C’era una volta il lago d’Aral

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Foto: Shamil Zhumatov, Reuters/Contrasto da Internazionale.it

Solo due anni fa la Nasa aveva diffuso delle immagini satellitari che dimostravano come la superficie del lago Aral si fosse ridotta del 75% in 50 anni. Oggi quello che è stato il quarto più grande mare interno del mondo, incastonato tra il Kazakistan e l’Uzbekistan, è quasi del tutto scomparso a causa di una serie di disastri ambientali di natura antropica che lo hanno fatto ritirare con una media di tre metri all’anno. Tutto è cominciato negli anni quaranta quando l’ex Unione Sovietica deviò il corso del Syr Darya e l’Amu Darya, i due fiumi principali che lo alimentavano, realizzando un sistema d’irrigazione utile alla produzione di cotone. La mancanza di acqua dolce che alimentava l’Aral ha fatto aumentare la salinità nell’intera area, avvelenato grandi estensioni di territorio e provocato gravi danni alla salute umana e alla stessa agricoltura che si intendeva favorire. Il lento, ma progressivo effetto del cambiamento climatico ha fatto il resto e quando negli anni novanta l’Unione Sovietica è crollata, l’Aral era già diviso in diversi specchi d’acqua, molto più piccoli rispetto al lago disegnato sulle cartine geografiche che vedevamo appese a scuola. 

La notizia non è certo dell’ultima ora, ma la tappa in Uzbekistan che il segretario generale dell’Onu António Guterres ha fatto ad inizio giugno, durante la sua visita in Asia centrale, ha messo nuovamente il caso sotto la lente d’ingrandimento dei media. Guterres ha incontrato il presidente dell’Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev, per discutere della collaborazione tra le Nazioni Unite e il Paese centroasiatico nel contesto geopolitico locale e in quello della lotta al cambiamento climatico. “Visitando il lago d’Aral e vedendo che quel che è stato il quarto più grande mare interno del mondo è quasi morto ho provato uno shock tremendo - ha detto Guterres - Questa è probabilmente la più grande catastrofe ecologica del nostro tempo. E dimostra che gli uomini possono distruggere il pianeta. La progressiva scomparsa del lago d’Aral non è stata causata solo dai cambiamenti climatici, ma è stata causata dalla cattiva gestione delle risorse idriche da parte del genere umano. Ma quanto è successo dimostra anche che se, per quanto riguarda i cambiamenti climatici, non siamo in grado di agire con forza per domare questo fenomeno, potremmo vedere questo tipo di tragedie moltiplicarsi in tutto il mondo. Quindi cerchiamo di utilizzare il lago d’Aral come simbolo di come l’umanità può distruggere il pianeta e facciamone una lezione per tutti noi, per essere in grado di mobilitare tutta la comunità internazionale, governi, imprese, società civile, città, Stati e attuare l’Accordo di Parigi”.

Ma questa trasformazione geografica non ha avuto solo ricadute ambientali. Moynaq, città portuale uzbeka fondata sull’industria del pesce, aveva una flotta di 165 pescherecci, almeno fino al 1973 quando l’acqua è scomparsa definitivamente dal porto e ha trasformato le barche in relitti arrugginiti abbandonati nel deserto. Da allora l'industria del pesce è morta, la popolazione ha cominciato ad emigrare e oggi solo chi ha più di 50 anni può dire di aver fatto il bagno nell'Aral quando la comunità viveva della gloriosa industria della pesca locale. Per l’attivista ambientale uzbeko Yusup Kamalov, tra i leader dell’Unione per la difesa del lago d’Aral e del fiume Amu Darya, il lago potrebbe ancora essere salvato visto che “Il Kazakistan ci sta riuscendo con discreto successo”. Il Governo di Astana, infatti, si è concentrato sul recupero della parte settentrionale del lago, che si trova completamente all’interno del suo territorio. È stata costruita una diga, completata nel 2005, che nel corso di dieci anni ha aumentato la varietà del pesce, ridando vita all’economia della regione. Il ritorno della pesca commerciale ha anche creato posti di lavoro negli stabilimenti in cui il pesce viene ordinato e congelato.

L’Uzbekistan, invece, ha rinunciato a qualsiasi progetto di recupero del lago e si aspetta di "toccare il fondo" per sfruttare i giacimenti di gas e petrolio. Per volontà del presidente e dittatore Islom Karimov prima e Shavkat Mirziyoyev adesso a Moynaq resiste solo un laghetto artificiale creato ai margini della città, una pozza d'acqua salmastra grande come un campo da calcio che i giovani del paese chiamano ambiziosamente “Il lago”. Rientra tra le attrazioni turistiche e pare ci si possa anche pescare. Per questo al momento l’obiettivo più realistico degli ambientalisti locali non è ricreare un lago navigabile, ma umidificare quella pianura arida in cui si è trasformato l’Aral per fermare la sabbia e le polveri contaminate da pesticidi e fertilizzanti che da lì continuano a spargersi in tutta l’Asia Centrale. Oggi a Moynaq il cancro alla gola colpisce tre volte di più che nella media del Paese e l’Aral è diventato l’esempio più tragico di una distorta idea del progresso che crede di poter imbrigliare la natura con quello che oggi dovremmo chiamare sviluppo insostenibile e che troppo spesso si è trasformato, qui come a Chernobyl, in una catastrofe.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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