Libertà di stampa

Stampa

La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire. (George Orwell)

Introduzione

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Così recita l’articolo 19 della Dichiarazione universale dei Diritti umani. A 60 anni dalla promulgazione di questi principi, questo diritto ancora oggi è però largamente disatteso. Linfa vitale di ogni democrazia e di ogni sviluppo socio-economico durevole, l’informazione libera è la prima minaccia per i regimi antidemocratici che sulla censura e sul controllo del consenso fondano la propria sopravvivenza.

Attacchi alla libertà di stampa e di espressione sono così all’ordine del giorno in ogni continente. Le nuove guerre per il diritto all’informazione non si dipanano più su un fronte, che divide due campi di battaglia, ma esplodono all’interno della società civile. Vittime predestinate di queste violazioni dei diritti umani sono giornalisti indipendenti, schiacciati dal processo di acquisizione della centralità dell’informazione da parte di poteri consolidati che non tollerano voci dissonanti. Minacce personali e alle famiglie, ferimenti, violenze, attentati, sequestri e omicidi, rendono sempre più pericoloso il lavoro giornalistico. Nonostante la globalizzazione e la vitalità di alcuni settori nella convergenza con le nuove tecnologie digitali ed elettroniche, c’è ancora molta strada da fare per superare steccati e contraddizioni che ostacolano la libera espressione e circolazione dell’informazione.

 

Fra democrazia e censura

Black out nel diritto alla libertà di stampa e di comunicazione si registrano in un insieme molto eterogeneo di stati, che non risparmia nessuna area geografica ed è privo di qualsiasi pregiudiziale ideologica. Il rapporto annuale 2008 di Reporter senza frontiere, organizzazione indipendente di difesa della libertà di stampa nel mondo, stila una classifica sullo stato della libertà di stampa nei vari paesi del mondo.

Oltre al riconoscimento dell’imperterrita violazione del diritto di stampa in alcuni dei regimi più autoritari e repressivi del mondo – come il “trio” di Turkmenistan (171°), Nord Corea (172°) ed Eritrea (173°) – il report mette in evidenza anche la virtuosità europea. A eccezione di Nuova Zelanda e Canada, le prime 20 posizioni sono occupate da paesi dell’Unione Europea: guidate da Islanda, Lussemburgo e Norvegia. Punteggi significativi sono anche quelli raggiunti dai paesi dell’America Latina e dei Caraibi: Jamaica e Costa Rica, alle spalle dell’Ungaria (23°). Solo poche posizioni più in basso si trovano il Suriname e Trinidad e Tobago, che superano Francia (35°), Spagna (36°) e Italia (44°). I primi 20 classificati sono accomunati da un sistema parlamentare democratico e dall’assenza di guerre in corso. Non è questo il caso di Stati Uniti e Israele, in posizione molto distaccata. I paesi flagellati da violenti conflitti – come Iraq (158°), Pakistan (152°), Afghanistan (156°), Somalia (153°) e i territori palestinesi, specialmente la Striscia di Gaza (163°) - continuano a essere zone ad alto rischio per la stampa, luoghi in cui giornalisti sono quotidianamente bersagli di omicidi, rapimenti, arresti arbitrari e minacce di morte. Mantengono alto il livello di rischio le grandi dittature, come la Cina (167°), Iran (166°), Uzbekistan (162°) Zimbabwe (151°) e Burma (170°).

 

Giornalisti in prima linea

Un importante prospettiva di valutazione del bavaglio alla libertà di stampa è offerta dal numero di violazioni ai danni dei giornalisti nel 2008. Preoccupano ancora, secondo Reporter senza frontiere, i casi di omicidio, sebbene il numero si sia abbassato (del 22% da 86 nel 2007 a 60 nel 2008) e si concentrino in “aree calde” martoriate da guerre, violenza politica e criminale o terrorismo. Le zone di massima allerta per la stampa restano l’Asia e il Medio Oriente. Dopo l’Iraq (con 15 giornalisti uccisi), i due paesi con il maggior numero di caduti sono Pakistan (7) e Filippine (6). La scia di sangue prosegue in Messico (4), mentre la diminuzione di casi mortali in Africa (da 12 nel 2007 a 3 nel 2008) viene motivata dall’abbandono del lavoro e l’esilio di numerosi giornalisti e la chiusura di organi di stampa nelle aree di guerra.

