La via legale e dignitosa dei corridoi umanitari

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Foto: Pixabay.com

Sorrisi al posto dei visi stremati e sconvolti, lacrime di gioia invece che di dolore e di paura, sensazione di sollievo, speranza di poter ricominciare da capo, applausi e abbracci che nessuna polemica potrà mai scalfire. E’ così che l’atterraggio dei profughi siriani all’aeroporto di Fiumicino, arrivati in piena sicurezza e legalità grazie ai corridoi umanitari, si trasforma sempre in una festa, che fa bene a chi è accolto e a chi accoglie. Un’iniziativa di successo, lanciata a febbraio 2016 dalla Comunità di Sant'Egidio, dalla Tavola valdese e dalla Federazione delle comunità evangeliche d'Italia, e che ad oggi ha già portato in Italia sane e salve quasi 800 persone. Si tratta perlopiù di famiglie (tantissimi i bambini e i minori), i casi più fragili individuati nei campi profughi libanesi, a cui vengono risparmiati così i viaggi della disperazione lungo la rotta balcanica, o le violenze in Libia, affidati a trafficanti senza scrupoli, e il rischio – purtroppo molto concreto – di finire annegati in fondo al Mediterraneo: è di soli pochi giorni fa, ad esempio, la notizia di due naufragi al largo delle coste libiche in cui si teme un bilancio di 200 morti. L’ultimo episodio di una lunga scia di morte, che vede già oltre mille vittime del mare solo dall’inizio di quest’anno.

L’idea dei corridoi umanitari – e di una loro attuazione concreta – ha iniziato a prendere corpo proprio da uno di questi episodi, esattamente da quel 3 ottobre del 2013 in cui 368 persone persero la vita in un terribile naufragio a poche miglia dal porto di Lampedusa. Ad oggi, nonostante i numeri ancora esigui, si sono rivelati una soluzione più efficace di qualsiasi muro e “pacchetto sicurezza”: legale in primis, dato che il protocollo è stato sottoscritto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dal Ministero dell’Interno. Ma anche sicura: vi sono diverse verifiche svolte nelle nazioni di origine per far sì che giungano in Italia persone con tutti i requisiti della protezione umanitaria; una volta arrivate, poi, queste persone vengono identificate dalla Polizia di Frontiera, e soprattutto non vengono abbandonate a loro stesse o ad un centro sovraffollato in attesa degli adempimenti burocratici: è già predisposto per loro un percorso di inserimento, con una famiglia, una parrocchia o un'associazione pronte ad accoglierli e sostenerli, in un progetto che ad oggi ha già coinvolto 70 città di 20 regioni. Il tutto, a costo zero per lo Stato: vitto, alloggio, assistenza legale, cure, corsi di italiano, inserimento scolastico e professionale sono infatti finanziati grazie ai fondi raccolti da Sant'Egidio e dall'8 per mille della chiesa valdese.

Mille i profughi dal Libano (per lo più siriani fuggiti dalla guerra) che il progetto italiano ha previsto di far arrivare in due anni. “Il primo gruppo ad utilizzare i corridoi umanitari, dopo l’arrivo all’inizio di febbraio di una sola famiglia per motivi di salute, era rappresentato da 93 profughi, tra cui 41 minori – spiegano i promotori – Originari di diverse città siriane tra cui Homs, Aleppo, Hama, Damasco e Tartous, musulmani in gran parte, e cristiani, hanno vissuto in media per tre anni in Libano, in piccoli campi spontanei come quello di Tel Abbas, nel Nord del Paese, a pochi chilometri dalla Siria, o in altri alloggi di fortuna”. Tante le storie, da quella di Falak, bimba siriana ammalata di tumore all’occhio – che finalmente potrà ricevere le giuste cure –, alla famiglia di Jamal Maccawi, fuggita in Libano dalla Siria (Jamal è stato incarcerato e torturato e dal regime di Assad), il cui viaggio verso Roma e infine Torino è stato oggetto di un bel documentario dal titolo “Portami via”. L’ultimo gruppo è arrivato a fine aprile: 125 persone tra cui 48 minori (il più piccolo, Hikmat, ha solo tre mesi).

La Siria, però, non è l’unico paese contemplato dal progetto: è previsto infatti l’arrivo di profughi dal Marocco, “dove approda gran parte di chi proviene dai Paesi subsahariani interessati da guerre civili e violenza diffusa”, e dall’Etiopia, dove a fine aprile Caritas Italiana e Comunità di Sant’Egidio sono andati in missione operativa congiunta proprio per aprire il primo corridoio umanitario dall’Africa: porterà in Italia – in modo legale, sicuro e dignitoso – 500 profughi eritrei, somali e sud sudanesi. Il protocollo di intesa con lo Stato italiano era stato siglato a Roma il 12 gennaio 2017, promosso dalla Cei, che agisce attraverso Caritas italiana e Fondazione Migrantes, e dalla Comunità di Sant’Egidio, ed è finanziato con fondi Cei 8 per mille. Fondamentale sarà il ruolo dell’ambasciata italiana, così come delle agenzie dell'Onu impegnate nella gestione dei profughi: secondo l’Unhcr, l’Etiopia è infatti oggi il Paese che accoglie il maggior numero di rifugiati in Africa, piú di 670.000 persone, afflusso determinato da una pluralità di motivi tra cui la guerra civile in Sud Sudan scoppiata nel dicembre 2013.

“In un momento che vede in Europa, anche per motivi elettorali, una strumentalizzazione a fini politici del fenomeno dell’immigrazione, l’impegno crescente della società civile dimostra che è possibile un modello alternativo per accogliere e integrare uomini e donne, altrimenti vittime dei trafficanti di esseri umani: famiglie con bambini, donne sole, anziani, malati, persone con disabilità – spiega Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio – Tutto ciò grazie anche alla generosità di tanti italiani, con un progetto totalmente autofinanziato”. Un modello replicabile, che si sta facendo largo in Europa: il 14 marzo è stato firmato in Francia un accordo che adotta i corridoi umanitari – con procedure simili a quelle in vigore per l’Italia – per l’arrivo di 500 profughi siriani, e anche Spagna, Germania e Polonia starebbero valutando di attivarli.  

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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