Alunni “stranieri”: una presenza “stabile e strutturale”

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Aveva fatto scalpore, a inizio marzo, la storia della scuola media Pertini di Vercelli, dove i professori avevano letto agli alunni delle classi terze una circolare molto particolare: diceva infatti che tutti gli studenti con almeno un genitore straniero sarebbero dovuti andare in una classe separata e, all’esame, affrontare due prove in più, lingua italiana e cultura italiana. Si era trattato ovviamente di uno scherzo, un esperimento per testare la reazione dei ragazzi riproponendo, attualizzandole, le leggi razziali del fascismo: quasi tutti gli studenti “italiani” hanno infatti protestato con forza, e c’è stato anche si è messo davanti alla porta per impedire ai propri compagni di uscire. Un segno non solo di come la scuola, in molti casi, si riveli essere uno dei principali antidoti al razzismo e alla discriminazione, ma anche del fatto che la presenza di questi ragazzi cosiddetti stranieri, spesso chiamati “seconda generazione di immigrati” (ma il più delle volte italiani di fatto), sia una divenuta “una presenza ormai strutturale e pressoché stabile”. La definizione arriva dallo stesso Ministero dell’Istruzione, a supporto dei dati contenuti nel nuovo Focus sugli alunni stranieri, che il Miur ha pubblicato lo scorso 31 marzo, in occasione del seminario nazionale “Costruttori di Ponti” svoltosi a Reggio Emilia e Gattatico.

Secondo lo studio, sono infatti quasi 815.000 le alunne e gli alunni con cittadinanza non italiana presenti nelle classi, dalla scuola dell'infanzia alla secondaria di II grado, ovvero il 9,2% del totale della popolazione scolastica. Un incremento dello 0,1% in più rispetto all’anno precedente e del 43,2% nell’arco degli ultimi cinque anni (2011-2016). Romania, Albania e Marocco sono le nazionalità maggiormente rappresentate ma sono in crescita anche quelle asiatiche, in particolare la Cina e le Filippine. Sempre secondo il Focus, circa un quarto (203.979) degli alunni stranieri si trova in Lombardia, anche se la regione in cui più incidono nel contesto scolastico locale è l’Emilia Romagna, dove quasi il 16% degli studenti non ha la cittadinanza italiana. In generale, è tra i banchi della primaria che si ha il maggior numero di presenze, anche se sarebbero sempre di più le ragazze e i ragazzi che scelgono di proseguire gli studi dopo il diploma di scuola media. L'81,1% delle neodiplomate e dei neodiplomati, infatti, ha optato per i percorsi di scuola secondaria di secondo grado, e l'8,7% per quelli della formazione professionale regionale.

E se molti che arrivano per la prima volta in una classe italiana devono fare i conti con l’apprendimento di una lingua e con lo spaesamento di un contesto totalmente nuovo, lo studio sottolinea come ben il 60% di questi 815.000 alunni “stranieri” sia in realtà nato nel nostro paese, percentuale che sale all'85% nella scuola dell’Infanzia. Insomma, la maggior parte parla italiano – spesso pure il dialetto locale – va a scuola, costruisce qui il proprio futuro ma l’Italia tarda a riconoscere loro un diritto fondamentale come quello della cittadinanza. La legge – che riconosce uno ius soli temperato ma anche una sorta di ius culturae per chi non nasce in Italia ma frequenta qui le scuole – è infatti bloccata al Senato da oltre un anno, perpetuando così ingiustizie e discriminazioni sulla pelle di migliaia di bambini e ragazzi, anche in un ambiente “protetto” come la scuola. “Spesso è proprio lì che scopri di essere diverso dagli altri – racconta ad esempio Gailor, nato in Italia da genitori congolesi, durante uno dei tanti flash mob e iniziative organizzate dal gruppo degli Italiani Senza Cittadinanza – quando ad esempio scopri che non puoi partecipare al viaggio-studio all’estero perché uscire dal paese che ti ospita è problematico, o altri casi di questo genere. Ti rendi conto che la tua posizione è differente da quella del tuo compagno di banco, anche se siete nati nella stessa città, e qualche volta possono nascere anche delle crisi d’identità”.

Altre volte poi, è l’ambiente intorno a fare rumore, come nel caso delle cosiddette “classi-ghetto”, ovvero quelle in cui si supera il famoso “tetto del 30%” di alunni stranieri istituito dal Miur. Secondo il Focus del Ministero sono il 5.5% le classi che lo superano, percentuale che però precipita allo 0,7% se si contano solo gli alunni stranieri nati all’estero. E se certi media e forze politiche sbraitano per creare casi da strumentalizzare, è anche vero che molte di queste scuole sono riuscite al contrario a trasformare il mosaico di provenienze geografiche e culturali in una ricchezza per tutti – italiani e non – a livello non solo umano ma anche didattico e formativo. Basti pensare alla scuola “Carlo Pisacane” di Roma, o alla “Luigi Cadorna” di Milano, con i loro laboratori e iniziative che spesso coinvolgono genitori, associazioni, e a volte anche l’intero quartiere, che così rinasce a nuova vita. Certo serve tanta fatica e preparazione, un lavoro di sinergia, e anche in questo caso i risultati differiscono a seconda del contesto: al nord, dove la scuola multietnica è una realtà più consolidata, sarà senz’altro diverso rispetto al centro o al sud dove – pur con eccezioni – si è cominciato più di recente a fare i conti con una sempre maggiore presenza di studenti non italiani. Bambini e bambine, ragazzi e ragazze con una varietà di storie personali che a volte possono essere anche dolorose, come nel caso dei minori migranti che arrivano soli nel nostro paese, a cui non sempre si presta la giusta attenzione e ascolto, così come spesso mancano le risorse per una migliore gestione di questa realtà.

Dal Miur, però, qualche buona notizia arriva: “Siamo determinati a fare della scuola e dell’università motori dell’integrazione e dell’accoglienza della diversità – ha dichiarato la Ministra Valeria Fedeli nel saluto inviato al seminario di Reggio Emilia – Proprio in questi giorni stiamo lanciando il bando che destina 50 milioni di euro di fondi PON affinché gli istituti scolastici di ogni ordine e grado, anche in orario extrascolastico e di concerto con i territori e con le associazioni, potenzino le politiche di integrazione, promuovendo la conoscenza del fenomeno migratorio, sviluppando approcci relazionali e interculturali, creando nuove occasioni di socializzazione. Lavorando sulle competenze linguistiche e di base delle nuove e dei nuovi italiani e strutturando politiche che combattano la dispersione scolastica”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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