Badilisha: in Kenya si guarda alle dipendenze con occhi diversi

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Vuol dire “cambiamento” in lingua swahili. È il titolo di un progetto pensato e coordinato da uno dei programmi comunitari del Saint Martin CSA di Nyahururu, quello per le dipendenze e l’HIV, in collaborazione con Fondazione Fontana onlus. Nelle sue fasi d’esordio, attorno alla fine degli anni Novanta del Novecento, il programma concentrava gli sforzi finanziari ed operativi per un lavoro di prevenzione e di cura degli effetti dell’HIV, dichiarato all’epoca catastrofe nazionale. Solo in tempi più recenti, ed in particolare dal 2009, a seguito della ribalta scientifica che ha reso evidente la correlazione tra abuso di sostanze ed infezione legata al virus in questione, il programma ha incluso le dipendenze tra i suoi obiettivi prioritari. Paradossalmente, proprio la dipendenza da sostanze ha destituito l’HIV dal suo primato di settore maggiormente attrattivo anche per l’industria degli aiuti allo sviluppo in campo socio-sanitario. Inoltre, dal punto di vista quantitativo, il numero di persone infette dall’HIV è di gran lunga inferiore al numero di persone che vivono dipendenti dal consumo di alcool e/o droga e quest’ultimo sembra essere in continuo aumento. Si tratta quindi di un settore e di un “mercato” interessante nel quale vale la pena investire, per tanti motivi. Badilisha ha preso avvio nel 2016 e avrà come termine il 2019.

Secondo i dati più recenti disponibili, la prevalenza di persone con dipendenza da alcol è del 2,4% in Kenya a fronte di una media regionale africana di 1,4%. (dati OMS, 2010). Secondo uno studio della National Authority for Campaign against Alcohol and Drug Abuse of Kenya (NACADA) del 2007, l’età media del primo utilizzo di chang’aa, una grappa locale illecita prodotta in casa, è scesa dai 16 ai 9 anni; e a 14 anni per la marijuana. Almeno il 13% della popolazione in tutte le province del Kenya, eccetto la provincia Nord Est, è consumatore abituale di alcol. Le droghe più diffuse sono alcol, tabacco, marijuana, colla, miraa o qat e droghe psicotrope (NACADA, 2004). C’è facilità nel reperimento e i costi sono accessibili: comprare e consumare è facile.

L’area che maggiormente preoccupa e sulla quale il Saint Martin ha volto lo sguardo è quella delle contee di Laikipia, Nyandarua e Baringo: 24.000 km2 con una popolazione totale di circa 150.000 persone. Qui l’uso di alcol si attesta al 51,5%. Non ci sono dati più precisi sull’uso di altre sostanze: il tema è ancora poco studiato; quelle più diffuse sono alcol, tabacco, marijuana (bhang) e altri cannabiodi (khat e kuber). Le tre contee sono differenti per appartenenze etniche, per struttura sociale e culturale, per attività economiche, ma condividono la vulnerabilità delle loro popolazioni oltre la metà delle quali vive al di sotto della soglia di povertà (County Facts Report del 2011) e in gran parte privata della possibilità di accedere facilmente ai servizi sanitari ed educativi. L’impiego nel settore produttivo, prevalentemente quello agricolo di sussistenza (mais, fagioli, patate), è limitato ad un breve periodo durante l’anno concentrato durante la stagione delle piogge, da marzo a maggio. Ciò significa che per buona parte dell’anno, la maggior parte della popolazione attiva è disoccupata, e si tratta di una popolazione demograficamente molto molto giovane. Il vuoto che si crea con l’inattività e la scarsità o mancanza di opportunità viene riempito da attività alternative ed integrative. Dalle zone rurali più isolate ci si sposta verso le cittadine più facilmente raggiungibili per sopravvivere spesso in condizioni di privazione, stigmatizzazione ed estrema povertà.

Si emigra in città, ma si resta ai margini e questi diventano fagocitanti. Il lavoro non è così disponibile come il migrante rurale possa immaginare e allora gli espedienti diventano lavori al limite della legalità o addirittura illegali come la preparazione e la vendita della birra locale e di vari tipi di droga quali bhang, khat e kuber. Il meccanismo genera isolamento della persona, perdita dei legami sociali e una sempre maggiore tensione verso l’annegamento delle difficoltà nell’abuso di alcool e droghe. La relazione tra povertà o vulnerabilità e abuso non è deterministica. Una complessità di fattori determina la caduta, in particolare il venire meno delle reti di sostegno amicali e familiari; l’abuso di sostanze è una violazione dei codici sociali e dei valori culturali della comunità locale. A questo si aggiunge la scarsità di servizi in grado di accogliere la fragilità e di riconoscere ed offrire opportunità di recupero e di risalita. Guardare alla persona innanzitutto e al problema secondariamente non è approccio così diffuso. La tendenza è quella di far diventare la persona il suo problema e spesso questo non rappresenta una via di riscatto.

Badilisha lavora sulla comunità prima ancora che sulla singola persona. L’obiettivo è di cambiare gradualmente l’attitudine sociale nei confronti dell’abuso di alcool e droghe con la consapevolezza che buone pratiche di prevenzione e gestione della problematica possono avere successo ed essere effettivamente riabilitative solo se ricadono su una comunità compente capace di dare accoglienza e sostegno.

