Il Niger è un nuovo gendarme anti-migranti per lo Stato italiano

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Stringere un accordo (anche) con il Niger per arginare l’arrivo sulle coste sud del Mediterraneo dei migranti del corno d’Africa e dei territori sub-sahariani pronti a imbarcarsi sui natanti fatiscenti gestiti dai trafficanti. Questa la strategia più volte annunciata dalla governance italiana in piena coerenza con il cosiddetto “Migration compact”, un piano più organico per intervenire sulla questione migranti sottoposto lo scorso anno dall’Italia alle istituzioni UE.

La costruzione di partenariati ad hoc con i principali Paesi di transito o di origine dei migranti è stata peraltro la linea avviata dall’Unione Europea con la stipula dell’accordo nel marzo 2016 con la Turchia di Erdogan, che ha sensibilmente interrotto i flussi di alimentazione alla rotta balcanica; costo economico dell’operazione: 6 miliardi di euro. Costi umani: alti ma non ampiamente diffusi attraverso i mass media. A questo ha seguito la recente firma di un patto tra l’Italia di Paolo Gentiloni e la Libia di Fayez Al Sarraj, premier del governo di unità nazionale promosso dall’Onu, per interrompere la rotta a oggi più frequente per l’arrivo in Italia, e infine il 31 marzo quest’ultimo accordo del governo italiano con Mahamadou Issoufou, il presidente del Niger. Appena 50 milioni di euro per il governo nigerino e divisi in tranche di pagamento, che saranno versate solo se il Paese avrà dato effettiva prova di un intervento per interrompere il flusso dei migranti verso l’Italia e l’Europa. Ossia, capiamoci bene, l’obbligo del Paese sub-sahariano sarà quello di fermare i passaggi: il come e con quali costi umani non appare nell’interesse dello Stato italiano conoscerlo, purché tali strumenti siano efficaci, ovvero portino dei risultati reali in termini di riduzione dei numeri dei migranti. Chiare sono le parole del premier Gentiloni alla stampa ai margini dell’accordo appena stipulato: “Nessuno vende illusioni sul fatto che i flussi migratori possano sparire d’incanto. Dobbiamo lavorare insieme, anche con l’Europa, e li possiamo ridurre anche in tempi relativamente brevi”. L’obiettivo è dunque questo, che è cosa ben diversa dall’attuare una strategia complessiva per “salvare vite in mare e consentire ai migranti e ai rifugiati di rimanere vicino a casa”.

Poco importa ai molti che plaudono a questi accordi per tenere gli “immigrati” a casa loro. Basta leggere i commenti che impazzano sotto gli articoli di stampa che riportano la notizia e si evince un’ampia fetta dei concittadini che è ben contenta della creazione di un fitto reticolato fatto di polizia e di uomini armati dei Paesi terzi pagati per contenere una informe massa di africani (e non solo) diretta verso il Vecchio continente. E se c’è chi afferma di concordare sulla necessità di questi patti per “ragioni umanitarie”, intese come il salvataggio delle vite di coloro che partono per questi viaggi della speranza, un’interpretazione che sembra risuscitare forme di paternalismo con gli europei che la sanno di sicuro più lunga di quegli sciocchi che si mettono in cammino, c’è anche chi esprime palesemente il proprio esclusivo interesse nella difesa dei confini nazionali dall’“invasione” anche alzando muri ovunque sia (fisici o mentali) senza però guardare ai dati e all’efficacia vera di tali manovre, al di fuori di propaganda.

Molto importa, invece, a tutti coloro che ricordano che la nostra Costituzione riconosce al suo articolo 10 che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. In altre parole, se un cittadino di un altro Paese non vede riconosciuti i suoi diritti fondamentali, quali alla libertà di parola, alla vita e al voto, per non dire a non essere perseguitato e ad avere un lavoro degno, può richiedere all’Italia di essere accolto e di diventare un rifugiato. Sta poi all’ordinamento del Paese accoglierlo o meno, ma di certo in virtù di accordi normativi internazionali stipulati dal Paese (in piena libertà, sembra il caso di sottolinearlo) dal secondo dopoguerra ad oggi e riconosciuti proprio dal già ricordato articolo della Carta costituzionale, non è consentito allo Stato di far di tutto per impedire l’accesso al territorio nazionale. Appare forse bizzarro, ma proprio la libertà di movimento è una di quelle libertà democratiche riconosciute come fondamentali nel nostro ordinamento.

Un paio di domande restano aperte dinanzi all’attuazione della strategia del “migration compact”. Innanzitutto, è efficace? O, come la storia ci dimostra, una volta chiusa la rotta, se ne trova sempre un’altra che, per quanto impervia, la disperazione di migliaia di persone cercherà (e riuscirà) a percorrere?

In secondo luogo, la nota prassi europea, condivisa anche dalle istituzioni italiane, della condizionalità degli aiuti e della cooperazione internazionale allo sviluppo, così come degli accordi commerciali, al rispetto dei fondamentali diritti umani resta un principio valido solo sulla carta? Nello stipulare questi accordi per ridurre l’arrivo di migranti in Europa con Paesi che non sono certo campioni nel rispetto dello stato di diritto, spesso in preda a conflitti armati, governati con pugno di ferro e metodi antidemocratici, talvolta palesemente xenofobi, agli ultimi posti nell’indice di sviluppo umano (il Niger è al 187° posto sui 188 Stati al mondo esaminati), si andrà quasi certamente a finanziare la creazione di nuovi centri di detenzione descritti dalle organizzazioni umanitarie al pari dei lager nazisti e ad arricchire le milizie armate che imperversano sui territori. Azioni dunque del tutto contrarie alla tutela dei diritti umani, oltre a non considerare che, facendo di tutti i migranti un fascio (tra profughi, rifugiati, migranti economici), si va a violare quella normativa internazionale che consente la libertà di movimento e di richiedere il diritto di asilo.

Per questa ragione le principali organizzazioni non governative aderenti a AOI, Cini e Link 2007 hanno chiesto che l’implementazione del cosiddetto Fondo per l’Africa istituito dall’ultima legge di bilancio per sostenere “interventi straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d'importanza prioritaria per le rotte migratorie” non si trasformi però in un ulteriore contributo italiano ai blocchi navali e alle operazioni di polizia frontaliera nei Paesi africani ma piuttosto si traduca in termini di programmi di cooperazione internazionale per lo sviluppo, per contribuire ad affrontare le cause che determinano i fenomeni migratori attuali.

Quello che infatti manca nella strategia UE-Italia è il fare i conti con le ragioni di fondo che innescano questi grandi fenomeni migratori legati a quelle disuguaglianze sociali ed economiche, quei cambiamenti ambientali e conflitti geo-politici che hanno molto a che fare proprio con il Vecchio continente.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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