Codici di condotta

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“Senza valori e obblighi morali comunemente condivisi e ampiamente radicati, né la legge, né il governo democratico, nemmeno l'economia di mercato funzioneranno correttamente”. (Václav Havel)

 

Introduzione

I codici di condotta sono delle regole di autodisciplina che un determinato settore della società dichiara di impegnarsi a seguire nello svolgimento del proprio ruolo, rispecchiando particolari criteri di adeguatezza e opportunità, in riferimento a un determinato contesto culturale, sociale o professionale.

Fanno parte di quelle iniziative volontarie nate sull’onda delle teorie di alcuni economisti che negli anni ‘80 hanno iniziato a parlare di responsabilità sociale d’impresa, sostenendo che l’obiettivo di un’azienda non doveva essere solo il profitto, ma anche l’attenzione alle persone e all’ambiente. Insomma una visione d’impresa sostenibile che ha prodotto alcuni strumenti che aiutano a realizzare questi obiettivi. L’adozione di codici etici di autoregolazione o codici di condotta sono uno di questi strumenti che mirano a rendere pubblica la responsabilità sociale dell’impresa (Corporate Social Responsibility).

Un codice di condotta rappresenta quindi un contratto sociale tra l’impresa e i suoi stakeholders e ha la funzione di legittimare l’autonomia dell’impresa annunciando pubblicamente che essa è consapevole dei suoi obblighi di cittadinanza, che ha sviluppato politiche e pratiche aziendali coerenti con questi obblighi e che teoricamente è in grado di attuarle attraverso appropriate strutture organizzative e sanzioni. Questa ultima parte appare però quella di più difficile realizzazione.

 

I codici di condotta nelle aziende

Il codice di condotta di un’azienda può definirsi come la Carta Costituzionale dell’impresa, una carta dei diritti e doveri morali che definisce la responsabilità etico-sociale di ogni partecipante all’organizzazione imprenditoriale. E’ un mezzo a disposizione delle imprese per prevenire comportamenti irresponsabili o illeciti da parte di chi opera in nome e per conto dell’azienda, perché introduce una definizione chiara ed esplicita delle responsabilità etiche e sociali dei propri dirigenti, quadri, dipendenti e spesso anche fornitori, verso i diversi gruppi di interesse. E’ considerato il principale strumento di implementazione dell’etica all’interno dell’azienda ma anche un mezzo per sostenere la reputazione dell’impresa, in modo da creare fiducia verso l’esterno. Dotarsi di un codice di condotta consente di provare la buona fede dell’azienda, nei casi di contestazione, ottenendo spesso sconti sulle sanzioni.

Nel corso degli ultimi decenni si è è andata affermando a livello internazionale una nuova concezione del ruolo dell’impresa, riconoscendo sempre di più l’interdipendenza tra mondo imprenditoriale e società. Mentre prima era accettata l’idea comune che i manager erano responsabili esclusivamente nei confronti degli azionisti, oggi è invece sempre più diffusa la teoria secondo cui l’azienda ha un rapporto fiduciario verso un’ampia serie di stakeholders dell’impresa.

Il codice di condotta aziendale, è dunque uno strumento di gestione con cui l’impresa tende a esplicitare i tratti essenziali della propria identità attuale e futura meglio conosciute come mission e vision; chiarire i tratti fondamentali del rapporto tra esponenti della proprietà e management; prevenire comportamenti illeciti esponendo le norme di comportamento alle quali i lavoratori devono attenersi, chiarire le proprie responsabilità e i comportamenti attesi dagli interlocutori esterni. Naturalmente avere un codice di condotta non è sufficiente, il successo di questo strumento dipende dalla creazione nelle imprese di nuove strutture di governo e di reporting capaci di istituzionalizzare l’etica al loro interno.

Il contributo più rilevante alla istituzionalizzazione dell’etica è venuto dal mondo delle imprese statunitensi, dove attualmente circa il 90% delle grandi aziende possiede un codice di condotta. Questa grande diffusione si è avuta soprattutto negli anni ‘90 e può essere in parte spiegata con l’entrata in vigore nel 1991 delle Federal Sentencing Guidelines, che prevedono, da un lato, un inasprimento delle sanzioni pecuniarie a carico delle aziende condannate per reati federali, e dall’altro lato, la possibilità di una riduzione sensibile di tali sanzioni, se l’azienda ha attuato, precedentemente alla commissione dell’illecito, un efficace programma per prevenire e scoprire violazioni di legge. Da quella data è aumentato il numero delle imprese che vedono nella adozione di codici di condotta un valido investimento per il futuro.

