Attivismo

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“Riaffermiamo la sovranità della persona, o meglio, il diritto inalienabile dell’uomo alla creazione dell’ambiente in cui vive”. (Andrè Reszler - Storico ungherese)

Introduzione

Sono oggi numerose le forme di espressione e di partecipazione alla vita sociale che tendono a un cambiamento e a un miglioramento del mondo in cui viviamo. Se fino a poco tempo fa parlando di attivismo si pensava subito ai volontari delle organizzazioni ambientaliste e ai movimenti femministi e pacifisti, oggi la diffusione di internet e la facilità di mettersi in rete con altre persone ha favorito anche un "attivismo cybernetico": è la stessa possibilità di documentarsi utilizzando fonti molteplici e diversi mass-media, approfondendo così la conoscenza delle principali questioni contemporanee, a favorire nuove forme di attivismo.

Attivismo e cittadinanza attiva

L’attivismo può essere definito come un’attività finalizzata a produrre un cambiamento sociale o politico attraverso l’azione. A volte viene inteso come sinonimo di protesta o di dissenso, ma è riduttivo fermarsi a queste categorie. Si tratta, piuttosto, di un ampia gamma di attività che tendono a modificare una situazione (come le consuetudini sociali, le leggi, le decisioni governative, ecc.) che si pensa ingiusta o non condivisibile: ciò è fatto a volte solo per coerenza personale, ma nella maggior parte dei casi per lanciare un messaggio ad altre persone e alla comunità.

Possono perciò essere considerati attivisti i vegetariani, che rifiutano di adottare una dieta che includa carne e pesce; i nonviolenti, che non condividono l’utilizzo della violenza per risolvere i conflitti e non la praticano nella loro vita; i disobbedienti, che per modificare una legge che non reputano giusta la violano dichiarandolo espressamente alle autorità. Quello che accomuna tutte le diverse forme di attivismo è quindi l'esplicitazione delle motivazioni che sottendono a un comportamento personale, spesso pubblico e sociale.

Se in passato l’attivismo era un mezzo utilizzato per il riconoscimento dei diritti - si pensi al movimento femminista o a quello per i diritti civili delle persone di colore negli Stati Uniti - oggi l’attivismo è anche una forma di esercizio della propria cittadinanza. Esigere il rispetto dei propri diritti quando questi sono violati o comunque non presi nella dovuta considerazione dalle istituzioni è una forma di attivismo, ma anche un modo per arrivare a partecipare più da vicino alla vita politica, sperimentando e utilizzando ulteriori strumenti di democrazia diretta oltre a quelli più noti, come ad esempio il referendum (tipico dei paesi occidentali) o la diplomazia popolare. Sono nuove forme di partecipazione quelle che si sviluppano e si diffondono negli ultimi anni, dando vita a momenti di partecipazione in contesti più piccoli rispetto a quelli dello Stato.

Forme di attivismo

Stendere un lenzuolo, scendere in piazza per una protesta o per una richiesta, fare propaganda politica, scioperare, partecipare ad azioni dimostrative, boicottaggi, esercitare il consumo critico, partecipare a gruppi di pressione, lobby, raccolta firme, bilancio partecipativo, commercio equo e solidale, disobbedienza civile, difesa popolare nonviolenta, sono tutte forme di attivismo, che possono però raggiungere forme estreme arrivando anche a proteste violente come il terrorismo. Analizzare tutte le forme di attivismo è pressoché impossibile (si vedano al riguardo le diverse voci in queste Guide), però vale la pena citarne alcune.

Tra queste c’è l’attivismo urbano, cioè l’insieme di azioni svolte da gruppi di cittadini con l’intento di generare un cambiamento positivo nell’ambiente delle città contemporanee, nel modo di abitarle e immaginarle. I partecipanti a questo cambiamento sono architetti, ingegneri, dirigenti di amministrazioni pubbliche locali, professori universitari, studenti, bambini, artisti, skateboarders, ciclisti, pedoni e molti altri cittadini. Si tratta di azioni spontanee che nascono dal basso, spesso dettate da una necessità, dove gli interessi personali convergono con quelli della società e dell’ambiente. Questo fenomeno oggi è in forte espansione nelle metropoli di tutto il mondo dove sempre più abitanti sono convinti che i processi tradizionali di pianificazione urbana di tipo top-down siano insufficienti mentre nuovi approcci e strumenti devono essere sviluppati dal basso, con una logica "bottom-up". In questo ambito si inseriscono anche le esperienze di “city hub” e “social street”: attivano esperienze di condivisione e costruzione di reti e si fanno collante di comunità all’insegna di un cambiamento che chiama all’assunzione di responsabilità civiche e ad esperienze concrete di cittadinanza attiva.

