Libano: instabilità politica e accoglienza dei profughi

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Un nuovo rinvio, stavolta al 29 maggio: tanto dovrà aspettare il Parlamento del Libano prima di riunirsi nella seduta parlamentare che dovrà decidere il da farsi sulla scrittura di una nuova legge elettorale, la cui istituzione è da mesi l'autentico ago nel pagliaio dello stallo politico libanese.

PROROGHE, RINVII, STALLO POLITICO - Per la prima volta nella storia del Libano, il 12 aprile 2017 il Presidente Michel Aoun decise di applicare l'articolo 59 della Costituzione libanese, quello che permette al Presidente di sospendere per il termine massimo di un mese una sessione parlamentare. Tale scelta era mirata sostanzialmente a concedere al Parlamento una periodo di tempo che potesse consentire ai membri di pervenire ad un accordo circa la legge elettorale; un compromesso, più che un accordo, ma un compromesso urgente: avere una nuova legge elettorale è infatti necessario prima del 21 giugno, quando il Parlamento di oggi arriverà a termine legislatura.

Quella del 21 giugno, peraltro, non è la scadenza prevista della legislatura, e non è nemmeno la prima estensione "innaturale" oltre il termine di legge: il Parlamento libanese, infatti , ha esteso il suo mandato ben due volte, ed opera in regime di proroga da quattro anni. Una prima proroga oltre la fine della legislatura ebbe luogo nel maggio del 2013, quando si decise di allungare la vita del Parlamento di 17 mesi. Nel novembre del 2014, tuttavia, in un clima di proteste popolari e boicottaggi parlamentari - non tutti i partiti del frammentato panorama parlamentare libanese erano concordi - , fu votata una seconda proroga , la cui scadenza ricorre appunto il prossimo giugno 2017.

Al fine di evitare una futura, più che possibile terza proroga di un mandato già allungato ben oltre la propria legittimità elettiva, il Presidente Michel Aoun ha dunque deciso di avvalersi dell'articolo 59 della Costituzione, mai applicato prima sin dalla promulgazione della Carta libanese (1926); un'evenienza, quella della terza estensione parlamentare, tutt'altro che inverosimile, data la natura della materia del contendere: la scrittura e l'approvazione di una nuova legge elettorale. La sessione parlamentare sospesa in forza dell'art. 59 si sarebbe dovuta riprendere il 15 maggio; tuttavia, dato che di intese compromissorie su un progetto di legge elettorale non si rinveniva nemmeno l'ombra, il Presidente del Parlamento Nabih Berri ha deciso di rinviare ulteriormente la seduta al 29 maggio. Una scelta che sembra ridare sostanza alla prospettiva di una ennesima proroga parlamentare.

LA LEGGE ELETTORALE - Quella in vigore in Libano allo stato attuale è una legge maggioritaria che risale agli anni '60. La mancanza pressoché totale di un'intesa circa la tipologia e i contenuti della nuova legge riflette la natura fortemente frammentata del Parlamento vigente, finora incapace di addivenire ad un compromesso accettabile. Il nodo più spinoso riguarda certamente la tipologia di legge elettorale: inizialmente c'era una relativa convergenza dei principali partiti su un impianto di tipo proporzionale, infatti sia l' FPM - Free Patriotic Movement , il partito con cui Michel Aoun è stato eletto presidente nel novembre del 2016 dopo oltre due anni di stallo, che LF - Lebanon Forces sembravano concordare con Hezbollah sul modello proporzionale.

Tuttavia il proporzionale, essendo il sistema che più fedelmente rappresenta il corpo elettorale in Parlamento, avrebbe certamente premiato quella che in Libano è la maggioranza: i musulmani. Questo, insieme alla prospettiva - non probabile ma nemmeno impossibile - di vedere Hezbollah conquistare un terzo dei seggi in Parlamento, ha fatto fare retromarcia all'FPM e al LF sull'ipotesi totalmente proporzionale, e ha spinto Saad Hariri - primo ministro e detentore del maggior numero di parlamentari allo stato attuale - a proporre un modello di legge elettorale ibrida: ideato dal ministro degli Esteri in carica Jebran Bassil, tale modello prevedeva una prima tornata proporzionale di natura fortemente settaria , in cui ogni gruppo religioso avrebbe eletto due propri candidati (senza poter votare per candidati di altre confessioni), e una seconda tornata maggioritaria, in cui le "coppie" di vincitori del primo turno si sarebbero misurati. Da molti analisti, Makram Rabah in testa, l'ibrido di cui sopra veniva considerato come un pericoloso trampolino verso il ritorno al settarismo, soprattutto per la logica del primo turno: l'impianto di elezione "a gruppi religiosi", infatti, richiamava in causa un modello confessionalista che proprio la Costituzione libanese - e in particolare gli emendamenti apportati nel 1989 con gli accordi di Taif - mirava a scongiurare.

