Democrazia

Stampa

“La democrazia è il potere del popolo, dal popolo e per il popolo”. (Abraham Lincoln)

"La democrazia non viene dalla presa del governo da parte di chi viene eletto, ma dal potere che ognuno ha di opporsi agli abusi dell'autorità". (M. K. Gandhi)

 

Introduzione

Affrontare il tema della democrazia pone immediatamente il problema di dar una definizione: il significato di democrazia e la misurazione della sua reale applicazione ai diversi sistemi di governo, ha dominato il dibattito di numerosi studiosi sin dall’antica Grecia (da Erodoto ad Aristotele e Platone, solo per citarne alcuni), influenzando il pensiero della letteratura più recente. Di fronte a tale difficoltà definitoria ci si concentrerà sull’accezione più politica di democrazia, come forma di creazione di autorità di uno stato moderno. In particolare si approfondirà l’analisi della natura dei regimi democratici e non democratici, delle loro caratteristiche, funzioni e sviluppi.

Va subito chiarito come il termine regime, nell’accezione comune sinonimo di totalitarismo, sia definito in realtà come “l’insieme di procedure, norme e istituzioni del sistema politico” (Easton), rendendo in questo modo lecito parlare di regime democratico, monarchico, presidenziale, autoritario, totalitario, sultanistico etc.

Da un’analisi del pensiero di autori quali Schumpeter, Dahl, Przeworski e a prescindere dalle sue diverse forme (presidenziale, semi-presidenziale, proporzionale, rappresentativa, bi-partitica, multi-partitica ecc.), emergono alcuni punti comuni nella definizione di democrazia, riassumibili nella presenza di necessarie garanzie da assicurare ai cittadini per la protezione e promozione dei loro diritti civili, politici e sociali, attraverso un’attiva partecipazione dei cittadini stessi.

Un efficace punto di partenza è la definizione di Shumpeter: “il metodo democratico è quel assetto istituzionale per arrivare a decisioni politiche nel quale alcune persone acquistano il potere di decidere mediante una lotta competitiva per il voto popolare”. Si tratta di una definizione procedurale, integrata nel corso degli anni da approcci partecipativi, che mettono l’accento sulla necessità di una partecipazione continuativa e attiva del demos nella produzione delle decisioni politiche. Per tale motivo la definizione di Shumpeter è comunemente coniugata con il principio delle reazioni previste elaborato da Friedrich, per il quale, in estrema sintesi, la classe politica eletta sarà interessata a tener conto delle preferenze degli elettori e obbligata a render conto del proprio operato, anche ai fini di una possibile rielezione.

Regimi democratici

Affrontato il problema della definizione, l’attenzione si sposta sull’analisi dei regimi democratici e delle caratteristiche peculiari che li differenziano dai regimi non-democratici. Nessun regime può essere qualificato come democratico se non garantisce la partecipazione elettorale al proprio popolo. Attenzione però, l’esercizio del voto non implica necessariamente la presenza di un sistema democratico: la stessa Russia di Stalin o il Portogallo di Salazar, indivano elezioni, pur non essendo regimi democratici.

Affinché l’elettorato si possa esprimere secondo il metodo democratico, Robert Dahl individua per le elezioni quattro elementi necessari. Esse devono essere:

1) libere: la partecipazione elettorale dev’essere consentita indiscriminatamente a tutti i cittadini (con l’unico vincolo del raggiungimento della maggiore età), i quali però possono liberamente scegliere se votare o meno;
2) imparziali: ogni voto ha lo stesso peso, a prescindere da chi lo esprima;
3) competitive: l’elettorato deve poter scegliere tra più di un candidato, tra più di un partito;
4) consequenziali: il risultato della consulta elettorale è conseguenza dei voti effettivamente espressi.

Se la definizione di democrazia in base all’unico criterio del parametro elettorale può e deve apparire riduttiva (la democrazia come sistema di governo degli stati presuppone anche una condotta ispirata ai criteri di giustizia, libertà, uguaglianza, responsabilità), la presenza di elezioni correttamente esercitate (secondo i quattro punti sovra elencati), rappresenta condizione necessaria per l’espressione democratica. Un governo regolarmente eletto può nei fatti operare in maniera inefficiente, irresponsabile e a favore di interessi particolaristici ma rimane a tutti gli effetti democratico; mentre un governo i cui vertici assumono il potere politico per estrazione familiare, cooptazione, mediante colpi di stato o con il ricorso alla forza, non sarà considerato democratico, quand’anche l’esercizio del potere si esprime nei fatti secondo criteri di uguaglianza e rispetto dei diritti.

A partire dalla fine degli anni ottanta, l’esercizio di elezioni libere e competitive nei paesi democraticamente “giovani” viene spesso monitorato da osservatori internazionali neutrali, che certificano il raggiungimento di certi standard minimi di regolarità.