Nonostante una diminuzione del 24% degli arresti, continuano perquisizioni di redazioni e abitazioni di giornalisti. Il numero di arresti è particolarmente alto in Africa, dove è quasi routine. In Iraq (31 arresti), il controllo americano sullo stato della sicurezza ha avuto ripercussioni molto forti sul lavoro dei giornalisti, inclusi quanti lavoravano per testate straniere. Allo stesso modo in Cina i giochi olimpici, che si sperava fossero volano della tutela dei diritti umani, sono stati causa di arresto di 38 reporter nel 2008. La pratica del rapimento resta ancora molto frequente in Afghanistan (7 giornalisti e assistenti tecnici rapiti), Somalia (5), Messico (5) e Iraq (4). Infine si registra una diminuzione dell’uso della censura (un terzo di casi in meno rispetto al 2007) che continua a essere routine in molti paesi: Sudan, Guinea, Somalia, Iran, Egitto, Siria, Russia, Belarus, Turchia, Burma, Cina, Pakistan, Malaysia, Bolivia, Brasile, Messico e Venezuela. “I numeri sono più bassi rispetto all’anno precedente, ma questo non può mascherare il fatto che intimidazione e censura si sono diffuse, anche in occidente, e la maggior parte dei paesi autoritari hanno inasprito la pressione sulla libertà di stampa – ammonisce il rapporto -. Il triste spettacolo di un giornalista in manette è una ricorrenza quasi quotidiana in tutti i continenti”.

 

Internet, nuovo fronte di lotta

Salutato come oasi di libertà di informazione, anche Internet è presto caduto a tutti gli effetti nelle maglie della censura. Dopo una prima illusione di libertà che ne ha fatto la patria di espressione di giornalisti censurati sui media tradizionali e cyberdissidenti non professionisti si è compreso che la Rete può diventare strumento di un più sofisticato controllo. Utenti arrestati, internet point chiusi, chat room controllate, blog cancellati, siti bloccati, notizie estere censurate, motori di ricerca sottoposti a filtri. Il controllo della Rete è un fenomeno all’ordine del giorno da parte di regimi autoritari, che di anno in anno acquisiscono nuovi strumenti di censura e diversificano le strategie. Reporter senza Frontiere denucia casi di censura online in 37 paesi: in questo quadro che spazia da Cuba all’Iran, dalle Maldive al Vietnam, dalla Corea del Nord alla Tunisia, dalla Thailandia alla Turchia, si distinguono in particolare la Cina (con 93 website censurati), Siria (162) e Iran (38). La repressione si abbatte anche su siti di condivisione di video come OneWorld TV, YouTube e Dailymotion, bersagli della censura governativa perché accusati di ospitare contentuti “offensivi”. Una reazione altrettanto forte si è registrata nei confronti dei social network, come Twitter (in Siria) o Facebook (in Siria, Tunisia e Emirati arabi).

Parallelamente cresce il numero di bloggers arrestati. Per la prima volta nel 2008 i giornalisti on line hanno superato i colleghi della carta stampata e altri media, come riporta l’annuale studio dell’organizzazione no profit Committee to Protect Journalists. Su 125 giornalisti in prigione nel 2008 in 29 diversi stati del mondo, ben 56 lavoravano su testate online o alla redazione di blog personali. A questi “metodi reattivi” si aggiungono poi “metodi proattivi”, utilizzati nei paesi democratici in cui si cerca di favorire lo sviluppo della Rete, come spiega GianMarco Schiesaro ne La Sindrome del computer arruginito, “avendo però cura di incanalarlo in direzione di un maggiore controllo e dominio da parte delle istituzioni. Strategie di leggi e proposte di regolamentazione che, con il pretesto contro il crimine, consentono l’uso di software di filtraggio… oppure che mettono in crisi il diritto alla privacy delle proprie comunicazioni”.

