G8 di Genova e Grecia, se la polizia viola i diritti umani

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Una scena molto verosimile del film sulla caserma Diaz – Foto: zai.net

Quando le forze che dovrebbero rappresentare l’ordine dello Stato si trasformano in agenti di violenza che si comportano senza tener conto delle garanzie costituzionali, la democrazia subisce ferite profonde e durature. Quando poi queste violenze perpetrate dalla polizia diventano vere e proprie spedizioni punitive, segnate da sevizie verso cittadini inermi, vengono calpestati fondamentali diritti umani la cui tutela è obbligatoria per qualsiasi regime. Alla fine uno Stato democratico riesce a perseguire gli autori di questi crimini particolarmente gravi a prescindere dall’entità dei fatti: è sufficiente che un uomo in divisa bastoni e umili un cittadino senza alcuna reale giustificazione, e la pacifica convivenza viene messa in crisi. Così è avvenuto – in una dimensione senza precedenti – con l’irruzione alla caserma Diaz da parte della polizia durante il G8 di Genova del 2001 per colpire i manifestanti che in quel luogo soggiornavano. Un episodio indegno per l’Italia che, fin da subito, ha ricordato il Cile di Pinochet: torture, sangue, feriti, sospensione delle garanzie. Ora chi ha pianificato questo disastro è stato condannato in via definitiva: mai nel nostro paese agenti delle forze dell’ordine di così alto grado sono stati riconosciuti colpevoli di reati così gravi e odiosi. Il bisogno di giustizia avrebbe necessitato pene più severe ma per l’Italia, in cui, contravvenendo alle convenzioni internazionali, non è ancora previsto il reato di tortura, questa sentenza è sicuramente storica.

Commenta un giornale non certo no global come Il Sole24Ore: “Una sentenza della Cassazione non può cancellare una pagina buia della storia d’Italia. Il ricordo delle violenze, del sangue, di giovani inermi picchiati nella scuola Diaz in modo assurdo e spietato dagli agenti di polizia resterà indelebile. Né le condanne definitive degli imputati o le somme che saranno restituite in sede civile alle vittime potranno eliminare le cicatrici di una ferita profonda per la democrazia”.

Sorprende che il ministro degli interni Cancellieri parli solamente di “gravi errori” e non di crimini dicendo addirittura che i condannati sono agenti molto preparati. Ci ritroviamo invece nelle parole di Daniele Vicari, regista del film “Diaz” che racconta quei drammatici avvenimenti: “La conferma delle condanne e l’interdizione dai pubblici uffici dei funzionari di polizia che nel 2001 ordinarono e consentirono il massacro alla scuola Diaz dimostra la serietà di un processo, e il grande impegno svolto dagli avvocati delle parti offese, ma in verità c’è poco da festeggiare: la vicenda rimane una pagina buia e una sconfitta per tutti, soprattutto per le istituzioni perché la condanna arriva a 11 anni dai fatti”.

Per Vicari “è arrivato il momento di aprire un’altra pagina, quella della riflessione e del confronto sui temi fondamentali e dei diritti dell’uomo. Va riconsiderata, ad esempio, l’ipotesi di introduzione del reato di tortura. Ma c’è un altra cosa che va sottolineata con forza: ovvero in questi 10 anni si sono dimenticati in questo paese i diritti. Questa è stata, ed è innegabile, una responsabilità delle istituzioni, dei partiti politici che hanno sottovalutato la situazione, ma non solo. Mi spiego meglio: quei dirigenti di polizia andavano puniti allora. Alcuni oggi ricoprono altri ruoli ai vertici. E allora viene da chiedersi se tutto questo non sia ancora più osceno”.

Cambiando paese, lo scenario si aggrava. La Grecia sembra oggi vivere un pericoloso clima di disordini, certamente dovuto alla drammatica crisi economica ma favorito dall’instabilità endemica di un paese da poco uscito dalla dittatura. L’estremismo greco, di destra o di sinistra, non è una novità, come non sorprendono i metodi duri della polizia, anch’essa percorsa da pulsioni antidemocratiche in direzione di un nuovo autoritarismo. Tutte le rilevazione statistiche ci dicono che la formazione neonazista greca “Alba dorata” goda di grandi simpatie e di aperto sostegno proprio nelle forze dell’ordine. E il governo sembra stare a guardare, concedendo troppo spazio a documentati abusi degli agenti di polizia.

In una nota pubblicata nei giorni scorsi Amnesty International lancia l’allarme: “«Il nuovo governo greco ha ora l’opportunità di riconoscere il livello di violenza da parte delle forze di polizia, di prendere le misure necessarie per garantire che la polizia agisca con moderazione e mostri chiari segni identificativi durante le manifestazioni, nonché di rimediare alle carenze della stessa polizia, degli inquirenti e delle autorità giudiziarie nella conduzione di indagini imparziali ed efficaci, anche procedendo all’istituzione di un meccanismo realmente indipendente per ricevere denunce sull’operato delle forze di polizia. Se non lo farà, ulteriori violazioni dei diritti umani finiranno per essere impunite» – ha dichiarato David Diaz-Jogeix, vicedirettore del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International.

Da troppo tempo le autorità greche si limitano a liquidare queste violazioni dei diritti umani come «incidenti isolati».

Numerose denunce ricevute da Amnesty International riguardano l’uso di forza eccessiva e l’impiego di sostanze chimiche irritanti e di granate stordenti in un modo che viola gli standard internazionali.

I manifestanti, specialmente quelli picchiati o colpiti dai gas, non sono in grado di presentare denuncia poiché mentre subiscono questi trattamenti non possono prendere nota dei numero identificativo degli agenti, che quando c’è viene posto sul retro dei caschi.

Amnesty International ha ricevuto segnalazioni di percosse e diniego di contattare medici e avvocati durante l’arresto e la detenzione.

Trattamenti del genere colpiscono anche le persone che sono sospettate di far parte di gruppi armati locali e quelle appartenenti a gruppi vulnerabili, come i migranti e i richiedenti asilo in stato di detenzione e le comunità che vivono ai margini della società, tra cui molti rom.

«Spesso i responsabili di queste condotte criminali restano impuniti e le vittime non riescono a ricevere un rimedio effettivo né una riparazione» – ha commentato Diaz-Jogeix. «Ciò accade a causa delle carenze sistemiche nelle indagini, nei procedimenti e nelle sanzioni che riguardano le violazioni dei diritti umani».

Inoltre, la definizione di tortura contenuta nel codice penale greco è considerevolmente limitata rispetto a quella dei trattati internazionali di cui la Grecia è Stato parte. Amnesty International è a conoscenza di un numero assai esiguo di casi in cui agenti di polizia sono stati incriminati per il reato di tortura.

«Nessuno è al di sopra della legge, tanto meno le persone che hanno il potere di farla rispettare. Se le autorità greche non considereranno una priorità assoluta le violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di polizia e le carenze sistemiche che le consentono, l’impunità continuerà a prevalere» – ha concluso Diaz-Jogeix”. [PGC]

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