Politica

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“La virtù politica è distribuita equamente tra tutti gli uomini”. (Protagora)

Evoluzione storica del concetto di politica  

Secondo Aristotele l'uomo è per natura “animale sociale”, che, incapace di essere autosufficiente, si raggruppa coi propri simili generando quel fenomeno di aggregazione sociale che prende il nome di pólis, la cui organizzazione si esprime con la politica. L'uomo diventa quindi anche “animale politico”, dove la politica è espressione naturale insita nell'individuo per esigenza di vita e per autorealizzazione. Pertanto, come rileva Umberto Galimberti, nell'età antica “la politica ha per oggetto le condizioni di vita degli uomini raccolti in comunità” e il suo scopo è la felicità, intesa da Aristotele come fine ultimo.

La concezione aristotelica di politica viene in parte rovesciata in età moderna. Il cristianesimo, a tal proposito, da un lato volge all’intimismo invitando l'individuo a separarsi dalla società per autorealizzarsi nella sua interiorità. Fortunatamente favorisce, dall’altro lato, per mezzo della Dottrina sociale della Chiesa, l’impegno politico post Vaticano secondo e la “coesione sociale”.

Hobbes snaturalizza il concetto di politica, riducendola a strumento a disposizione dell'uomo per contrastare la sua natura, che è essenzialmente bellicosa; un rapporto calcolabile di regolazione della condizione di homo homini lupus, il cui scopo è “la pace e la difesa comune”, che l'artificio della politica salvaguarda mediante lo stato legale. La pace sarebbe in questo modo un patto, un contratto, contro natura ma conveniente. E la politica non mira più al bene comune, bensì alla protezione dal male, quale condizione di vivibilità.

In età contemporanea si assiste ad una sorta di “de-personificazione” della politica (“dal governo degli uomini al governo dei ruoli e delle funzioni” sempre secondo Galimberti). L'individuo è parte dell'agire politico in funzione del suo ruolo e della sua funzionalità (la teoria della burocratizzazione degli stati moderni di Max Weber evidenzia come dalle competenze specialistiche scaturiscano le decisioni politiche). Ciò si riflette anche nella dimensione sociale, all'interno della quale l'uomo conta in funzione del suo ruolo, che prende il posto dell'individuo nel gioco delle relazioni. L'individuo diventa così assolutamente intercambiabile e fungibile. È evidente come tale concezione preveda in sé una grande serie di esclusi, piuttosto riscontrabile ai giorni nostri: chi non ricopre un ruolo, ha meno spazio, non solo politicamente, ma anche socialmente.

Pace, sviluppo, ambiente

Pace, sviluppo umano, salvaguardia dell’ambiente. Sono le cenerentole della politica in termini di budget. Molti denari vengono stanziati per le grandi opere. Pochi per le “buone relazioni”. La filosofia amico nemico sottesa al concetto di sicurezza non cerca “buone relazioni” ma diffida dalla diversità. Dipende molto dal nostro immaginario violato sia dalla paura della recessione del ‘29 che dal maschilismo del ventennio fascista delle grandi bonifiche/grandi opere. Se riuscissimo a ribaltare l’agenda mettendo al centro, per esempio, il principio XXV° della Carta di Rio che afferma come la pace, lo sviluppo e la protezione dell'ambiente sono interdipendenti e indissolubili. Troveremo quindi risorse per centri di peace research anziché scuole di guerra. Investiremo nelle autostrade informatiche della cultura e non solo in quelle dell’asfalto e della cementificazione.

Queste tre parole, che sono peraltro fondamento di molte “magne carte” vengono sprecate nelle liturgie politiche solo dopo i numerosi eventi bellici. Solo allora si ritorna all’essenzialità della polis: la felicità dell’essere umano. Pace significa, per dirla con Langer, “lentius, profundius, suavius” e, quindi, un approccio più lento, più profondo e più dolce. Tutt’altro dalla guerra.

Il rapporto tra politica e pace, all'interno del quale la prima è intesa come via per raggiungere la seconda, ha caratterizzato parte del pensiero di grandi filosofi come Kant, Habermas e Bobbio, teorizzatori di un pacifismo istituzionale. Secondo questi ultimi la creazione e il potenziamento degli istituti democratici possono essere funzionali ad una maggiore giustizia sociale ed economica, se finalizzati al rispetto dei diritti inalienabili dell'individuo. A tale scopo, per Bobbio la democrazia non è solo insieme e rispetto di regole e procedure, ma riconoscimento dei valori e degli ideali che hanno dato origine alle regole stesse, per un alimentazione che veda nel cittadino la sua fonte più attiva. Le democrazie moderne devono essere fondate sul riconoscimento e la salvaguardia dei diritti dell'uomo, la protezione dei quali trova il suo presupposto necessario nella pace. Per Bobbio dunque la pace non va intesa come fine ultimo, né come bene assoluto, ma come condizione necessaria per il rispetto dei diritti umani e per una libera convivenza.

