L’Iraq cerca la sua strada

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Il 12 maggio, e stavolta è ufficiale: questa la data in cui l'Iraq tornerà alle urne, nell'ambito delle elezioni che andranno a comporre il Consiglio dei Rappresentanti - il Parlamento monocamerale iracheno. Il 22 gennaio l'Assemblea ha infatti approvato con una risoluzione la data proposta dal Primo Ministro Haider al Abadi, che si ricandida alla guida del Paese. Quella del giorno del voto non è certo stata una decisione priva di difficoltà: il via libera al 12 maggio è stato possibile solo dopo l'approvazione del Presidente, Fouad Masum, che, con un decreto a sua firma, ha dato seguito all'approvazione del Parlamento. Prima ancora dell'approvazione parlamentare è intervenuta anche la Corte Suprema Federale, che a seguito della richiesta di rinvio formulata dai rappresentanti delle comunità sunnite - rinvio necessario, a loro parere, per consentire alle migliaia di sfollati interni di tornare alle loro case - , si è pronunciata nel merito dichiarando la non ammissibilità del rinvio e confermando, in via definitiva, la data del 12 maggio. La Corte ha poi spronato il governo ad accelerare il rientro a casa degli sfollati e, ove non fosse possibile nei termini, a predisporre seggi elettorali presso i luoghi in cui risiedono temporaneamente. Si tratterà di un turno elettorale cruciale per il futuro del Paese, e la rilevanza della consultazione risulta chiara anche dal crescente interesse di molteplici attori esterni: l'Iraq si trova tra il fulcro saudita - "centrale operativa" del sunnismo - e quello iraniano - il polo dello sciismo - , e dunque gli appetiti geopolitici sul Paese sono sempre stati forti; non faranno certo eccezione le prime elezioni dopo la vittoria su Daesh.

Gli USA hanno premuto affinché la data del voto non fosse posposta oltre il 12 maggio, allo scopo di non minare il cammino precostituito per rinnovare il Parlamento iracheno; gli americani hanno avuto un ruolo chiave nel sostenere lo sforzo militare contro il Califfato, fornendo l'aviazione a sostegno dell'avanzata di terra. L'asse con gli Stati Uniti spiega dunque l'appoggio americano ad al Abadi, attuale premier, e i tentativi di riavvicinamento con l'Arabia Saudita. Dall'altra parte c'è l'Iran, che sempre di più cerca di inserirsi nella disputa irachena caldeggiando la rielezione di Nuri al Maliki - predecessore di al Abadi - e un ritorno alla logica settaria di progressivo allontanamento degli elementi non sciiti dalle cariche di potere. Un'ingerenza, quella iraniana, che è temuta sì dai sunniti iracheni - che vedono milizie filo iraniane imperversare nel Paese e costruirsi un "ombrello politico" alle prossime elezioni - ma anche dagli stessi sciiti iracheni, prova ne è l'atteggiamento ostile di Moqtada al Sadr nei confronti delle PMU - Popular Mobilization Units.

E così tra alleanze variabili e convenienze politiche, frizioni religiose e interessi economici, lo sguardo attento di Russia e Turchia sul sempre mobile scenario mediorientale, il quadro politico dell'Iraq a quattro mesi dalle elezioni è quanto mai magmatico.

LA FRANTUMAZIONE SCIITA E L'INFLUENZA IRANIANA - L'attuale architettura di divisione dei poteri in Iraq è effettiva dall'entrata in vigore della Costituzione del 2005, che ha frettolosamente visto la luce dopo l'invasione statunitense e che da tali circostanze è stata ed è influenzata nei suoi dettami. Tale sistema conferisce la carica di Primo Ministro ad uno sciita - la componente maggioritaria nel Paese - , la Presidenza dello Stato (figura più rappresentativa che operativa) ad un curdo e la carica di "speaker" parlamentare ad un sunnita. Le tre "anime" maggioritarie dell'Iraq, tuttavia, allo stato attuale sono rappresentate in maniera molto frastagliata dai partiti in lizza, e particolarmente ingarbugliato è il quadro sciita.

Il Primo Ministro Haider al Abadi, entrato in carica nel 2014 in sostituzione di Nouri al Maliki, si ricandida ed è il favorito, soprattutto grazie all'onda lunga di consenso ottenuta grazie alla vittoria contro lo Stato Islamico, sconfitto - perlomeno nella sua articolazione territoriale - dopo tre anni di guerra. Nonostante entrambi appartengano tuttora allo stesso partito - al Dawa, che è la fazione leader della coalizione dei partiti sciiti - , i due correranno separati: al Maliki con la sua alleanza "State of Law", al Abadi con la "Victory Alliance" (Nasr al Iraq).

Abadi aveva concluso un accordo di alleanza con Fatah, altro raggruppamento di fazioni islamiche sciite, il cui maggior partito è Badr, formazione molto legata al Corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniano e capeggiato da Hadi al Amiri, attualmente deputato. L'alleanza è durata però poco più di un giorno: il 15 gennaio infatti Amiri ha annunciato il venire meno dell'intesa elettorale, rimandando eventuali collaborazioni a dopo il voto. Fatah è essenzialmente una coalizione il cui traino fondamentale deriva dalle "elongazioni" politiche delle PMU - Popular Mobilization Units - irachene, gruppo a sua volta sostentato dalle milizie iraniane.