 

I mille volti della censura

L’escalation della censura on line va di pari passo con una rinnovata pressione sui media tradizionali, anche nelle principali democrazie occidentali. Le leggi antiterrorismo e “post 11 settembre” hanno avuto effetti molto significativi in questo senso su mezzi di informazione. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Louise Arbour, ha fatto riferimento a questa forma di censura nella Giornata mondiale per la libertà di stampa: “È triste che molti governi persistano nel minare la libertà della stampa di riportare fatti e opinioni e, di conseguenza, il diritto delle persone di essere informati in merito a eventi e politiche che stanno plasmando il nostro mondo. I governi stanno tacitando più informazioni e offrendo propaganda travestita come dati oggettivi, specialmente quando si parla di questioni legate alla sicurezza”.

Le minacce alla libertà di stampa provengono anche dall’interno del complesso mondo dell’informazione e degli informatori. Non sono rari i casi in cui il giornalismo, per paura di ritorsioni, si fa silente e chino alle richieste di poteri forti, perdendo il senso della sua stessa esistenza con grave danno per la società civile. Oltre all’autocensura, un altro rischio nasce dalla sudditanza al mercato, come ha denunciato Luis A. Badilla Morales, giornalista cileno esiliato, da anni in Italia: “Un pericolo per la libertà di stampa viene dall’omologazione culturale che la globalizzazione tende a imporre. Tale omologazione vorrebbe ridurre a «merce» ogni informazione o notizia. La «notizia» non più come «contenuto» che punta verso la coscienza dell’individuo, bensì come un «qualcosa» che si vende come le patate, i detersivi, le macchine o i profumi”. Spesso in questa mercificazione dell’informazione viene a mancare la libertà di stampa e si assiste quindi a un livellamento verso il basso dell’informazione, trasformata in sensazionalismo vuoto e acritico, ma di grande effetto commerciale.

 

Il percorso internazionale della libertà di stampa

Già introdotta nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nel 1948, la libertà dell’informazione è riconosciuta come diritto fondamentale anche nel Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, entrato in vigore nel 1976, e nella Convenzione europea sui diritti umani. Il 3 maggio del 1991, alcuni giornalisti africani, riunitisi nella capitale della Namibia per un seminario sulla promozione di media liberi e pluralisti, elaborarono la dichiarazione di Windhoek, in difesa del diritto di esprimere liberamente le opinioni e avere accesso a fonti di informazioni indipendenti. Da allora la stampa è divenuta più indipendente e pluralista in molti paesi, come mostrano i rapporti annuali redatti dall’associazione non governativa Freedom House dal 1984 a oggi (versione animata in flash). Il fattore più significativo nella recente espansione del diritti di libertà di stampa è stata l’onda di democratizzazione degli anni ’80 e ’90, che ha toccato l’America Latina e, successivamente, l’Unione Sovietica e i suoi stati satelliti. Questi risultati purtroppo negli ultimi anni hanno conosciuto un ridimensionamento, testimoniato dai numerosi casi di repressione che macchiano l’America Latina e lo stillicidio di omicidi e misteriosi incidenti in cui continuano a perdere la vita giornalisti invisi al regime di Mosca. Anche in Africa e in Asia complessivamente sono aumentati gli stati passati dalla condizione di “non liberi” a “parzialmente liberi”.