Azioni che ricadono sotto la definizione di attivismo sono anche quelle orientate ad individuare soluzioni ad esempio per la produzione di cibo tramite l’agricoltura urbana, soluzioni per una mobilità sostenibile, la creazione di spazi pubblici per rafforzare l’interazione sociale, nuovi modi di comunicare, idee per appropriarsi dello spazio urbano. Tra queste possiamo citare per esempio i ciclisti con il Critical Mass, o gli attivisti della Guerrilla Gardening, un gruppo di appassionati del verde che ha deciso di interagire positivamente con lo spazio urbano attraverso piccoli atti dimostrativi che si oppongono attivamente al degrado agendo contro l’incuria delle aree verdi. E’ evidente come la varietà di proposte e punti di vista che ne scaturisce non potrebbe emergere dal tradizionale approccio progettuale di tipo "top-down" (dall'alto al basso). Inoltre di fronte ad una società complessa che sta dimostrando gravi limitazioni nelle sue forme di gestione e pianificazione, la partecipazione attiva dei cittadini si rivela sempre più importante, se non addirittura necessaria e fondamentale.

Di tutt’altro stampo è invece l’attivismo che agisce ad alti livelli istituzionali e con un obiettivo molto specifico, come quello praticato dalle cosiddette lobby, gruppi di interesse che fanno pressioni a livello istituzionale affinché vengano prese in considerazione le loro istanze. L’esempio più significativo è quello dei lobbisti a livello europeo: si stima ve ne siano a Bruxelles 15mila, che operano come "antenne" della società civile: tra essi, però, vi sono anche chiare espressioni dei grandi gruppi portatori di interessi economici che spesso riescono a influenzare le decisioni dei commissari e dei parlamentari.

Attivismo e movimenti sociali

Tutti i movimenti sociali sono forse l’esempio più visibile di attivismo, che mira a un cambiamento sociale profondo proponendo alternative alla globalizzazione. Uno di questi - che raggruppa tantissimi altri movimenti specifici - è senza dubbio quello confluito nel Forum Sociale Mondiale - WSF, nato come alternativa al World Economic Forum - WEF di Davos, ma risultato delle proteste di Seattle e ancora prima degli "incontri intergalattici" convocati dal subcomandante Marcos in Chiapas. A partire dal 2001 il Forum Sociale Mondiale è diventato un incontro annuale dei membri dei movimenti per la globalizzazione alternativa, per coordinare le campagne mondiali, condividere e raffinare l’organizzazione, informarsi vicendevolmente sui diversi movimenti sparsi per il mondo e sulle loro tematiche. Il primo WSF, in verità, non si svolse in Brasile ma in Italia (i diritti di registrazione del marchio appartengono a Fondazione Fontana Onlus), anche se fu Porto Alegre la città che ebbe le forze per coinvolgere molti movimenti di alternativa alla globalizzazione, dall’Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e per l’Aiuto ai Cittadini ATTAC alla Conferenza Episcopale Brasiliana. Le opzioni sul tavolo e le forme di attivismo che ne conseguono sono tantissime e comprendono varie sfere della vita sociale.

Pur nel merito di facilitare una ricerca collettiva per un “altro mondo possibile”, sarebbe però scorretto nascondere le difficoltà che il WSF deve affrontare, a partire dalla condivisione di un’agenda di obiettivi con le Istituzioni Internazionali Governative come le Nazioni Unite (per esempio per gli SDG – Obiettivi di Sviluppo Sostenibile), anziché con gli Stati. Un altro scoglio da non sottovalutare è quello ideologico: gli antiliberisti di tutto il mondo appaiono talvolta convenire durante il WSF per affermare ideologie ormai superate. Senza contare i problemi che un “governo della complessità” comporta: le centinaia di seminari e forum per ogni WSF possono finire col nascondere l’incapacità di fare sintesi. Non ultimo occorre ammettere l’insostenibilità della spesa: il WSF, infatti, non ha maturato un’attività propria di fundraising presso privati (che sono visti ancora “dall’altra parte del muro”) e confidano in donatori non profit. Canali che faticano a dare i frutti sperati, così come quelli della comunicazione: a parte gli strumenti alternativi, la capacità di (auto)promozione del WSF è imparagonabile rispetto a quella del World Economic Forum con il quale, peraltro, il WSF non intende ancora dialogare.