L'iniziale alleanza con Badr ha provocato la dura critica di Moqtada al Sadr, autorità di spicco dello sciismo iracheno e leader del Movimento Sadrista, che avrebbe preso le distanze dall'accordo effettuato da Abadi perché eterodiretto dall'Iran e, soprattutto, perché l'entrata di milizie filo-iraniane nel gioco politico spianerebbe la strada all'ennesima ondata di settarismo - nonostante proprio Abadi avesse giustificato l'alleanza come trasversale, in grado di travalicare le derive settarie e confessionali. Ed è proprio da quest'improvvisa - e solo parzialmente giustificata - marcia indietro sull'alleanza effettuata un giorno prima che nascono le ipotesi sul reale motivo di rottura: c'è chi crede sia stato proprio il disaccordo di Sadr - che sosterrà la lista "Sairoon Coalition", in una inusuale alleanza con l'Iraqi Communist Party -, e chi invece imputa il ripensamento all'inclusione della figura di Ammar al Hakim, che ha avuto forti frizioni politiche in Iran per aver fondato un suo movimento contro la volontà di Khamenei.

L'ARDUA EREDITA': UN PAESE DA RICOSTRUIRE - Circa 100 miliardi di dollari di costi di ricostruzione stimati nei territori che erano occupati da Daesh (cioè un terzo del suolo iracheno), 200 centri urbani danneggiati dalla guerra, 5,5 milioni di persone che hanno lasciato le loro case per il conflitto, di cui almeno 2,5 che ancora non hanno potuto fare ritorno: questi sono solo alcuni degli inquietanti numeri lasciati in eredità da tre anni di guerra contro Daesh. All'opera politica di al Abadi, in carica dal 2014, sono stati riconosciuti molti meriti, primo tra tutti la riorganizzazione dell'assetto militare e la vittoria contro Daesh. Oltre al successo contro il Califfato, in ambito di politica interna Abadi ha cominciato ad avviare programmi di riforma dell'amministrazione dello Stato, in particolare con interventi di contrasto alla corruzione dilagante, le cui percentuali vedono l'Iraq agli ultimi posti nella classifica di Transparency International.

Uomo di mediazione, Abadi è riuscito nella non semplice impresa di abbattere Daesh e strappargli il controllo di Mosul, a luglio scorso, mettendo a punto un'alleanza tutt'altro che semplice - benchè meramente temporanea - tra truppe irachene, milizie iraniane e peshmerga curdi, supportati dall'aviazione USA. Quella stessa capacità di acrobatico mantenimento degli equilibri che, in maniera politicamente molto astuta, ha messo in mostra sulla questione dei curdi riconquistando la gestione di Kirkuk - strategica per la sua ricchezza di petrolio - nei giorni immediatamente successivi al referendum di indipendenza curdo di fine settembre, consultazione in cui il 93% dei votanti si espresse in favore dell'indipendenza da Baghdad. Nella delicata circostanza, sfruttando l'appoggio di larga parte della comunità internazionale, Abadi ha saputo infatti rimettere sotto controllo centrale la regione di Kirkuk, prima nelle mani del KRG - Kurdish Regional Government, che, con capitale ad Erbil, gode di semi-autonomia da Baghdad - , riaffermando, una volta raggiunto lo scopo, l'intangibilità dei curdi da aggressioni esterne e il ritorno del dialogo sotto l'egida dei dettami costituzionali.

Viste da vicino, tuttavia, molte delle spinose questioni di cui sopra sono tutt'altro che risolte definitivamente: quella su Daesh è per ora una vittoria meramente territoriale, dato che le radici profonde della nascita e del proliferare del movimento in Iraq - e dunque la possibilità di un suo "risorgere dalle ceneri" - non sono state recise; il referendum curdo, il cui netto risultato pro-indipendenza è stato gestito, come abbiamo visto, soprattutto grazie ad un robusto appoggio esterno (volto al mantenimento dello status quo), rappresenta anche il definitivo manifestarsi, da parte della stragrande maggioranza dei curdi iracheni, di determinate istanze di insofferenza ancora tutte sul tavolo, tra cui la mancata applicazione di svariati articoli della Costituzione in merito al perfezionamento della semi-autonomia curda e non solo.

Di certo l'operato di al Abadi, che rimane il favorito per le elezioni di maggio, viene considerato in maniera diversa, ed è aperta la riflessione sulla sua bontà; meno aperto, invece, il giudizio sul suo predecessore e ora di nuovo candidato alla premiership, quel Nuri al Maliki che da più analisti è ritenuto primo responsabile della nuova ondata di settarismo che sotto la sua gestione, a colpi di rimozioni forzate di componenti sunniti dai posti di potere, forzature legislative, accentramento dei poteri e silente acquiescenza alla corruzione degli apparati di Stato, è tornato prepotentemente a funestare il Paese. Agli iracheni, il prossimo 12 maggio, spetterà decidere se sarà lui, Abadi o altri ad occuparsi di ricucire il tessuto sociale del Paese.

Michele Focaroli

Classe 1988, Roma, nato, cresciuto e allevato in mezzo ai giornali, che - insieme al caffè - a casa non sono mancati mai, nemmeno per un giorno. Ho studiato Relazioni Internazionali, unendo così la passione per lo studio a quello per la scrittura, che pratico con continuità da qualche anno. Da tempo mi occupo prevalentemente di Medio Oriente, cercando di far emergere, oltre al quadro geopolitico, il contesto sociale e le istanze delle popolazioni locali. Essenziale, in questo senso, è stato l'anno di Servizio Civile in FOCSIV, che mi ha insegnato a coniugare la professionalità con la passione, e a non perdere mai d'occhio la centralità delle persone. Mi piace approfondire, problematizzare, mettermi alla prova; cerco di ascoltare e di capire prima di parlare e di scrivere. Appena posso mi piace viaggiare, e, più di tutto, amo la musica, che riempie la mia testa e le mie mani ogni giorno: la ascolto, provo a scriverla, poi con la chitarra cerco di darle una forma.

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