Prima, durante e dopo i conflitti: “la forza delle donne”

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La forza delle donne” immagine dal trailer

Una casa diroccata, macerie ovunque. Un cecchino sta sparando dalla propria postazione, il fucile che passa attraverso una piccola finestrella tra i mattoni. Accanto a lui una bambina gioca, saltella, gli tiene compagnia, il suo vestitino blu immacolato stride con la devastazione tutt’intorno e con la guerra civile che infuria da ogni lato. E’ una delle tante scene importanti del documentario “La forza delle donne” di Laura Aprati e Marco Bova, che racconta il viaggio straordinario fra le donne compiuto da una giornalista d’inchiesta con una lunga storia alle spalle e da un giovane giornalista e regista. Uno sguardo tutto al femminile, fra Iraq, Siria e Libano, che restituisce allo spettatore lontano – e spesso ignaro o disinteressato – tutto il coraggio di queste donne di fronte alla quotidianità della guerra. “La madre che, nonostante tutto, fa sì che sua figlia abbia ogni giorno un vestito pulito rappresenta l’ostinazione di rendere la vita il più possibile serena anche in mezzo alla devastazione: questa è la peculiarità delle donne che vivono in zone di conflitto e nei campi profughi – spiega Laura Aprati, durante la prima tappa di presentazione del documentario, svoltasi a Roma presso la Stampa Estera – Abbiamo viaggiato in quei luoghi, all’inizio solo per vedere i campi profughi. Poi, incontrando così tante donne, ci siamo resi conto che erano queste le storie che volevamo raccontare”.

Donne che accolgono e donne che migrano, donne di tutti gli strati sociali, di religioni diverse, di etnie diverse accomunate dalle difficoltà quotidiane nei campi, dalla gestione delle famiglie, da responsabilità sempre più gravose. Il documentario parla anche del rapporto con i figli in una società dove l’uomo è dominante ma, in tempi di guerra, diventa paradossalmente l’anello debole. “Il ruolo sempre maggiore della donna ha portato alla crescita della tensione di genere: spesso gli uomini stanno seduti, senza lavoro, in preda alla depressione. Le donne invece si occupano della vita del campo, la amministrano” racconta il giornalista e studioso Omar Nashabe, intervistato nel video. Eppure sono proprio le donne ad essere le più colpite in tempi di conflitto. Basti pensare che, come spiega l’Unhcr, circa il 50% della popolazione mondiale di rifugiati è costituita da donne e bambine. Private della protezione della loro casa, del governo del proprio Paese e spesso della loro stessa famiglia, devono affrontare lunghi viaggi per cercare rifugio fuori dal proprio stato e, anche quando sembrano aver trovato un luogo apparentemente sicuro, devono sopportare indifferenza, molestie e abusi sessuali. Imparano a convivere con la fame, con la perdita di tutto ciò che avevano, con le bombe, e affrontano tutto questo mentre sono madri, insegnanti e capofamiglia.

“Eppure hanno sempre un occhio sul futuro, nonostante quello che hanno subito” commenta la giornalista Luisa Betti Dakli, che ha moderato l’incontro. E ricorda la Risoluzione 1325 dell’Onu, che pone le donne come protagoniste prima, durante e dopo i conflitti: “La loro prospettiva diversa e il loro proiettarsi al di là del presente possono essere di grande aiuto anche nelle trattative di pace”. Perché anche quando si trovano su posizioni diverse, la solidarietà continua ad essere una loro peculiarità. Come Nawal, mamma libanese, che nel documentario si lamenta dell’arrivo dei rifugiati, in quanto avrebbero tolto lavoro ai residenti e reso i cristiani una minoranza. “Eppure non posso non provare empatia verso le altre madri, devo aiutarle” dice con decisione. O la signora di Mosul, coperta dal niqab nero, che dopo aver incontrato per strada i giornalisti Aprati e Bova, li ha invitati a casa sua perché voleva assolutamente offrire loro un tè: “Aveva una famiglia numerosissima in una casa di tre stanze, ma era tutto pulito – racconta Aprati – Quella donna si è privata dell’acqua, che lì mancava, per offrirla ad estranei. Ecco, la realtà da raccontare per noi era quella”.

Per la giornalista televisiva Rima Karaki, altra protagonista del documentario e anche lei presente all’incontro romano, l’episodio mostra come le donne superstiti dei conflitti, pur se lontane dal campo di battaglia, abbiano sempre qualcosa da offrire: “Sono dietro le quinte ma anche al di là della scena che vediamo: un diverso punto di vista, che può portare al cambiamento”. Libanese e cresciuta a Beirut, Karaki è diventata famosa per aver tolto la linea in diretta ad uno sceicco che non rispettava la parità di genere. Invita le donne a unire le forze, e i cittadini tutti ad assumersi le proprie responsabilità, anche di fronte ad eventi geograficamente lontani: “Coinvolgimento significa questo – spiega – e non pensiate che con la sconfitta militare di Daesh la battaglia sia finita: c’è tutta una mentalità, una cultura ancora da sconfiggere, e la responsabilità è di tutti noi. Se restiamo in silenzio contribuiamo alla diffusione dell’ingiustizia”.

Opinione condivisa anche da Gianfranco Cattai, Presidente della Focsiv, la Federazione degli organismi cristiani servizio internazionale volontariato, di cui fanno parte 82 ong che operano in oltre 80 Paesi del mondo. Il documentario “La forza delle donne” è stato infatti supportato proprio da Focsiv all’interno delle iniziative di Humanity – Essere umani con gli esseri umani, la campagna promossa da un consorzio formato dalla Federazione e da sette ong socie, che già grazie alla campagna del 2016 ha potuto mettere in campo tutta una serie di interventi: tra questi, i 1000 container per gli sfollati a Erbil, Kurdistan iracheno, che si vedono nel documentario, o la Casa delle donne a Qaraqosh, nella Piana di Ninive in Iraq, dove il rientro a casa di queste donne e famiglie viene supportato grazie a programmi e corsi professionali. “Simili corsi sono già attivi fra i profughi siriani e iracheni in Libano e ad Aleppo in Siria promuovendo così anche un riavvio economico e produttivo al femminile” spiega. Perché, come recita quest’anno uno degli slogan di Humanity: “Il futuro delle donne è il futuro del mondo”. 

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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