Italia, dove i bambini migranti “scompaiono”

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Fuggono da soli, compiono viaggi incredibili in mezzo a mille pericoli e sono i più esposti a rischi di sfruttamento e abuso, come la tratta e il traffico di esseri umani. Spesso spariscono, e di loro non se ne sa più nulla. Sono i minori migranti, in fuga da guerre e conflitti, o da fame, violenza e povertà, che a migliaia ogni anno sono costretti a lasciare il loro paese in cerca di condizioni di vita più dignitose e di una casa più sicura. L’Unicef ne conta 50 milioni in tutto, e i paesi da cui proviene la maggioranza di loro sono Siria e Afghanistan. Con il sogno dell’Europa, molti finiscono per approdare in Italia, dove un sistema di accoglienza spesso definito “inefficace e inadeguato” non permette loro di ottenere il giusto supporto che la loro condizione, di minori in primis ma anche di immigrati, esige. “Basti pensare che ogni giorno 28 bambini non accompagnati semplicemente ‘scompaiono’” denuncia l’ong Oxfam, che a questa situazione ha dedicato il suo report uscito a settembre e intitolato simbolicamente “Grandi speranze alla deriva”.

Complice la chiusura della rotta dei Balcani occidentali e l’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia, l’Italia si è infatti ritrovata ancora una volta ad essere il principale punto di accesso per i migranti diretti in Europa. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’UNHCR, il numero di bambini non accompagnati arrivati è aumentato significativamente nel 2016: “Alla fine di luglio erano ben 13.705 i minori non accompagnati sbarcati in Italia. Un numero maggiore del totale di quelli arrivati nel 2015 (12.360 bambini)” spiega Oxfam. Ragazzini come O., 16 anni, partito dal Gambia insieme a suo fratello: “Non era più sicuro lì – racconta – la polizia ci minacciava, in alcuni scontri a fuoco avevano ucciso dei nostri vicini di casa”. I ragazzi attraversano così prima il Senegal, poi il Mali, fino ad arrivare in Niger. “Siamo stati 3 settimane ad Agadez, dove si riunisce tutta la gente che deve partire. Poi siamo arrivati in Libia, dove siamo stati in prigione due mesi” continua. Dopo essere scappati di prigione, infine incontrano un trafficante che li aiuta a trovare posto su una nave in partenza. Che in realtà è un gommone, con altre 118 persone stipate a bordo. “Dopo alcune ore c’è stato come uno scoppio, un incendio: nella confusione mio fratello è scivolato in acqua. Non l’ho rivisto più”.

Salvato in extremis da una nave italiana, O. alla fine è riuscito ad arrivare nel nostro paese. Ma questo spesso non è che l’inizio di un’altra storia di abusi e pericoli, quella che alcune associazioni in Italia che si occupano di migranti hanno chiamato “la nostra malaccoglienza”. Pur essendo minori, infatti, molti di questi ragazzi e bambini si ritrovano confinati per un tempo indeterminato in centri da cui non possono uscire, costretti a vivere in alloggi inadeguati e insicuri, senza informazioni sui loro diritti. Gli hotspot, ad esempio, i centri realizzati dall’Unione europea e dalle autorità italiane per registrare i nuovi arrivi e velocizzare le procedure di respingimento ed espulsione, si trovano in una condizione cronica di sovraffollamento e non offrono servizi adeguati, nemmeno dal punto di vista igienico-sanitario. E se il soggiorno massimo dovrebbe durare 48-72 ore, molti finiscono per rimanere bloccati per settimane, spesso senza potersi cambiare i vestiti e senza poter chiamare la loro famiglia a casa, o i parenti in altri paesi europei che i ragazzi vorrebbero raggiungere. Per non parlare dei centri di prima e seconda accoglienza, dove i minori vengono trasferiti dopo la registrazione, la cui situazione “in molti casi non è migliore di quella degli hotspot”. Da qui le inevitabili conseguenze: nei primi sei mesi del 2016 sono stati ben 5222 i ragazzi per i quali è stato segnalato l’allontanamento. Minori di cui si perdono completamente le tracce, diventando a tutti gli effetti “invisibili” e al di fuori dei radar della legge. “In diversi si ritrovano a vivere per strada, trovandosi così esposti a rischi ancora maggiori”.

Anche Save the Children, in vista del summit delle Nazioni Unite sui rifugiati del 19 settembre – dagli esiti in realtà deludenti – aveva condiviso le sue preoccupazioni rispetto a una situazione che, a un anno dal ritrovamento del corpo del piccolo Aylan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum in Turchia, non sembra aver mostrato segni di miglioramento.  Con un appello affinché finalmente mettessero “i bambini al primo posto”, Save the Children chiede alle istituzioni europee e agli stati di confine uno stop agli abusi e ai respingimenti, oltre naturalmente al rispetto per la legalità internazionale, che stabilisce precise garanzie per i minori. Tra le esigenze principali: una facilitazione dei ricongiungimenti familiari, accelerando e potenziando, sempre con priorità ai minori, i programmi di ricollocazione nei Paesi europei e quelli di reinsediamento, i quali “costituiscono un canale sicuro per evitare che questi si affidino ripetutamente a trafficanti senza scrupoli”.

Un altro appello che cadrà nel vuoto? “L’Unione Europea e gli Stati Membri stanno continuando a rendersi autori di violazioni dei diritti dei minori migranti, attraverso leggi e decisioni che sembrano anteporre il controllo delle frontiere al superiore interesse dei bambini” ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia, che continua: “Qualunque sia la ragione che li costringe ad abbandonare le proprie case, tutti i bambini migranti hanno il diritto di sentirsi al sicuro, di essere protetti dagli innumerevoli rischi che incontrano nel corso del loro viaggio, tra cui violenze, abusi e sfruttamento, e di continuare a ricevere istruzione e opportunità per il loro futuro”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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