PROFUGHI PALESTINESI E RIFUGIATI SIRIANI: NUMERI ENORMI - Al netto della situazione di completo stallo in cui versa il Parlamento libanese - la cui evoluzione è tutta da vedere il 29 maggio - , altro fattore rilevante che sottolinea l'instabilità sociale libanese è certamente quello dei migranti. Il Libano è il Paese che, in rapporto al numero dei suoi abitanti, ospita il maggior numero di rifugiati siriani: su una popolazione di meno di 5 milioni di abitanti, i rifugiati siriani sono stimati in un milione e mezzo - di cui il 54% minorenni -, dunque il 25% del totale.

Sin dall'inizio della Rivoluzione siriana del marzo del 2011, e in particolare con la progressiva recrudescenza della repressione del regime di Assad, il Libano ha rappresentato per i siriani in fuga il primo rifugio; una presenza massiccia che si è dislocata in tutto il Paese, dalla Valle della Bekaa - che ne ospita la maggioranza - all'area di Beirut e dintorni, fino ad arrivare a Tripoli e le zone più a nord. Il Libano è uno di quei Paesi che non ha firmato la Convenzione ONU per la protezione dei rifugiati del 1951, dunque il fatto che l'UNHCR conceda lo status di rifugiato non implica necessariamente che il siriano non venga inquadrato come clandestino. Nel 2013, tuttavia, il Libano ha acconsentito alla registrazione dei siriani sotto il profilo di "rifugiati".

La convivenza tra i libanesi e questa massa enorme di persone in fuga verso un Paese comunque piccolo non è sempre così semplice; un problema atavico dell'economia libanese, la disoccupazione, è salita dall' 11 al 20% dal 2011 al 2016. Molti rifugiati trovano poi enormi difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro libanese per via ufficiale, data la difficoltà burocratica del passaggio - necessario per lavorare - dallo status di rifugiato a quello di migrant worker, oltre al costo del permesso; per questo spesso sono costretti a ricorrere al lavoro nero, dove, ricoprendo prevalentemente ruoli di lavoro non specializzato, sono privi di qualsiasi diritto e spesso soggetti allo sfruttamento dei datori di lavoro.

Altra questione delicata legata alla convivenza con i rifugiati siriani è quella dell'istruzione: moltissimi bambini non vanno a scuola, e considerando che la maggioranza dei rifugiati siriani sono minorenni si vede bene che portata sociale possa avere questa situazione. Nonostante moltissime organizzazioni attive in loco si spendano quotidianamente per togliere i bambini dalla piaga del lavoro minorile, e sebbene negli ultimi anni il Libano abbia rimosso legislativamente la necessità di alcuni prerequisiti per l'ingresso nelle scuole - il possedere una residenza stabile, ad esempio - la situazione resta comunque molto seria.

Per quanto riguarda i profughi palestinesi, si stima che in Libano ne siano presenti non meno di 450 mila; oltre ai 300 mila già presenti nel Paese, si sono aggiunti infatti altre migliaia di palestinesi siriani sempre in conseguenza della guerra in Siria. Se quindi prendiamo in considerazione i siriani e i palestinesi risulta che un abitante su tre, in Libano, è un rifugiato; e anche se sia a livello economico - disoccupazione, costi dell'integrazione - che sociale - istruzione, copertura sanitaria in grave difficoltà nonostante alcuni coraggiosi progetti come il Weapons Traumatology and Training Centre della Croce Rossa, raccontato qui da Valerio Nicolosi - si riscontrano problemi seri, il Libano appare un Paese che fa di questa instabilità un tratto peculiare, allarmante ma allo stesso tempo affascinante, come ben rispecchiato dalla sua capitale Beirut, "città crocevia dai mille volti".

Michele Focaroli

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