 

I codici di condotta per settore

La trasparenza e la competitività nel mondo degli affari è stata negli ultimi anni incentivata dalla diffusione capillare dei codici di autodisciplina per settore dove più soggetti aventi gli stessi obiettivi (associazioni, federazioni, Camere di Commercio) predispongono e si sottopongono volontariamente a norme regolamentari comuni, munite di meccanismi di applicazione cogenti. Attraverso i codici di autoregolamentazione si cerca di uniformare a regole di correttezza e trasparenza l’operato delle imprese, favorendo una diffusione dell’etica e della responsabilità nell’intero sistema economico e privatizzando in un certo senso le funzioni di normazione che diventano così complementari a quelle statuali.

Il merito di questi documenti è quello di incidere su aspetti dell’attività economico-produttiva non regolamentati altrimenti, spesso per carenza e ritardo dell’intervento legislativo. In questo senso essi sono stati spesso occasioni di raccolta delle buone pratiche già esistenti, suggeritori di azioni innovative e precursori di discipline poi regolarmente entrate nel diritto codificato.

Non va poi trascurata un’altra importante motivazione della diffusione di questi codici: le imprese aderenti ad una determinata associazione decidono tramite l’autodisciplina di compiere una sorta di autoselezione, stabilendo requisiti ulteriori rispetto a quelli minimi imposti dalla legge. Altro aspetto da non sottovalutare infine è quello di tipo reputazionale. L’azienda che decide di dotarsi entrare in questi contesti autoregolamentati risulta più credibile agli occhi del mercato perché maggiormente disposta alla trasparenza e all’autocritica. I

I codici di condotta hanno avuto nuovo slancio nel loro utilizzo a livello aziendale ma esistono molti altri settori in cui sono utilizzati già da molto tempo. Per esempio i codici deontologici possono essere considerati i padri dei codici di condotta: il codice deontologico è la normativa di riferimento a cui il professionista si deve attenere per l’espletamento della sua professione.

Le norme degli ordini professionali sono considerati atti di soft-law e la mancata osservanza del codice deontologico spesso prevede delle sanzioni interne all’ordine e nei casi più gravi la radiazione dall’albo di appartenenza, quindi l’impossibilità di continuare ad esercitare la professione. Sono utilizzati per alcune particolari professioni dove chi esercita si trova spesso a dover prendere decisioni su questioni molto delicate. Così esiste un’etica professionale in professiioni come quello del medico, dell'avvocato, del giornalista, più in generale chi ha un lavoro che prevede un rapporto molto vicino alle persone.

In altri contesti si può parlare di codici etici, per esempio nei mass-media come la televisione. In questo caso il termine codice etico è riferito a quell’insieme di regole alle quali ci si deve attenere nel momento in cui si deve decidere sull’opportunità di trasmettere determinati contenuti. In casi come questi il codice etico, anche se può apparire come una sorta di autocensura in realtà, attraverso questo intervento auto-regolativo viene spesso evitata l’applicazione di strumenti più drastici con i relativi interventi sanzionatori ad esempio da parte della pubblica autorità, attraverso la magistratura etc.

 

Struttura dei codici di condotta

La struttura dei codici di condotta può variare da impresa ad impresa, ma generalmente contiene i principi etici generali che raccolgono la missione imprenditoriale ed il modo più corretto di realizzarla; le norme etiche per le relazioni dell’impresa con i vari stakeholder (consumatori, fornitori, dipendenti, etc.); gli standard etici di comportamento (principio di legittimità morale, equità ed eguaglianza, tutela della persona, diligenza, trasparenza, onestà riservatezza, imparzialità, tutela ambientale, protezione della salute); le sanzioni interne per la violazione delle norme del codice e gli strumenti di attuazione.

L’attuazione dei principi contenuti nel codice è affidata di solito ad un comitato etico. Questi ha il compito di diffondere la conoscenza e la comprensione del Codice in azienda, monitorare l’effettiva attivazione dei principi contenuti nel documento, ricevere segnalazioni in merito alle violazioni, intraprendere indagini e comminare sanzioni. In particolare riveste una notevole importanza l’attività di formazione etica finalizzata a mettere a conoscenza tutti i soggetti dell’impresa dell’esistenza del Codice e di assimilarne i contenuti. Il dialogo e la partecipazione sono indispensabili per far condividere a tutto il personale i valori presenti in questo documento.

