Cooperazione internazionale e diritto al futuro

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Si è tenuto a Trento venerdì 12 maggio scorso il nono appuntamento con il seminario della Carta di Trento, organizzato da Fondazione Fontana Onlus e promosso in collaborazione con Focsiv, ACCRI, Ipsia del Trentino, Osservatorio Balcani e Caucaso, GTV, Consorzio Associazioni con il Mozambico, Docenti Senza Frontiere, Tremembè, Saint Martin Catholic Social Apostolate e Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale. Molti i soggetti che in questa occasione hanno condiviso le proprie esperienze sul tema della cooperazione internazionale negli approcci alle migrazioni mondiali e nella promozione del diritto al futuro, riflessione che come d’abitudine coincide e integra quella della World Social Agenda per l’anno scolastico 2016-2017 e che ha riscosso grande interesse per l’intenso programma proposto (qui) e per i profili dei partecipanti.

Gli “addetti ai lavori”, ovvero rappresentanti di organizzazioni della solidarietà internazionale, insegnanti e formatori, studiosi e ricercatori, nonché funzionari di enti pubblici e imprenditori che operano nel settore, hanno affrontato argomenti di attuale e strategica rilevanza per una lettura consapevole delle buone (e a volte anche delle cattive) prassi della cooperazione internazionale, che si trova a doversi confrontare con un fenomeno globale in continua evoluzione, costantemente in equilibrio tra logiche emergenziali, assistenzialistiche e tentativi di empowerment. Si pensi che solo nel 2015 le persone migranti hanno superato i 244 milioni, e di questi circa 65 milioni sono persone in fuga. I numeri sono cartina di tornasole di un contesto mondiale di estrema complessità che provoca ricadute di breve, media e lunga durata sia nei Paesi di origine che nei Paesi di arrivo. Cercando di superare i populistici slogan come “aiutiamoli a casa loro”, è indubbio che la cooperazione internazionale rivesta un ruolo strategico nel fornire alternative alle migrazioni e nel tutelare i diritti dei migranti, senza dimenticare un accompagnamento all’integrazione nei Paesi di arrivo. Cooperazione internazionale che però troppo spesso, a discapito del peso rivestito, rimane ai margini della considerazione politica e ancor più di quei finanziamenti che permettono la realizzazione di progetti specifici, mirati e sostenibili.

Parte fondamentale di una riflessione su queste tematiche è anche soffermarsi sugli immaginari, che riguardano chi parte e chi rimane, chi accoglie e chi non accoglie, spesso articolandosi intorno a un “soggetto muto” (Barbara Pinelli) di rado interpellato nelle proprie aspettative e nel suo ruolo di “portatore di desideri e futuro” (Silvia Nejrotti): occorre quindi tenere viva l’attenzione sulle politiche che sostengono od ostacolano, ma in ogni caso condizionano a livello nazionale, europeo e mondiale, le azioni nei confronti dei migranti, siano esse di contrasto o di supporto. Su questo punto in particolare si è soffermato Andrea Stocchiero, ricercatore del Centro Studi di Politica Internazionale (Cespi) e responsabile policy di Focsiv. Evidenziando i rischi di strumentalizzazione della cooperazione internazionale, ha portato come esempio il presunto aumento degli investimenti del Governo italiano in questo settore, nel cui ammontare sono però contabilizzati i costi dell’accoglienza di profughi e richiedenti asilo (per un totale pari circa allo 0,7% del bilancio nazionale), manovra che fa apparire l’Italia, a livello europeo, come un Paese virtuoso che spende molto per la cooperazione. Ma è poi così vero? Come è noto, l’Italia deve poi anch’essa fare fronte alla crisi dell’Unione Europea, e in maniera evidente lo deve fare in termini di condivisione di spese e controllo sui flussi migratori che, in qualche modo, favoriscono l’esternalizzazione della crisi e gettano le basi per ulteriori criticità a livello mondiale, che includono anche, per esempio, il sostegno a governi che potremmo eufemisticamente definire come “non troppo democratici”. Ça va sans dire, a danno della società civile.

Se fino a qualche anno fa il GAMM (Global Approach to Migration and Mobility) aveva attivato politiche europee volte all’implementazione di migrazioni regolari e mobilità (anche se per lo più legate alla blue card, quindi a profili professionali di alto livello) nonché al potenziamento dello sviluppo, combattendo contemporaneamente il traffico irregolare di esseri umani e lavorando attraverso tentativi - continui, ma spesso maldestri - di perfezionare i meccanismi della protezione internazionale, dal 2015 le azioni attivate sono per lo più rivolte alla gestione degli importanti flussi migratori di cui tutti siamo testimoni. Criticità significative emergono anche dai fondi FAMI (anche questi europei, ma gestiti dal Ministero) per il ritorno volontario assistito (quindi non coercitivo), fondi in cui il ruolo della cooperazione e delle Ong sarebbe quello di favorire e accompagnare la reintegrazione sociale ed economica nel Paese di origine. Peccato però che i progetti abbiano durata annuale, quindi troppo breve per permettere attività sostenibili, e spesso allora proseguiti in autonomia dalle ong che già lavorano in quei Paesi. Si tratta di una situazione che pone evidenti problemi di carattere politico, e che in qualche modo rafforza l’associazione “Ong = sostegno e potenziamento dei rimpatri assistiti”, con ovvie inevitabili strumentalizzazioni.

Non solo di politiche però si è parlato: di indubbia rilevanza e attualità è anche una riflessione sul ruolo delle nuove tecnologie e della comunicazione nella promozione delle informazioni che riguardano le migrazioni (Roberto Garaffa). In particolare, è stata presentata l’interessante esperienza del progetto Migrathon, maratona digitale nata dalla collaborazione tra Ong 2.0 e Cisv e partita a dicembre 2016 con il coinvolgimento di universitari di Dakar e dei coetanei torinesi per elaborare possibili soluzioni tecnologiche che possano essere utili per i migranti interni dell’Africa occidentale e che li coinvolgano come protagonisti della progettazione di uno strumento utile a loro come alle loro famiglie.

Non si è infine tralasciato un momento di confronto sui ruoli, le aspettative e le eventuali modalità collaborative dei migranti stessi all’interno di percorsi di co-sviluppo (Modou Gueye), nonché sui corridoi umanitari, modelli in continua evoluzione (Elisa Piras) di cui anche Unimondo si è recentemente occupato. Perché che si tratti di processi lunghi e complicati è indubbio, ma è altrettanto certo che, contemporaneamente all’azione, siano necessarie molteplici elaborazioni di senso di quelli che sono gli interventi sempre più frequenti in scenari complessi, sia per le caratteristiche e i rischi implicati, che per le potenzialità insite in pratiche che richiederebbero una piena - ma non ancora sufficiente - autoconsapevolezza del ruolo rivestito e dei contesti in cui si opera. E la Carta di Trento si conferma un importante e ostinato contributo per non perdere di vista questioni cruciali.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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