Disobbedienza civile

L’obiettivo di un “disobbediente” è quello di evidenziare, proprio mediante la propria disobbedienza, l’ingiustizia, a suo avviso palese, di una norma di legge e delle conseguenze che essa comporta. La disobbedienza civile è quindi una forma di lotta politica, che può essere praticata da un singolo individuo o più spesso da un gruppo di persone, che implica la consapevole violazione pubblica di una precisa norma di legge considerata particolarmente ingiusta, in modo da rendere evidenti e immediatamente operative le sanzioni previste dalla legge stessa.

Tra gli esempi più noti la lotta negli Stati Uniti per i diritti civili dei neri che, pur concessi sulla carta, sono stati resi effettivi solo dalle campagne di disobbedienza civile di massa degli anni sessanta del Novecento. Anche il percorso che ha portato all’emancipazione nazionale indiana non sarebbe stato possibile senza le azioni di disobbedienza civile di Gandhi, che parlava anche di resistenza civile. Per citare poi un esempio legato al nostro territorio, basti pensare a Don Lorenzo Milani che, nel suo libro "L’obbedienza non è più una virtù", parla di disobbedienza civile specialmente riguardo l’obiezione di coscienza per il servizio militare, opera che ispirerà poi le leggi per il servizio civile. Anche uno dei massimi analisti della disobbedienza civile contemporanea, lo storico radicale americano Howard Zinn, nella sua raccolta di saggi Disobbedienza e democrazia, afferma che “è giusto disobbedire a leggi ingiuste ed è giusto disobbedire alle sentenze che puniscono la violazione di quelle leggi”. Nello stesso testo ci sono resoconti e testimonianze di come molti diritti civili negli Usa siano stati conquistati solo con la disobbedienza: le stesse giurie, chiamate dallo stato a giudicare i disobbedienti, pronunciavano verdetti di assoluzione, dopo essere state sensibilizzate, dalla disobbedienza civile stessa, a dimostrare che l’obiezione di coscienza può essere più importante della ragion di Stato.

Attivismo in Italia

In campo nazionale sono tante le realtà impegnate in attività che mirano a un cambiamento sociale. E’ lungo l’elenco delle associazioni che con un termine desueto definiremmo “terzomondiste”, nate negli anni ‘70 e che, prima di convertirsi in vere e proprie Ong strutturate e dedicate alla cooperazione internazionale allo sviluppo, vivono una lunga fase di mobilitazione politica che riflette la forte caratterizzazione ideologica tipica di quegli anni. Molte si muovono a sostegno delle lotte di liberazione delle ultime colonie in Africa e dei grandi leader indipendentisti africani e latinoamericani; si occupano della rivendicazione del diritto al servizio civile internazionale in sostituzione di quello militare; partecipano alle prime radio libere e iniziano a lavorare per i diritti dei popoli; organizzano i campi estivi di lavoro per educare i giovani a cooperazione, solidarietà ed educazione allo sviluppo.

Gli anni ‘80 sono poi caratterizzati dagli attivisti che rivendicano istanze pacifiste ed ecologiste, viene convocata la prima assemblea nazionale dei Comitati per la Pace che si svolge a Roma e approva un documento a sostegno alle azioni dirette nonviolente come forma di lotta per impedire l’installazione dei missili nella base siciliana di Comiso. Viene approvata la campagna per la realizzazione di un referendum autogestito sull’installazione dei missili, su cui si esprimeranno 8 milioni di cittadini italiani. Nasce l’associazione Beati Costruttori di Pace che ha come obiettivo la sensibilizzazione della società moderna circa la necessità del disarmo ed il rifiuto della guerra, vista come una forma di imperialismo. Si strutturano campagne che mirano a regolamentare il commercio di armi e che porteranno nel 1990 alla legge 185 (qui il pdf).

Durante il decennio ‘90 numerose associazioni si mobilitano per la cancellazione del debito estero dei Paesi impoveriti, come Giubileo Sud e Sdebitarsi. Nel 1996 nasce la Tavola della Pace una nuova esperienza di coordinamento e di confronto tra chi lavora per promuovere la pace, i diritti umani e la solidarietà. Vi aderiscono centinaia di associazioni, organismi laici e religiosi ed Enti locali (con il Coordinamento degli Enti locali per la pace) di tutte le regioni italiane. Inizialmente pensata come strumento per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della non violenza e della soluzione pacifica dei conflitti, la Tavola è stata non solo un supporto organizzativo alla crescita in Italia della cultura pacifista, ma anche e soprattutto il soggetto promotore dell’annuale “Marcia per la pace”, in particolare della nota “Marcia Perugia-Assisi”.