La comunità è formata per essere attiva nella lotta contro alcool e droghe attraverso mezzi legali e socialmente accettati; essa non può essere disimpegnata e passiva. Ciò comporta un lavoro di cooperazione con tutti gli attori che hanno a che fare con la persona con dipendenza, inclusi gli uffici e i servizi pubblici competenti. Infatti, “beneficiari” del progetto non sono solo le persone affette da qualche dipendenza bensì anche le loro famiglie e le comunità dalle quali provengono. Tutti sono chiamati ad impegnarsi per il “recupero”.

Questo approccio è legato alla considerazione che l’abuso di sostanze ha una correlazione diretta con l’aumento delle problematiche sociali, mediche ed economiche; in particolare si intensificano casi di violenza domestica e violenze sessuali, di criminalità, di comportamenti sessuali non protetti che alimentano il rischio di contrarre l’HIV/AIDS. Se l’abuso è un comportamento individuale, i suoi effetti negativi però si ripercuotono, oltre che sull’utilizzatore, anche sull’intera società, in modo differente a seconda del grado di prossimità alla persona ma interconnesso.

La comunità è intesa in senso generale senza distinzioni di età. La consapevolezza si costruisce attraverso attività di formazione ed interventi preventivi o curativi, a seconda dei bisogni, sia con i giovani, bambini ed adolescenti, sia con gli adulti. Perché la dipendenza da alcool e droghe interessa una popolazione che va da 15 a 65 anni. Il lavoro da compiere è tanto: riportare la questione all’interno del controllo sociale è ancora più difficile. Si deve lavorare sulla convinzione radicata che fumare sigarette, consumare altri derivati del tabacco e qat o bere liquori in bottiglia o bevande tradizionali non sia problematico quando questo è legale e sia di conseguenza un comportamento tollerato. Non è un caso che in uno studio già citato di NACADA del 2007, il 60% delle persone intervistate non fosse a conoscenza della disponibilità di servizi riabilitativi per la cura dall’abuso di sostanze.

Gli obiettivi di Badilisha sono triennali (2016-2019): “riabilitare trecento persone dipendenti da alcool e/o droga e le loro famiglie; formare 300 volontari a supporto della comunità e delle persone con dipendenza, nonché raggiungere circa 6.000 persone della comunità”.

Tra i “dipendenti” che si sono avvicinati al programma nel corso degli anni ci sono uomini e donne, anche se dai dati interni risulta che queste ultime siano solo il 4%. Sarebbe troppo facile considerarlo un dato “positivo” ed affermare che le donne consumano ed abusano meno di alcool e droghe rispetto all’altra metà del cielo. Se la percentuale è ancora contenuta è perché la problematica femminile resta nascosta; i tabu culturali e la generale posizione sociale di svantaggio delle donne tengono le donne distanti dai programmi di recupero e dai servizi di accoglienza; le famiglie sono molto meno disposte all’accompagnamento. Ciò significa che esse sono molto più stigmatizzate e molto meno sostenute dalle reti parentali. Dall’altro lato sono esclusivamente le donne i membri della famiglia che si fanno carico di accompagnare, assistere, sostenere la persona dipendente all’interno del programma. La care è donna anche il Kenya: c’è maggiore disponibilità ad accogliere la sfida della dipendenza, a dialogare, a mettersi in gioco ed in cammino per “recuperare” insieme a chi è nel bisogno e ricompattare vite umane.

Anche il governo ha iniziato a preoccuparsi; le misure adottate nei confronti dell’abuso di alcool, ad esempio, sono più repressive che curative o riabilitative. L’Alcoholic Drinks Control Act del 2010 consentiva la vendita di alcolici solo tra le ore 17 e le 23, ma questo non ha disincentivato né la vendita né il consumo. Nel 2013 la legge è stata addirittura addolcita affidando ad ogni contea la sua ratifica: battaglia persa fin dal suo inizio considerato che molti governatori delle contee sono anche proprietari di bar. La vera questione è che l’aumento del consumo di alcool ha portato ad un incremento dei profitti della vendita di alcolici, birra e superalcolici in particolare.

Da un lato si lavora per ridurre la dipendenza e riabilitare individualmente e socialmente le persone dipendenti dall’altro si lavora perché i margini di guadagno dati da alcool e sostanze non diminuiscano. Quello del programma contro le dipendenze e l’HIV sembra un lavoro di Sisifo … ma la speranza di vedere la salute delle persone migliorare dovrebbe valere sopra ogni altra cosa. Anche in questo caso vale la domanda su quale società vogliamo investire per il nostro futuro e quello del Kenya, per questo badilisha!

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana (2005); docente a contratto di geografia culturale e didattica della geografia presso l’Università degli Studi di Padova (dal 2010); ricercatrice presso Fondazione Fontana onlus dove coordina il portale Atlante on-line (dal 2008). Recentemente (2014) è stata inclusa nel gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca vi sono i progetti di sviluppo idraulico nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare, la cooperazione internazionale, la didattica della geografia e l’educazione alla cittadinanza globale. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali e Niger. 

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