 

I codici di condotta in Italia

In Italia molto ancora rimane da fare nel campo dell’autoregolazione. A partire dagli anni ‘90 tuttavia, si è registrato un interesse maggiore e in crescita da parte delle imprese italiane e il fenomeno dei codici di condotta d’impresa ha registrato un forte incremento. Nel 1998 sono stati promulgati il codice etico delle Ferrovie dello Stato (in. pdf) e di GlaxoWellcome Italia (in. pdf); nel 1999 è stato presentato da Borsa Italiana il Codice di Autodisciplina delle Società Quotate (in. pdf); nel 2001 Acea (azienda elettrica municipale a multiutility per l’acqua, l’energia e l’ambiente) (in. pdf) di Roma ha adottato una carta dei valori aziendali e altre grandi aziende come ENI (in. pdf) e FIAT (in. pdf) si sono dotate di un codice di condotta.

Un incentivo alla diffusione di questi documenti e di programmi aziendali di etica nel nostro paese è stata favorita anche dalla emanazione del Decreto legislativo n. 231, 8 giugno 2001, che - introducendo, per la prima volta nel nostro ordinamento, la responsabilità in sede penale degli enti - disciplina la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato.

 

Alcuni esempi di codici di condotta di interesse per i consumatori

Un esempio interessante, anche per il suo elevato valore etico, di codice di condotta è quello adottato nel 2000 dalla Federazione dall’Industria Turistica Italiana (FIAVET) insieme alle associazioni e ai sindacati di categoria. I firmatari di questo testo si sono impegnati a combattere ogni forma di sfruttamento sessuale dei bambini nel turismo, attivandosi nello svolgimento di politiche di informazione e aggiornamento del personale e della clientela, oltre che dell’inserimento di clausole ad hoc nei contratti stipulati a tutti i livelli.

Il codice di autoregolamentazione internet e minori impone agli aderenti una corretta informazione nei confronti degli utenti su tematiche riguardanti la protezione del minore on-line. Con questo documento l’industria viene invitata a rispettare un set minimo di regole comportamentali, mentre un organismo di controllo pubblico vigila sull’effettiva applicazione. Il Comitato preposto al controllo ha predisposto un testo di contenuti informativi minimi che ogni aderente dovrà pubblicare sul proprio sito web.

Codici di condotta sono stati inoltre elaborati nel settore bancario, in quello del pubblico impiego e nell’ambito dei rapporti commerciali on-line. Interessante anche l’approvazione da parte dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas del Codice di condotta commerciale che ha previsto un ampio provesso di consultazione aperta al pubblico.

 

Codici di condotta nel settore bancario

Attenzione particolare merita il settore bancario. La maggior parte degli istituti di credito, sopratutto i più importanti si sono dotati di un’apposita sezione che si occupa interamente di Responsabilità Sociale d’Impresa, Codice Etico, policy e certificazioni, Bilancio Sociale, attenzione al dialogo con gli stakeholder, comunicazione interna e formazione. Questo soprattutto dopo alcuni scandali degli anni ‘90 come quello dei Bond argentini, e i casi Cirio e Parmalat, ma anche per le forti pressioni nei confronti del coinvolgimento degli istituti bancari in affari non sempre coerenti con le loro politiche di sostenibilità sociale, come nel caso del finanziamento alla produzione e al commercio di armi.

Anche se a livello internazionale le campagna di azionariato critico e di disinvestimento iniziano già nella seconda metà degli anni ottanta, in Italia è a partire dal 2000 che si è attivata la Campagna di pressione alle "banche armate" promossa da tre riviste del mondo cattolico e pacifista particolarmente attente fin dagli anni ottanta nel monitoraggio dell’esportazione di armamenti italiani. Favorire un controllo attivo dei cittadini sull’operato delle banche riguardo al commercio delle armi promuovendo un’azione di pressione sugli istituti di credito affinché definiscano e attuino precise direttive in merito al finanziamento e all’appoggio al commercio di armi è l’obiettivo principale dell'iniziativa. La campagna - grazie anche alle numerose adesioni dai vari settori della società civile - è riuscita a far pressione su buona parte degli istituti di credito italiani portandoli a definire direttive più trasparenti e rigorose e, in alcuni casi, a sospendere del tutto i servizi al commercio di armi.

Recentissimo il gruppo di lavoro “Banche e Società Civile” del progetto Science for Peace promosso dalla Fondazione Umberto Veronesi che ha come compito quello di definire e diffondere un codice di responsabilità del settore bancario nei confronti del finanziamento all’industria delle armi.

Anche l’iniziativa “Vizi capitali” - promossa da diverse associazioni e media alternativi italiani - mira a monitorare i comportamenti degli istituti di credito, dal commercio di armi ai grandi progetti infrastrutturali, talvolta destinati a compromettere per sempre l’ecosistema, dal nucleare ai processi di privatizzazione del servizio idrico, il comportamento delle banche ha ricadute sociali pesantissime.