È bene sottolineare come il diritto di voto non è che uno dei diritti insiti nel concetto stesso di democrazia; sintetizzando in tre macroclassi, un regime democratico è tale se garantisce, promuove e protegge in maniera continuativa la libera espressione di:
1) diritti civili (la libertà di religione, il diritto all’associazionismo, il diritto di parola, la libertà di stampa...);
2) diritti politici (il diritto di voto, il diritto di creare un partito politico, il diritto di fare opposizione, il diritto d’accesso alle cariche pubbliche...);
3) diritti sociali (diritto al lavoro, diritto alla pensione, diritto all’educazione, diritto alla salute...).

Si può pertanto concludere che quello di democrazia è un concetto poliedrico le cui facce sono costituite da diritti (civili, politici e sociali), ideali (di libertà e uguaglianza; “la democrazia è il potere del popolo, dal popolo e per il popolo” affermava Lincoln) e istituzioni (organi esecutivi, assemblee rappresentative, organi giudiziari etc, che devono essere indipendenti tra loro e non concentrati nelle mani di una sola persona).

 

Possibili fattori di democratizzazione

Considerando che negli ultimi decenni il numero dei paesi sulla strada della democratizzazione è aumentato, è possibile domandarsi come si formi un regime democratico? Secondo Lipset, esiste una relazione determinista tra condizioni socio-economiche e democratizzazione. In altre parole, l’affermarsi di un regime democratico ha bisogno della presenza di un substrato socio-economico: un certo livello di educazione, urbanizzazione, reddito, industrializzazione in seno ad una società, favorisce il processo democratico.

Per Przeworski invece, il problema va spostato dalla fase di creazione di una democrazia al suo mantenimento: un paese può abbracciare un’esperienza democratica in qualsiasi momento ma solo la presenza di un certo livello socio-economico può garantirne la sopravvivenza. La tesi di Przeworski sgombra subito il campo dai dubbi di una possibile immortalità di un regime democratico; se è vero infatti che le ondate da non democratizzazione a democratizzazione sono decisamente più numerose che non quelle che vanno in senso opposto, la storia non è priva di esempi di paesi che una volta raggiunta la democrazia, l’hanno successivamente persa: il colpo di stato militare che sconvolse la Nigeria il primo Gennaio del 1984 e il regime militare instauratosi in Birmania (oggi Myanmar), rovesciando il precedente governo democratico, costituiscono due chiari esempi.

Huntington concentra invece l’attenzione non solamente sulla presenza o meno sulle condizioni socio-economiche di un paese ma soprattutto sulla presenza di un leader politico: “le condizioni socio-economiche rendono la democrazia possibile ma la leadership politica la rende vera”, affermava il politologo di Hardward. La tesi di Hungtington si basa sull’evidenza empirica di numerose eccezioni alle teorie di Lipset e Przeworski. Ad esempio, sia l’India che il Sud Africa, democrazie consolidate, non sono caratterizzate da un livello socio-economico elevato in seno alla loro popolazione ma entrambi i paesi hanno vissuto un periodo di forte leadership politica: con Gandhi nel primo caso, con Mandela nel secondo.

 

Regimi non democratici

Le caratteristiche di un regime non democratico:
a) i vertici del potere politico giungono al potere non per mezzo di libere elezioni ma attraverso l’uso della forza o per estrazione familiare;
b) i diritti dei cittadini non sono garantiti;
c) i governanti esercitano il loro potere in maniera arbitraria;
d) la presenza di gruppi rilevanti indipendenti è limitata quando non del tutto assente;
e) il pluralismo politico non è assicurato (al contrario, è dichiaratamente osteggiato).

Tuttavia, non tutti i regimi non democratici sono uguali tra loro e la storia ha insegnato come sia possibile marcare una distinzione piuttosto netta tra regimi di diverso tipo (autoritari, totalitari, post-totalitari, militari, sultanistici). In questa sede verranno in particolare messe in luce le peculiarità proprie dei regimi autoritari e totalitari.

Un’efficace definizione di autoritarismo è fornita dallo spagnolo Juan Linz che nel 1964, in pieno regime franchista, qualificò i regimi autoritari come “sistemi a pluralismo politico limitato. Qui la classe politica non rende conto del proprio operato, che non è basato su un’ideologia guida articolata ma piuttosto su mentalità specifiche. Sono sistemi in cui non esiste una mobilitazione politica capillare e su vasta scala, salvo in alcuni momenti del loro sviluppo, e in cui un leader, o a volte un piccolo gruppo, esercita il potere entro limiti mal definiti sul piano formale, ma in effetti piuttosto prevedibili”.

Il criterio del pluralismo politico permette di distinguere in maniera piuttosto netta i regimi autoritari (pluralismo limitato) da quelli totalitari (nei quali non esiste alcun tipo di pluralismo, trattandosi di regimi monoisti) e ancor più da quelli democratici (per i quali si può parlare di poliarchia, essendo a pluralismo diffuso e competitivo). Pluralismo limitato significa che le organizzazioni autorizzate a mantenere un certo peso politico sono poche, limitatamente autonome, mai in competizione tra loro e organizzate al loro interno in maniera gerarchica. Si pensi ad esempio alla Chiesa cattolica, alla monarchia, alla burocrazia statale, all’imprenditoria, ai gruppi di propietari terrieri, alle forze militari.

