Duterte continua la violenta guerra alla droga

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Foto di Daniel Berehulak da Media.internazionale.it

Folle. Non ci sono altre parole per descrivere in un linguaggio di certo non politicamente corretto il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte. Col suo caratteristico gesto del pugno chiuso atto a indicare la forza della sua azione di governo che intende trasmettere ai cittadini, da mesi le gesta da far west dei suoi uomini contro la droga benedette dal cattolico capo di Stato hanno fatto il giro del mondo. Al di fuori di qualsiasi basico sistema giudiziario, spacciatori e tossicodipendenti sono riconosciuti colpevoli dei loro crimini e immediatamente assassinati in strada: proprio i loro corpi lasciati alla pubblica visione diventano un monito per invitare alla rettitudine i cittadini, come i cartelli attaccati scialbamente agli uomini esanimi indicano chiaramente. Il fai da te contro il crimine promosso ai cittadini filippini dal loro presidente ha finora colpito non solo spacciatori e tossicodipendenti ma anche alcuni personaggi in vista, come il sindaco di Albuera della provincia centrale di Leyte, accusato di essere implicato insieme al figlio nel traffico di stupefacenti. In meno di un anno dall’insediamento di Duterte alla presidenza delle Filippine, la lista delle esecuzioni extragiudiziarie nel Paese ha superato i 7mila omicidi.

Dopo tante polemiche sollevate da attivisti dei diritti umani ma anche dalle diplomazie internazionali, proprio un caso che ha a che fare con un cittadino straniero ha imposto un momentaneo stop alla politica dello sceriffo Duterte. Jee Ick-joo è il manager sudcoreano in questione: sequestrato in ottobre nei pressi di Manila mediante un falso mandato per traffico di stupefacenti da uno degli squadroni speciali dell’antidroga della polizia filippina, l’uomo è stato di fatto strangolato poco dopo il rapimento e il suo corpo eliminato in un forno crematorio gestito da un ex collega della polizia, ma non prima di aver ottenuto un riscatto dalla famiglia del rapito per un corrispondente pari a quasi 100mila euro. A gennaio le indagini interne avevano fatto luce sulla vicenda e aperto il vaso di Pandora sull’operato “discutibile” della polizia filippina: al di là delle ovvie tese relazioni con la Corea del Sud, il caso ha gettato ulteriori ombre sulle ambiguità e sull’efficacia del violento sistema anti-droga messo in piedi da Duterte.

Ed ora sembra essere arrivato il turno della stessa polizia, il braccio armato dell’azione presidenziale, accusata da Duterte di corruzione sistemica. Con la sua consueta modalità ben poco “discreta”, il presidente ha dichiarato alla stampa che aborrisce il sistema di vasto racket che si è creato e ha accusato senza mezzi termini: “Voi poliziotti siete i più corrotti. Siete corrotti fino al midollo. È nel vostro sistema”. Ha dunque avuto inizio una nuova caccia alle streghe contro le squadre antidroga della polizia che, al pari della prima, ha scarse possibilità di essere indirizzata sul sentiero delle riforme istituzionali del Paese. Di fatto, in queste ultime settimane le squadre antidroga sono state smantellate e sostituite con un altro corpo militare rimasto ai margine del potere da quando fu impiegato dal generale Marcos nell’attuazione delle leggi speciali.

Mentre questa brutta sceneggiatura sul futuro delle Filippine si infittisce, l’attenzione internazionale verso la politica odierna di Manila si fa più viva. Un segno è senz’altro la recente assegnazione del Premio Pulitzer e del World Press Photo al reportage fotografico dell’australiano Daniel Berehulak che, in 35 giorni di presenza a Manila, ha raccolto foto su 57 omicidi in 41 scena del crimine: una vera e propria discesa nell’Ade che il fotografo, intervistato per La Lettura del Corriere della Sera, interpreta e ricostruisce con il supporto dei testimoni come delle storie ben spesso falsate dalla polizia. “La scena del crimine è solo l’inizio della storia e spesso è truccata: i poliziotti mettono nelle tasche del cadavere dell’anfetamina e persino un fucile ben piazzato tra le mani”; ricostruzione analoga a quelle documentate da Amnesty International che dall’avvio della “guerra alla droga” scatenata dalla retorica violenta del presidente Duterte, che già in campagna elettorale aveva incitato le forze dell’ordine a ripulire il Paese da tre milioni di drogati, ha analizzato i resoconti della polizia, trovandoli tutti stranamente analoghi, e sconfessato numerosissimi casi in cui i testimoni hanno negato che le vittime hanno resistito all’arresto inducendo la polizia ad aprire il fuoco ma in realtà sono stati uccisi a sangue freddo.

Ma non di sole critiche è fatto il percorso politico di Duterte: all’ampio sostegno interno si affianca ora il supporto del presidente degli Stati Uniti. A 100 giorni dal suo insediamento e con profonda distanza rispetto alla distanza tenuta dal predecessore Obama insultato dal presidente filippino, Donald Trump ha invitato ufficialmente Duterte a visitare gli Stati Uniti mostrando anche forte interesse e apprezzamento per la gestione di quella politica antidroga che fa proprio tanto discutere il mondo.  

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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