 

Il Codice di condotta dell’Unione europea per l’esportazione di armi

Per quanto riguarda il settore delle armi, nel 1998 anche l’Unione europea ha deciso di regolamentare questo settore, dotandosi di un Codice di condotta sulle esportazioni (in .pdf), oggi integrato e sostituto dalla Posizione Comune del 2008 (in .pdf). Obiettivo è quello di definire elevati standard comuni che dovrebbero essere considerati base per la gestione e le limitazioni nei trasferimenti di armi convenzionali da tutti gli Stati Membri dell'UE, potenziare lo scambio di informazioni rilevanti nell’ottica di perseguire una maggiore trasparenza, prevenire l’esportazione di equipaggiamenti che potrebbero essere usati per per repressione interna o aggressione internazionale. Basandosi su otto criteri, il Codice UE ha lo scopo di prevenire il rischio che il trasferimento di armi dalla UE contribuisca, tra l’altro, alla violazione dei diritti umani o alla repressione interna, minando la pace e la sicurezza internazionale o lo sviluppo sostenibile. Inoltre, contiene un set di disposizioni operative a sostegno della cooperazione tra gli Stati Membri e la promozione di convergenze tra loro.

Nel 2008 un vasto gruppo di Ong hanno fatto il punto sulla situazione a dieci anni dalla sua adozione e hanno esortato l’Ue (in. pdf) ad occuparsi delle lacune e dei difetti del Codice, riaffermando lo scopo per cui era stato definito. In particolare gli secondo le Ong gli Stati membri dovrebbero trasformare il Codice di Condotta in una Direttiva legalmente vincolante; emendare il testo o produrre una nuova guida sui criteri di implementazione, riducendo la possibilità degli Stati Membri di prendere decisioni contrarie allo spirito e alle finalità del Codice UE, rafforzando la cooperazione e la convergenza all’interno del regolamento UE di controllo del trasferimento armi; occuparsi delle conseguenze della globalizzazione e dei cambiamenti nella natura del commercio di armi, introdurre il controllo delle riesportazioni come standard in tutte le licenze e riservarsi il diritto di compiere il monitoraggio sull’uso finale delle armi esportate, dove c’è un sospetto o un rischio effettivo che le garanzie sull’uso finale non siano rispettate.

Nonostante sia il più completo accordo fino ad oggi raggiunto in termini di sforzi multilaterali volti a specificare come il rispetto dei diritti umani, la sicurezza regionale e le preoccupazioni di sviluppo economico debbano essere tenute nella massima considerazione nel processo di autorizzazione delle esportazioni di armi l’efficacia del Codice UE è stata limitata dal suo status di accordo politico e non legalmente vincolante.

 

Il Global Compact

Il Global Compact è un’iniziativa delle Nazioni Unite nata nel 2000 su spinta dall’allora Segretario Generale dell'Onu, Kofi Annan. E’ strutturata come una partnership pubblico-privato tra le Nazioni Unite, le imprese, i governi e la società civile con lo scopo di promuovere un codice etico nell’economia di mercato che copre tutte le aree critiche: dal rispetto dei diritti umani ai diritti dei lavoratori, dalla lotta alla corruzioni alla tutela dell’ambiente, incoraggia le imprese di tutto il mondo a creare un quadro economico, sociale ed ambientale atto a promuovere un’economia mondiale sana e sostenibile che garantisca a tutti l’opportunità di condividerne i benefici. Per far parte del Global Compact si richiede alle aziende e alle organizzazioni che vi aderiscono, di condividere, sostenere e applicare nella propria sfera di influenza un insieme di principi fondamentali, relativi a diritti umani, standard lavorativi, tutela dell’ambiente e lotta alla corruzione.

Nello specifico si basa su dieci punti fondamentali: alle imprese è richiesto di promuovere e rispettare i diritti umani universalmente riconosciuti nell’ambito delle rispettive sfere di influenza; di assicurarsi di non essere, seppure indirettamente, complici negli abusi dei diritti umani; di sostenere la libertà di associazione dei lavoratori e riconoscere il diritto alla contrattazione collettiva; di contribuire all’eliminazione di tutte le forme di lavoro forzato e obbligatorio; l’effettiva eliminazione del lavoro minorile; l’eliminazione di ogni forma di discriminazione in materia di impiego e professione; di sostenere un approccio preventivo nei confronti delle sfide ambientali; di intraprendere iniziative che promuovano una maggiore responsabilità ambientale; di incoraggiare lo sviluppo e la diffusione di tecnologie che rispettino l’ambiente; di contrastare la corruzione in ogni sua forma, incluse l’estorsione e le tangenti. Il Global Compact ha cercato di mettere insieme tutte i progetti che vanno in questa direzione, inquadrando, promuovendo e sollecitando un modello di impresa sostenibile.