La “pace perpetua” intesa in senso kantiano non è uno stato di natura bensì uno stato che deve “essere istituito” . Si tratta di un progetto giuridico, non etico, il cui scopo è la formazione di una struttura mondiale e un'impostazione di governo per i singoli stati che possano favorire la pace. L'assenza di “conflitto violento” non è di per sé garanzia di pace e la politica rimane l'unica via per il raggiungimento di una pace stabile e duratura (“perpetua”), subordinata alla morale e ai diritti umani. Attualizzando, si può ragionare che si è tanto più distanti dalla pace, quanto più la politica non è ad essa (ed agli scopi di quest'ultima) subordinata, quanto più gli scopi di quest'ultima non pongono al centro il rispetto dei diritti individuali.

Occorre dunque indagare quale sia il fine ultimo della politica: solo una politica che ponga l'uomo al centro (sia uti singuli che in relazione al suo essere animale sociale) può definirsi politica di pace.

Lo sviluppo per l’Undp è solo quello “integrale dell’uomo” e non l’ aumento illimitato del PIL. A riguardo c’è una differenza sostanziale verificabile anche nei rapporti annuali dell’Undp ed i rapporti annuali delle Istituzioni di Bretton Woods. I primi fanno attenzione alle politiche inclusive sanità, scuola, produzioni ecosostenibili che si danno un limite mentre le seconde hanno come riferimento la “crescita illimitata” come da dichiarazione di Bush del 12 settembre 2001: “il nostro stile di vita non si discute”. Le Agenzie ed i programmi delle Nazioni Unite più avanzati tentano, invece, di mettere in discussione proprio lo stile di vita consumistico che impoverisce l’uomo, lo rende solo e privo od incapace di relazioni. La cooperazione tra i popoli, per dirla con Ugo Morelli, non può oggi esimersi dal considerare la centralità dei limiti della forma di sviluppo che ci siamo dati.

A riguardo la politica estera del Governo Italiano sta tagliando le relazioni. Taglia le risorse destinate alla cooperazione internazionale. Risorse ridotte ad un risibile 0,07% del PIL, percentuale ben lontana dallo 0,7% promesso nelle sedi internazionali. I paesi scandinavi, a riguardo, investono maggiormente in politiche di rafforzamento delle istituzioni nei paesi emergenti anche al fine di condividere problemi interdipendenti come la “salvaguardia del creato”. Le politiche ambientali, infatti, come prevede il protocollo di Kyoto non riguardano alcuni ma tutti i popoli. Soprattutto coloro a maggior “impronta ecologica”.

Attivismo politico

Si è parlato di uomo al centro, elevando i suoi bisogni e diritti/doveri a fine ultimo della politica. Ciò non deve relegare l'individuo a soggetto passivo, come mero beneficiario. Al contrario, occorre che la società civile si riappropri del suo ruolo di soggetto attivo, di attore dell'azione politica. Le istituzioni devono saper modernamente includere nell'agire politico la società civile, fatta di movimenti di opinione che ne possono ridurre l'astrazione più classica. La politica diventa in questo modo globale, in direzione di quella “pace perpetua” che per Kant è raggiungibile unicamente quando gli individui non sono cittadini di questo o di quello stato, bensì del mondo. Serve che l'agenda politica sia riscritta con un maggior coinvolgimento della cittadinanza, per esempio attraverso il potenziamento degli strumenti di democrazia diretta, affinché il cittadino non sia mero elettore ma anche legislatore. Attualmente in Italia gli unici strumenti di democrazia diretta sono il referendum e l'iniziativa popolare, la cui influenza è nel complesso piuttosto marginale. Ancora, si può pensare ad una maggiore diffusione dello strumento del bilancio partecipativo, sulla strada dell'esperienza di Porto Alegre.

In Italia a sostegno di una pace attiva è nata, nel 1995, l'Assemblea dell'ONU dei Popoli in occasione del cinquantesimo anniversario delle Nazioni Unite, su iniziativa di oltre 600 enti locali e associazioni. L'assemblea popolare cerca un cambio di rotta alla volta di maggiore pace, giustizia e democrazia per i governi di tutto il mondo. Obiettivo da raggiungere attraverso la riforma dell'ONU, l'istituzione politica transnazionale per eccellenza; non solo mediante principi, denunce e testimonianza, ma con richieste concrete e proposte di cambiamento provenienti “dal basso”, dalla società civile di tutto il pianeta (rappresentanti di oltre 118 nazioni erano presenti alla terza edizione dell'Assemblea, nel 1999).

Il tutto nell'ambito dell'auspicata creazione dell'Assemblea parlamentare mondiale delle Nazioni Unite dove le organizzazioni non governative e le associazioni civili possano sedere al fianco degli stati membri per le materie attinenti ai diritti umani, allo sviluppo e alle politiche ambientali.

