Democrazia

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È un “Evviva” alla politica. Nell’era dell’antipolitica apriamo oggi, un nuovo ed inedito percorso al quale abbiamo partecipato, sin dal concepimento, con entusiasmo: “politica responsabile”. Si tratta d’ “un vero e proprio atto d'amore verso la politica”. L’ennesimo. Tutto da visitare, sperimentare, commentare, linkare.

Alla direzione del nuovo spazio sull’etere si alterneranno, in itinere, ogni quindici giorni persone diverse accomunate dal desiderio di indagare le parole e metter alla prova le categorie interpretative del nostro tempo. Si tenterà di costruire, assieme, un nuovo abbecedario. Lo faranno attraverso una tesi che verrà proposta ai lettori e che, a loro volta, potranno contribuire con le loro osservazioni e i loro spunti a riscrivere lo spunto iniziale.

Iniziamo, quindi, con la parola Democrazia. Il primo direttore è Marco Brunazzo. Egli si chiede: Dove vengono prese le decisioni? Chi è responsabile di cosa? Come si può fare (democraticamente) sintesi delle diverse proposte e dei diversi interessi? Quali strumenti hanno oggi i cittadini per premiare o sanzionare le scelte pubbliche? Queste sono domande a cui urge trovare una risposta a livello nazionale, sovranazionale e locale. Una democrazia che funziona deve essere in grado di imparare dai suoi errori e di aggiornare e riformare le istituzioni e le pratiche decisionali in modo tempestivo e concertato. Il futuro della democrazia, quindi, non dipende tanto dalla capacità di rafforzare e perpetuare le istituzioni formali e le pratiche informali esistenti ma dalla capacità di cambiarle.

Non è la prima volta che la democrazia si trova ad affrontare nuove sfide: è sempre stato così. Le "vecchie" sfide hanno prodotto ciò che oggi ci pare inevitabile e necessario: la sovranità dei cittadini è una conquista relativamente recente, così come il diritto di voto garantito a tutti gli uomini e donne indipendentemente dal salario, da diritti ascritti e dalla posizione sociale ricoperta. Allo stesso tempo, l'ampio ventaglio delle politiche associate allo stato sociale è diventato solo recentemente ambito di azione della democrazia.

Oggi il problema non è solo quello di quanta democrazia vi è nelle nostre istituzioni rappresentative. Il problema è anche quella della sua qualità. In una qualche misura, insomma, possiamo dare per scontata la lezione di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, secondo i quali la democrazia è prima di tutto un insieme di regole che consentono la libera scelta dei governanti da parte dei governati.

Ma la cosa riguarda solo la polis in genere o anche la “cosiddetta” società civile? Credo entrambi e ve ne do le prove. Proviamo a vedere due grandi movimenti della civis in Italia. Da un lato Lilliput e dall’altro Libera. La prima “rete” è deceduta per un “eccesso di decisionismo dal basso” mentre la seconda funziona per “un eccesso di accentramento”.

Vediamole. Riguardo Lilliput il papabile presidente di Banca Etica Ugo Biggeri è categorico: la scelta di unire in un’unica rete associazioni e singoli ove il parere di un singolo aveva lo stesso peso di chi rappresentava strutture molto importanti ha di fatto contribuito a chiudere “la rete delle reti”. Sembrerebbe un paradosso ma la “troppa democrazia” ha depotenziato la rete stessa.

Servirebbe, quindi, più leadership? Non sembra. Associazioni importanti e focose come Emergency o Libera hanno leader indiscussi. Vanno a gonfie vele. Sono disseminate ovunque ma, con il venire meno dei loro condottieri, si rischia l’implosione interna, la mancanza di riferimenti certi. Meglio, quindi e forse, organizzazioni “più tiepide e con più dubbi” come le Acli che vede rinnovare ogni due mandati il suo presidente. Ha regole chiare; la novità è che vengono rispettate.

Insomma la Democrazia è un equilibrio fragile. In evoluzione. Per dirla con Robert Dahl: "Qualsiasi forma assuma, la democrazia dei nostri successori non sarà e non potrà essere la democrazia dei nostri predecessori".

Fabio Pipinato

 

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