Molti attivisti invece si concentrano su campagne che chiedono il rispetto del diritto di informazione, organizzandosi anche con strumenti che offrono un’informazioni alternativa rispetto ai media tradizionali: Unimondo ne è l’esempio più evidente, mentre dal 1998 offre un’informazione qualificata sui temi della pace, dello sviluppo umano sostenibile, dei diritti umani e dell’ambiente. Altri attivisti si concentrano poi su tematiche specifiche legate al rispetto del territorio, come ad esempio le azioni di No dal Molin e No Tav.

Spesso queste campagne convergono in coordinamenti più grandi, reti che mirano a mettere in comunicazione le varie iniziative in atto. Come il caso della Rete Lilliput, che promuove una strategia lillipuziana, cioè azioni mirate e concrete, da intessere insieme: una volontà comune e diffusa della società civile che si è esplicitata con il primo incontro nazionale tenutosi nel 2000. La Rete di Lilliput è una rete laica, formata da persone, nodi, organizzazioni e reti collegati e coordinati tra loro che, superata la fase della semplice resistenza, persegue il cambiamento delle regole che governano le istituzioni finanziarie e il commercio internazionale, proponendo un cambiamento dei comportamenti e degli stili di vita, un modello diverso di gestione integrata del territorio, delle risorse naturali e dei beni comuni, basato sulla partecipazione, sulla consapevolezza dei limiti delle risorse e sulla riduzione dell’impronta ecologica. Si impegnano per un’economia di giustizia e solidarietà, per una politica orientata al disarmo, per un modello di difesa popolare nonviolenta e per la gestione nonviolenta dei conflitti, per il recupero della solidarietà sociale e per l’interazione paritetica delle culture.

Negli ultimi anni sono poi nate numerose campagne per chiedere legalità e giustizia connesse a episodi specifici del panorama politico nazionale e internazionale (si pensi per esempio ai movimenti che chiedono giustizia per le condizioni e le cause ancora oscure che hanno causato la morte di Stefano Cucchi o Giulio Regeni), campagne che ottengono risonanza mediatica anche grazie alla loro diffusione via web.

Attivismo al passo con le nuove tecnologie

Col passare del tempo l’attivismo s’è evoluto anche grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie. Flussi informativi, network, campagne mediatiche ma anche programmatori, scrittori, giornalisti free lance che contribuiscono a produrre informazioni utili per indurre all’azione sono gli ingredienti del “media attivismo”. Il media attivismo ha tra i suoi propositi quello di creare una valida alternativa alle fonti d’informazione classiche, viste come macchine economiche al sostegno di un modello unico: Indymedia, Adbuster, OneWorld sono alcuni dei nomi più noti dei network di comunicazione e informazione nati con questo proposito. Su scala nazionale e internazionale, da alcuni anni si vanno diffondendo e affermando poli di informazione indipendente.

Le nuove tecnologie hanno infatti dato a chiunque la possibilità di improvvisarsi comunicatore, grazie ai blog, o a portali come YouTube, Facebook, Twitter tutti possono facilmente creare delle reti e contribuire alla diffusione di notizie per poi passare all’azione. I media indipendenti sono serviti agli attivisti per incontrarsi, organizzarsi e decidere cosa fare in occasione delle contestazioni dei vertici internazionali, ma hanno svolto anche una grande campagna di informazione e produzione di cultura. In tutto il mondo milioni di persone si connettono quotidianamente alla rete per avere notizie in tempo reale, per seguire gli avvenimenti in diretta e per avere un’informazione più libera e forse più attendibile. Il media attivismo, semplificato a sua volta come fenomeno mediatico, esplode con la congiuntura Internet-Seattle, la convergenza dell’informazione auto-organizzata in rete con l’affiorare del network del movimento globale.

Ci sono poi altre forme più sofisticate di media attivismo come il culture jamming, traducibile in italiano con sabotaggio culturale (o anche con interferenza culturale), una pratica che mira alla contestazione dell’invasività dei messaggi pubblicitari veicolati dai mass media nella costruzione dell’immaginario della mente umana. La pratica del culture jamming consiste nella decostruzione dei testi e delle immagini dell’industria dei media attraverso la tecnica dello straniamento e del détournement, cioè lo spostamento di immagini e oggetti dalla loro collocazione abituale per inserirli in un diverso contesto semantico dove il loro significato risulti mutato, se non capovolto. Il risultato è in genere la trasmissione di un messaggio di critica radicale del sistema economico, che avviene per mezzo dello stravolgimento del suo apparato ideologico-pubblicitario, nel tentativo di liberare l’individuo dal ruolo di ricevente passivo e indurlo a un consumo critico e consapevole del linguaggio dei media.

