty International, Trasparency, Oxfam ed altre beneficiano di status consultivo nel sistema delle Nazioni Unite ma pur perseguendo i fini della Carta più degli Stati non hanno un proprio organo rappresentativo e di indirizzo. Dette organizzazioni dovrebbero perseguire le politiche dell’Onu sino all’elezione del segretario Generale. Sarebbe sufficiente per avere una maggior pluralità per la democrazia internazionale che le delegazioni degli stati nei vari organi dell’Onu avessero una composizione tripartita con rappresentanza sia dell’esecutivo, sia del parlamento che dell’associazionismo nongovernativo.

Le attuali modalità di voto dell’Assemblea non sono, infatti, rappresentative. Nel grande condominio chiunque abbia un garage pesa come il proprietario del supermercato. È ovvio che l'assemblea condominiale non finisce bene. Attualmente ogni abitante di San Marino conta 50mila volte un abitante della Cina, ed è chiaro che Pechino non sia d'accordo con questo privilegio. Se non è possibile perseguire la via “una testa un voto” che darebbe troppo potere agli stati più estesi e con popolazioni più numerose, bisognerebbe perseguire soluzioni miste sovradescritte che non ignorino la rappresentatività dei popoli.

Il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, Ecosoc, non dovrebbe, in divenire, esser da meno del Consiglio di Sicurezza e pertanto disporre del potere di orientare l’economia a favore di uno sviluppo umano.

Ma è proprio la concezione di sviluppo che divide l’Onu stessa. Il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo umano si differenzia sostanzialmente dalla concezione di sviluppo di altre agenzie come il WTO o l’UNIDO.

Proposte di riforma avvengono anche riguardo alcuni articoli della carta. Il principio di autodeterminazione degli stati, per esempio, va interpretato nuovamente. Detto principio ha certamente aiutato gli stati ad uscire dal giogo del colonialismo ma essendovi al mondo 2.000 Nazioni e 200 Stati si rischiano centinaia di guerre nel riconoscere e perseguire la frammentazione. A riguardo il Kossovo/a è emblematico. Si può ipotizzare un’autonomia che non sia confinaria, armata, burocratica, violenta ed autoproclamata?

L’interpretazione estensiva dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite: agli stati sarebbe concesso, senza l’obbligo di ricorrere previamente al Consiglio di Sicurezza, di usare la forza in presenza non soltanto di una minaccia ‘in atto’ ma anche di una minaccia ‘imminente’ o addirittura ‘latente’ sarebbe un drammatico ritorno al passato.

Urge, invece, rafforzare l’autorità e il potere del Consiglio di Sicurezza, dotando questo, come previsto dall’articolo 43 della Carta, delle necessarie capacities (strutture, risorse umane, strumenti) di polizia militare e civile internazionale.

Il principio di neutralità o meglio della viltà ha fatto il suo tempo. Nei territori dove la violenza proviene inequivocabilmente da una sola parte, la neutralità rende le truppe ONU inefficaci, e, nei casi peggiori, complici dei colpevoli. Secondo Andreas Bummel dell’APM (Associazione Popoli Minacciati Internazionale) “si deve esaminare con urgenza la possibilità per l’ONU di munirsi di truppe d’intervento permanentemente pronte all’impiego, direttamente soggette al Segretario Generale ed alla Commissione di Stato Maggiore dell’ONU” . Il genocidio ruandese del 1994 - quando in poche settimane vennero sterminate almeno 800.000 persone tra uomini, donne e bambini -, oppure il massacro perpetrato nella “zona protetta dall’Onu” di Srebrenica, dove nel luglio 1995 furono trucidati fra gli 8.000 ed i 10.000 musulmani bosniaci ci obbligano a coniare un nuovo “Mai più!”.

(Scheda realizzata con il contributo di Fabio Pipinato)

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