Anche la differenza tra ideologia (“un pensiero codificato, rigido, dotato di una logica stringente, con interpreti autorizzati che ne danno una lettura uniforme e vincolante” G. Pasquino) e mentalità (“insiemi di credenze meno codificate, meno rigide con margini di ambiguità interpretativa, senza vestali investite di un ruolo specifico, che fanno tradizionalmente leva sulla triade Dio-patria-famiglia” G. Pasquino) permette di distinguere tra regime totalitario e regime autoritario. Nel primo caso (come nel caso dei totalitarismi di tipo comunista, fondati su di un’ideologia di stampo marxista-leninista), la presenza di un’ideologia di riferimento è funzionale alla formazione di un consenso sull’operato della classe politica, con la creazione di una società plasmata attorno ad un pensiero unico, anche mediante il ricorso ad adunate oceaniche imposte dall’alto e grandi mobilitazioni di massa, a fini celebrativi.

Al contrario, l’autoritarismo non presenta generalmente un’ideologia precisa e sviluppata, essendo caratterizzato da una mentalità flessibile, con una separazione più netta tra sfera sociale e sfera politica, senza mirare ad una rivoluzione permanente e alla formazione “dell’uomo nuovo”. Ecco perché i regimi autoritari non fanno grande ricorso alla mobilitazione delle masse, se non nella fase della loro istaurazione o quando aleggiano venti sovversivi, tenendo in questo modo volutamente basso il grado di intervento politico nella società.

Una forte componente personalistica, concentrata nella figura del leader, è peculiarità tanto dei regimi totalitari, quanto di quelli autoritari (ma non di quelli di tipo militare). Nella maggior parte dei casi il leader di un regime è al contempo il suo fondatore e ciò comporta un limite di successione politica che pone a repentaglio la durata stessa del regime, nel momeno in cui viene a mancare il leader-fondatore. Questo è particolarmente vero nel caso in cui il leader non ha acquisito il potere poiché appartenente ad un partito o ad un’organizzazione, ma in quanto ha saputo sfruttare un periodo di caos e vuoto istituzionale all’interno del paese.

Per tale motivo quello del trasferimento del potere è un problema più comune ai regimi autoritari rispetto a quelli totalitari (si pensi alle figure di Franco, Mussolini, Salazar, anche se nel caso del Portogallo il regime resistette per alcuni anni, sia pur in maniera del tutto precaria, dopo la morte del suo leader. A tal proposito sarà interessante vedere quale sarà il futuro della Cuba post-castrista). In questi ultimi, come si è detto, il partito unico, solido e strutturato monopolizza il potere politico e crea i presupposti per un trasferimento del potere all’interno del partito stesso (è il caso della successione tra Lenin e Stalin). Inoltre la leadership nei regimi autoritari, al contrario di quelli totalitari, non potrà mai essere esercitata in maniera del tutto arbitraria, poiche il pluralismo politico, seppur limitato, traccia un confine d’esercizio del potere oltre il quale l’autonomia delle diverse parti è minacciata.

Il fascismo in Italia (ed ugualmente in Spagna e in Protogallo) ha costituito senza dubbio un classico esempio di regime autoritario, nonostante sia probabilmente sorto con velleità totalitaristiche: Mussolini si rese conto di non avere la forza per assoggettare gli altri gruppi dominanti, optando quindi per un pluralismo limitato, rinunciando all’assimilazione di monarchia, forze armate, imprese industriali e Chiesa cattolica.

Di natura decisamente diversa la Germania di Hitler, la Russia di Stalin, la Cina di Mao, la Cambogia di Pol Pot, la Corea di Kim II Sung, classici esempi di regime totalitario, con la presenza di un partito unico, il monopolio dei mezzi di comunicazione, il controllo centralizzato di tutte le organizzazioni politiche, la subordinazione delle forze armate, il ricorso sistematico al terrore e la presenza di un’ideologia ben definita, volta alla creazione di una società ideale.

 

Bibliografia essenziale

Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi Editore, Torino 1984.
Robert A. Dahl, Poliarchia, partecipazione e opposizione nei sistemi politici, Franco Angeli Editore, Milano 1980.
Samuel P. Huntington, La terza ondata. i processi di democratizzazione alla fine del XX secolo, Il Mulino, Bologna 1995.
Seymour M. Lipset, Political man. The social basis of politics, The Johns Hopkins University Press, Baltimore-London 1981.
Adam Przeworski, Michael Alvarez, Democracy and development, Cambridge Univesity Pres, Cambridge 2000.

(Scheda realizzata con il contributo di Andrea Dalla Palma)

E' vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda "Democrazia e dittature" di Unimondo: www.unimondo.org/temi/politica/democrazia-e-dittature.

Istituzioni e Campagne

Internazionali

Video

Marco Revelli: 'Costruire e praticare la democrazia'