Una vera politica partecipata e multiculturale, una sorta di agorà moderna dove il libero scambio di idee, proposte, dubbi, riflessioni conduca all'adozione di azioni condivise a livello globale. Lo disse anche Machiavelli, la politica è lo strumento con il quale l'uomo può manifestare nel modo più evidente la propria capacità d'iniziativa ed essere artefice del proprio destino.

“Politica dal basso,”, “politica diffusa”, “politica senza partiti”, sono alcune espressioni utilizzate da Giulio Marcon per descrivere l'attività che centinaia tra movimenti, comitati e associazioni civili svolgono a realizzazione e tutela del “volere generale”. Si tratta di vera azione politica, che tali organizzazioni promuovono pur non essendo organizzate in partiti. Occorre infatti subito sgombrare il campo dall'equivoco che l'attività politica sia esclusivo appannaggio di partiti ed istituzioni. Anche la cittadinanza, pur al di fuori del meccanismo della rappresentanza e della delega, ha potere politico quando con il proprio attivismo si organizza al fine di influenzare le scelte politiche generali. Non è una delegittimazione del potere istituito, non si tratta di una pressione contro le stanze parlamentari ma al contrario di un allargamento dello spazio sociale e civile della politica affianco ai partiti.

In una democrazia moderna, la partecipazione non può limitarsi al mero esercizio del voto. Se così fosse, la partecipazione si ridurrebbe ad una pratica episodica, con lunghi intermezzi di esclusione della cittadinanza. Fatto salvo il principio di rappresentanza, perno di qualsivoglia espressione democratica, l'azione politica non è un'esclusiva del rappresentante, pena un pericoloso svuotamento del rapporto tra classe dirigente e cittadini rappresentati. Il controllo, critico e propositivo, del cittadino elettore sulla classe eletta, è già di per sé azione politica da compiersi in maniera continuativa. Ma non solo controllo dell'altrui operato, bensì iniziative personali e di gruppo: circoscrizioni, consigli di quartiere, associazionismo, boicottaggio e via dicendo. Partecipazione significa possibilità per il cittadino di contribuire alla scrittura e al rispetto dell'agenda politica, in direzione di una più elevata qualità del sistema democratico. Sono orientamenti condivisi anche in ambito istituzionale nazionale e comunitario, laddove tanto la Costituzione Italiana (art. 118), quanto il Trattato costituzionale dell'Unione Europea (art. I-47) affermano il principio della democrazia partecipativa, riconoscendo ai cittadini e alle associazioni rappresentanti autonomo potere di iniziativa, controllo e consultazione.

Secondo questo credo si fonda il Patto politico-partecipativo, proposto verso la metà degli anni ottanta dal Movimento Politico per l’Unità, a partire dallo slogan“votare non basta”. Si tratta di una sperimentazione la cui anima è il ripensamento del rapporto eletto-elettore, in cui il cittadino partecipa all'azione del rappresentante durante tutto il suo mandato e in cui il candidato eletto si impegna in un dialogo costante e costruttivo con la società civile.

Ogni scienza, per poter essere sviluppata e correttamente applicata, presuppone conoscenza e formazione. La politica non fa eccezione. Colpisce la scarsità di vere e proprie scuole di politica, dove apprendere il significato di responsabilità, la corretta gestione dei rapporti di potere che la democrazia inevitabilmente presuppone, la gestione delle interrelazioni tra le variabili del sistema che costituiscono la cosa pubblica. Più in generale, una scuola dove emerga una nuova cultura politica, sia per chi svolge attività partitica e istituzionale, sia per chi vuole incidere sul percorso democratico pur non facendo della politica la propria professione.

Le Guide di questa sezione

Nelle guide di Unimondo di questa sezione sono trattati oltre a temi già evidenziati, le organizzazioni internazionali come Onu ed Unione Europea. Tali Istituzioni sembrano avere sempre meno credito politico per involontà degli stati che, paradossalmente, stanno perdendo peso sostanziale nelle relazioni internazionali nell’era dell’interdipendenza e della globalizzazione. Altri attori si stanno affacciando alla scena internazionale come la società civile - e quella incivile rappresentata dalle mafie che è tra i gestori delle migrazioni epocali in cerca di una nuova cittadinanza. La convivenza tra diversi è talvolta causa di xenofobia e razzismo, oltre che di "antipolitica": un qualunquismo che sta dilagando e preoccupa coloro che vorrebbero salvaguardare il “bene comune” dall’avidità privata.

Documenti utili

Alcune definizioni ed esperienze di bilancio partecipativo

Patto eletto elettore

Il programma della settima Assemblea dell'ONU dei Popoli

Testo integrale della Carta delle Nazioni Unite

Bibliografia essenziale

Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi Editore, Torino 1991.

Immanuel Kant, Per la pace perpetua, 1975.

Intervista a Jurgen Habermas, Governare al di là dello Stato nazionale, 2005.

Antonio Papisca, L'ONU che vogliamo, 2003.

(Scheda realizzata con il contributo di Andrea Dalla Palma)

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Video

John Pilger. "La guerra alla democrazia" (1 di 10)