Messico: narcotraffico, violenza e migrazioni

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Foto: Ruben Figueroa da Instagram.com

lo scorso dicembre in Messico si sono celebrati 10 anni dall’inizio della cosiddetta guerra al narcotraffico. La strategia di lotta ai cartelli della droga venne iniziata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón, che determinò l’intervento permanente dell’esercito come misura per contrastare il narco. La strategia militare non è riuscita però a raggiungere i risultati attesi: il traffico di stupefacenti non è diminuito e la violenza, al contrario, è aumentata, senza che dai vertici del potere messicani si sia cercata una qualche strategia alternativa per contrastare questo fenomeno. Fenomeno che non rimane circoscritto a faide tra bande rivali, ma che ha tutta una serie di implicazioni che si riverberano sulla società messicana a vari livelli. Società in cui, di fronte alla preoccupante cifra di circa 7,5 milioni di giovani che non studiano né lavorano, risulta piuttosto facile trovare manodopera disperata pronta a diventare carne da cannone per le guerre tra cartelli.

Il giornalista e scrittore messicano Juan Villoro ha affermato in un’intervista a BBC Mundo che il paese è diventato ormai “una gigantesca necropoli” e sottolinea la perdita di sovranità da parte dello Stato, che è andata di pari passo con l’aumento delle disuguaglianze sociali e l’incremento nel traffico e utilizzo di stupefacenti.

L’unica misura attuata dai vari governi messicani che si sono succeduti in questi anni è stata quella dell’intervento militare, che si è dimostrata fallimentare. Afferma Villoro che, come evidenziato dal caso Ayotzinapa, i narcotrafficanti e le autorità sono spesso colluse, e diviene quindi grande la sfida che implica un’operazione volta a sradicare il narco dal paese, visti i grandi interessi in gioco e la mancanza di una reale volontà politica che voglia farsi carico del problema e di una sua efficace soluzione.

Chi prova a denunciare la situazione rischia spesso la pelle: il Messico è uno dei paesi più pericolosi al mondo dove svolgere la professione di giornalista, basti pensare che a partire dal 2006 sono stati uccisi più di 80 professionisti dell’informazione, 17 sono scomparsi, mentre non si contano i casi di violenze, minacce e intimidazioni. Il numero totale delle vittime della guerra al narcotraffico, di cui i giornalisti non sono che una parte, è impressionante, anche se non c’è chiarezza relativa alle cifre: le stime più probabili parlano di circa 150.000 morti e 30.000 desaparecidos.

Quella dei desaparecidos è una piaga particolarmente odiosa e il numero di vittime è impressionante in un paese dove vige di fatto una democrazia: basti pensare che la cifra è pari a quella dei desaparecidos durante il periodo della sanguinaria dittatura argentina. In Messico la rappresentante delle “Familias Unidas por Nuestros Desaparecidos” di Monterrey, Leticia Hidalgo, ha sottolineato come quella delle sparizioni forzate sia una tragedia umanitaria nel paese, davanti alla quale le autorità non attuano misure a favore delle vittime. L’associazione sta chiedendo dal 2015 la promulgazione di una legge contro le sparizioni forzate, ma fino ad ora il presidente Peña Nieto non ha promosso alcuna iniziativa in questo senso. E’ da parte di associazioni della società civile come questa che, di fronte all’assenza dello Stato, sono venute importanti iniziative come l’impulso alla realizzazione di investigazioni indipendenti. Anche Hilda Legideño, madre di uno dei del ragazzi scomparsi ad Ayotzinapa nel 2014, ha sottolineato come in Messico non vi siano misure legislative volte al contrasto della sparizione forzata e che per legge si può parlare di sparizione solamente dopo 72 ore trascorse dall’evento che ha determinato la scomparsa, un periodo di tempo troppo lungo.

Le organizzazioni criminali non si dedicano poi al solo traffico di stupefacenti, ma anche a quello di merce falsa, legname, fauna, fino ad arrivare al più che redditizio traffico di esseri umani.

Il tema delle migrazioni si connette dunque strettamente a quello del narcotraffico, e si aprono inquietanti interrogativi di fronte a ciò che potrà succedere in seguito alle misure restrittive dell’amministrazione Trump nei confronti dei migranti verso gli Stati Uniti. Il fatto che il Messico si trovi in questa situazione relativa al narcotraffico non è casuale: sono infatti i confinanti Stati Uniti il paese al mondo dove più si “consumano” non solo stupefacenti, ma anche esseri umani provenienti soprattutto dall’America Latina. Rendere ancora più difficile la già terribile traversata verso gli Stati Uniti, con la costruzione del paventato muro da parte dell’amministrazione Trump, non farà che alimentare ulteriormente il traffico illegale di esseri umani, con tutto il seguito di violenza, sfruttamento e morte che ne consegue. Ciononostante la gabbia dorata statunitense, sempre più chiusa su se stessa, non potrà fermare il flusso di persone che tentano a tutti i costi di fuggire da un presente di disperazione e mancanza di opportunità. Come racconta Will, un migrante honduregno intervistato da Desinformémonos nei pressi della frontiera tra Guatemala e Messico, il muro non è altro che un ostacolo di mattoni, ma se necessario, se lui non dovesse arrivare prima che venga costruito, cercherà a tutti i costi di saltarlo. “La povertà è molto forte nel mio paese, la siccità ha colpito moltissimo il posto dove vivo, non riesco a sopravvivere e a mantenere la mia famiglia, questo mi ha fatto decidere di emigrare”. E come Will migliaia ogni giorno.

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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