Violenza e migranti: oltre il confine del “noi” e “loro”

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Un momento della fiaccolata a Roma per le due vittime di Tor Pignattara Foto: leggo.it

Due rapinatori, probabilmente marocchini, uccidono a Roma un commerciante cinese e la sua bambina di pochi mesi. Giorni prima, in periferia, a Trento, una giovane prostituta colombiana viene assassinata a colpi di bottiglia da un “cliente-amante” italiano, un imbianchino normale, già sposato con due figli. A Firenze due senegalesi vengono uccisi da un estremista di destra italiano. Occorre specificare sempre la nazionalità? Per l’episodio di Roma dobbiamo tirare un sospiro di sollievo perché il delitto è avvenuto tra migranti stranieri e noi, italiani, non c’entriamo? Oppure è meglio buttarla in politica come ha fatto il sindaco Alemanno affermando che la pazienza della città è finita e che bisogna lasciar lavorare la polizia?

Ci sono stati cortei in tutta Italia, da Milano fino a Tor Pignattara, alla periferia di Roma teatro del delitto. Nella fiaccolata che ha percorso le strade della borgata romana, si sono sentite parole di denuncia ma anche di solidarietà: tuttavia sembra ancora prevalere, seppur in senso positivo, la logica delle comunità separate che rischiano di sfiorarsi ogni giorno per gli affari quotidiani, senza mai riuscire, se non nei momenti più drammatici, a incontrarsi e a interloquire per davvero.

Ancora una volta le parole più sagge le ha dette Napolitano: “Assicurare alla giustizia i criminali responsabili di questo orrendo crimine è qualcosa che dobbiamo a noi stessi. Questa visita vuole essere un gesto innanzitutto di vicinanza affettuosa a una madre distrutta dal dolore e nello stesso tempo un gesto di amicizia verso il popolo cinese e di solidarietà verso la comunità che opera pacificamente e costruttivamente in Italia”. Lo “dobbiamo a noi stessi”. Non è un’invocazione alla sicurezza condita con gli slogan ritriti della tolleranza zero, ma la consapevolezza che non c’è più un noi e un loro: stiamo parlando del nostro futuro condiviso, di una società nei fatti multietnica. Le tragedie dei migranti sono le nostre tragedie, le tasse dei migranti sono le nostre tasse, il loro lavoro il nostro lavoro. E i loro diritti? Sono meno dei nostri.

Eppure i migranti si sentono parte integrante del paese. Si può cogliere nelle parole della comunità cinese di Roma, espresse in un comunicato stampa il giorno dopo la strage: “L’imprenditore ucciso era un esempio di integrazione nella comunità della città, con una figlia che sarebbe cresciuta in Italia e avrebbe avuto amici e compagni di scuola italiani, ma non ha avuto il tempo di vedere tutto questo perché la sua vita è stata stroncata prematuramente. Se ancora le dinamiche di questo episodio sono ancora da chiarire, constatiamo con dolore che in altre occasioni questi crimini sono accompagnati da una violenza ingiustificata, figlia di un odio verso chi è percepito diverso. Come associazione ringraziamo tutti coloro che hanno manifestato la propria solidarietà e ci uniamo al cordoglio, che speriamo possano essere di conforto ai familiari delle vittime”.

Così a Trento ai funerali di Sara Marquez, la prostituta uccisa, si sono sentite parole di convivenza. Questa la testimonianza di Antonio Marchi, presente alla cerimonia: “La sorella di Sara ha parole di gratitudine verso tutti i presenti inclusi i trentini, non porta rancore per quello che è successo: “Sara era contenta di viverci, Trento per lei era la preferita”. Il suo è un breve monologo di grande intensità e umanità, di incredibile tolleranza. Senza mai nominare l’assassino di sua sorella parla della terra trentina accogliente e benevola, dei suoi abitanti buoni e laboriosi. Poi conclude con una poesia che a me sembra una preghiera che ha il suono mesto dei rintocchi delle campane della sera, della comprensione e della speranza per un mondo migliore”.

Storie accumunate da un clima di violenza che sta aumentando nel contesto della crisi economica e del peggioramento generale della vita dei cittadini. In casi come questi si dà sempre la colpa allo straniero che “ruba” il lavoro agli italiani. Non bisogna infatti ridurre questi episodi a violenza privata, a criminalità comune, a tragici episodi a cui la cronaca delle grandi città presto o tardi si abitua. Il clima di violenza ha radici economiche e identitarie. I dati reali però, se valutati attentamente, ci dicono altro.

Facciamo solo l’esempio del mondo del lavoro. Luca Ricolfi, in un editoriale su La Stampa del 9 gennaio ripreso dal sito nuoviitaliani.it, portava all’attenzione alcune cifre fornite dall’ISTAT, in merito all’occupazione degli italiani e degli stranieri: “Fra il 3˚ trimestre del 2008 e il 3˚ trimestre del 2009 il numero di occupati italiano è diminuito a un ritmo via via più rapido. A partire dalla fine del 2009, invece, il ritmo di caduta è progressivamente rallentato, fino all’inversione di tendenza segnalata dall’ultima indagine Istat: nel 3˚ trimestre del 2011, per la prima volta da 3 anni e mezzo, al consueto aumento dei posti di lavoro occupati dagli stranieri (+120 mila) si affianca un sia pur modesto aumento di posti di lavoro occupati dagli italiani (+39 mila). Per parte loro, gli stranieri nel corso del 2011, pur continuando a conquistare posti, hanno visto assottigliarsi progressivamente i loro incrementi occupazionali: 276 mila unità nel primo trimestre dell’anno (rispetto a un anno prima), 168 mila nel secondo, 120 mila nel terzo”.

Anche dal punto di vista del lavoro si conferma la constatazione che ormai italiani e migranti ancora stranieri nel nostro paese condividono sempre di più la sorte dell’Italia. Soffrono, lavorano, pagano le tasse, sono colpiti dalla crisi. Come noi, più di noi cittadini. Per questo dovrebbero avere i nostri stessi diritti.

Piergiorgio Cattani

 

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