Nel 1989 nasce in Canada la rivista Adbusters, considerata la bibbia del culture jamming per le sue provocatorie campagne che si scagliano contro le grandi corporation attraverso l’uso distorto del linguaggio della pubblicità, e per iniziative come il Buy Nothing Day, la giornata di sciopero contro il consumo nata negli Stati Uniti e replicata in numerosi Paesi, tra cui l’Italia, in chiaro contrasto con giornate dedicate invece al consumismo selvaggio, come ad esempio quelle dei Black Fridays.

Hacktivism

L’evoluzione tecnologica ha permesso anche che le forme dell’azione diretta tradizionale fossero trasformate nei loro equivalenti elettronici: la manifestazione di piazza e il corteo diventano netstrike, cortei telematici; l’occupazione di stabili in disuso si trasformano in cybersquatting; il volantinaggio all’angolo delle strade diventa l’invio massivo di e-mail di partecipazione e di protesta; il banchetto delle petizioni si trasferisce on line (basti pensare al famoso portale Change.org); i tazebao scritti a mano diventano pagine web. “Hacktivism” è un termine che deriva dall’unione di due parole, hacking e activism e indica le pratiche dell’azione diretta digitale in stile hacker.

Gli hacktivisti agiscono mettendo a disposizione di tutti risorse informative e strumenti di comunicazione. Le pratiche hacktivist si concretizzano nella realizzazione di server indipendenti e autogestiti per offrire servizi di mailing list, e-mail, spazi web, ftp server, sistemi e database crittografici, circuiti di peer to peer, archivi di video e foto digitali, webradio. Il termine è stato coniato nelle interazioni fra i protagonisti delle prime azioni di disobbedienza civile in rete, riferendosi in particolare agli autori dei primi netstrike condotti a livello mondiale per protestare contro abusi dei diritti civili, governi corrotti o sentenze di pena di morte.

Successivamente il termine hacktivism è stato impiegato per indicare le pratiche di coloro i quali, usando reti e computer in modo creativo, hanno messo in discussione l’operato di governi e multinazionali organizzando petizioni online, virus benevoli, siti web di controinformazione, e altri strumenti per l’abilitazione di tutti i cittadini alla libera comunicazione elettronica. L’etica dell’hacktivist punta a promuovere la consapevolezza dell’importanza dell’informazione e della comunicazione come agenti di cambiamento sociale. Una forma di hacktivism abbastanza conosciuta è appunto il netstrike, un attacco informatico non invasivo che consiste nel moltiplicare le connessioni contemporanee al sito-target al fine di rallentarne o impedirne le attività. Il primo obiettivo per un netstrike è stato un sito del governo francese che in quel periodo conduceva test nucleari nell’atollo di Mururoa.

Conclusioni

L’attivismo potrebbe essere anche definito come un dissenso creativo con una funzione utile alla collettività, una voce capace di informare, ma anche di suggerire soluzioni nuove a problemi vecchi. Difficile stilare una lista di successi e insuccessi; quello che è certo è che le forme di attivismo hanno reso possibile la partecipazione diretta delle persone ad ambiti sempre più ampi della società, portando avanti progetti di sostenibilità e partecipazione autogestiti. Se però, da sempre, forme di protesta violenta trasferiscono potere a colui o a ciò che vorrebbero criticare, il rischio dell’attivismo è e rimane quello di infiltrazioni e interferenze proprio di soggetti violenti, aventi l’obiettivo di far crollare – o quantomeno di screditare – dall’interno la valenza e le ragioni dei movimenti stessi.

Bibliografia

Henry David Thoreau, Disobbedienza civile, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli 2010

Meikle Graham, Disobbedienza civile elettronica, Apogeo 2004

Critical art ensemble, Disobbedienza civile elettronica e altre idee impopolari: come sopravvivere e resistere nella società del controllo,Castelvecchi 1998

Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Libreria Editrice Fiorentina 1996

Jensen Lin, Per strada. Riflessioni su attivismo e non fare, Astrolabio Ubaldini 2008

(Scheda realizzata con il contributo di Elvira Corona e Anna Molinari, aggiornata a ottobre 2017) 

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Video

Marcia Perugia-Assisi 2010