Le carenze però sono tante, a partire dal fatto che non prevede nessun tipo di selezione all’ingresso, né un monitoraggio periodico, e per farne parte basta solo una dichiarazione d’intenti e spesso una lauta quota di partecipazione. Le imprese hanno così tutto l’interesse a farne parte sopratutto per motivi pubblicitari e di buona reputazione, più che altro per vedere il proprio logo associato a quello delle Nazioni Unite. Il programma è infatti oggetto di critiche da parte di numerose Organizzazioni non-governative per la mancanza di un sistema che garantisca l’effettivo rispetto dei principi sanciti nel contratto da parte delle Compagnie. CorpWatch, organizzazione non governativa americana, accusa numerosi partecipanti di usare il Global Compact come uno strumento di relazioni pubbliche.

Della piattaforma italiana del Global Compact fanno parte anche numerose Ong e realtà sociali e non è ben chiaro come possano condividere lo stesso spazio con aziende spesso accusate di violare i diritti umani, di calpestare quelli dei lavoratori e responsabili di numerosi disastri ambientali, e se hanno mai fatto le necessarie pressioni affinché venga imposta una seria regolamentazione e un rigoroso monitoraggio e reporting delle attività delle aziende che aderiscono al Global Compact. In definitiva, l’iniziativa dell'Onu fa riflettere sulla necessita di monitoraggio anche di questo tipo di progetti a carattere volontario.

 

L’occhio vigile della società civile

Perché questi strumenti siano credibili agli occhi della comunità in generale e dei consumatori in particolare sono necessarie la trasparenza, un dettagliato reporting, un costante monitoraggio da parte della società civile e, non da ultimo, la definizione di forme di sanzioni a fronte di una loro violazione. In ogni caso, la decisione di dotarsi di un codice di condotta è già un chiaro segnale di volontà e di impegno da parte dell’impresa

L’adozione di un codice di condotta aziendale non deve perciò trarre in inganno: sono infatti numerose le aziende che nonostante le dichiarazioni di principio non sempre seguono i dettami della loro stessa "carta costituzionale": questo discorso si applica sopratutto alle grandi multinazionali che operano nei paesi dei Sud del mondo. Capita, infatti, che un codice di condotta, pubblicizzato e sbandierato in occidente non sia affatto tenuto in considerazione nei paesi poveri. Tra questi casi viene spesso menzionata l’italiana ENI che fa parte del Global Compact e allo stesso tempo è sotto accusa da varie campagne per le numerose violazioni dei diritti umani e per danni ambientali nelle zone in cui opera, sopratutto in Africa e Sud America.

Alla luce delle numerose responsabilità di cui sono accusate tutti i giorni le stesse aziende partner del Global Compact è sicuramente più indicato un impegno per la messa a punto di un vero codice di responsabilità, con regole precise, condivise e vincolanti per tutti, e sopratutto l’attuazione di sistemi di controllo e monitoraggio facilmente verificabili da organismi super-partes a scadenze prestabilite. Per questo una parte della società civile non ha smesso di monitorare e denunciare comportamenti scorretti e in aperta violazione dei diritti delle popolazioni da parte di aziende, nonostante i loro codici di condotta e la loro appartenenza a network internazionali.

Esempi di questo monitoraggio sono le iniziative come CorpWatch, Bank Track, la Clean Clothes Campaign - promossa in Italia dalla Campagna Abiti Puliti - e, sempre in Italia, l’iniziativa del Centro Nuovo Modello di Sviluppo chiamata "Imprese alla Sbarra", oltre alle diverse iniziative e campagne già citate, che puntualmente informano i cittadini sulle violazioni da parte delle aziende e delle banche non solo delle regole di responsabilità sociale e d'impresa da esse volontariamente assunte, ma in diversi casi anche delle normative nazionali e internazionali in materia di rispetto dei diritti umani e dei popoli indigeni, dei diritti dei lavorati e dei consumatori e della salvaguardia dell'ambiente.

 

Bibliografia

Lorenzo Sacconi, Economia, Etica e Organizzazione, Il contratto sociale dell’impresa, Laterza, 1997

Giovanna F. Dalla Costa, Luana Aquario, Codici di condotta e responsabilità sociale nei settori profit e non profit, Cleup 2007

 

(Scheda realizzata con il contributo di Elvira Corona)

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