Nonostante alcuni miglioramenti, resta invece ancora stagnante la situazione in gran parte nel mondo arabo. Il rafforzamento della libertà di stampa ha contribuito all’instaurazione e al consolidamento della democrazia in numerosi paesi, come riconosciuto dal segretario generale Onu, Ban Ki Moon, nel suo intervento alla Giornata mondiale della Libertà della Stampa, il 3 maggio 2008: “Quando l'informazione circola liberamente, le persone sono in grado di prendere autonomamente le proprie decisioni. Quando ostacolata, per motivi politici o per ragioni tecnologiche, la nostra capacità d'azione viene limitata". E ancora: “Una stampa libera, indipendente e al riparo dal pericolo è in sé uno dei fondamenti della democrazia e della pace”. Dall’Unesco gli ha fatto eco lo stesso giorno, il direttore generale Koichiro Matsuura, sottolineando che una cittadinanza ben informata sia essenziale per combattere la corruzione e per sradicare la povertà.

Per sostenere questa lotta per lo sviluppo, le Nazioni Unite si sono impegnate nella risoluzione 1738 approvata dal Consiglio di Sicurezza nel dicembre 2006 in favore della protezione dei giornalisti nelle aeree di crisi. Una richiesta ribadita nel 2007, all’incontro Unesco in cui ha visto la luce la Dichiarazione di Medellin, per migliorare la sicurezza dei giornalisti e punire i crimini contro di loro. Una necessità che chiama in causa tutti, come ricorda Reporter senza Frontiere: “I regimi più repressivi possono facilmente disporre della libertà di espressione e dei suoi sostenitori. Le organizzazioni non governative sono messe al bando o cacciate fuori proprio da quei Paesi in cui ce ne sarebbe più bisogno. Le principali istituzioni internazionali possono protestare, minacciare sanzioni, denunciare la situazione ai più alti livelli, senza ottenere alcun risultato”. Non sono senza colpa gli Stati occidentali, che condannano la mancanza di libertà in paesi in via di sviluppo, ma, in nome di interessi economici, non mostrano altrettanta determinazione con paesi critici come la Russia o la Cina.

Un’altra questione oggetto di dibattito presso le sedi internazionali è la libertà della Rete. Un discorso maturato negli incontri internazionali degli ultimi anni, come i World Summit on the Information Society e i Forum sulla governance di Internet, sostenuto dalle denunce di diverse organizzazioni non governative, come Amnesty International. Libertà antiche e nuove sono messe in discussione da numerose minacce accentuatesi grazie alle nuove tecnologie. Per questo il tema dei diritti e di standard comuni per prevenire violazioni on line con regole "costituzionali", di garanzia della libertà, sta interessando diversi soggetti: movimenti civili, Parlamento europeo, Congresso americano e Nazioni Unite.

 

In Italia

La libertà di parola e di stampa sono garantite costituzionalmente in Italia dall’ articolo 21 della Costituzione in cui si dichiara “il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e la libertà della stampa ”non soggetta ad autorizzazioni o censure”. Eppure il mondo dell’informazione italiana, da anni al centro di profonde trasformazioni, è influenzato dalla presenza di forti potentati consolidati da intrecci politici ed economici.

La mancanza di indipendenza dei media è venuta alla ribalta a livello internazionale nella classifica delle libertà di stampa redatta dall’organizzazione non governativa Freedom House. Slittata dal 53° posto al 74° nel 2003, l’anno successivo l’Italia (77°) è entrata nel gruppo dei paesi “parzialmente liberi”, unica anomalia dell'Europa occidentale. Alla radice del declassamento, il flagrante conflitto di interessi e la concentrazione di proprietà dei media creato dalla presidenza del Consiglio di Silvio Berlusconi che, attraverso proprietà familiari e potere politico sui network televisivi di stato, controlla il 90% dell’informazione. Ad aggravare la situazione anche la legge Gasparri del 2004, pesantemente criticata a livello internazionale come “un pericolo per l’indipendenza della televisione pubblica e una minaccia al pluralismo dell’informazione”, a dispetto di ogni regola antitrust.

Secondo la classifica Freedom House l’Italia è rientrata nei paesi definiti “liberi” nel 2007 e nel 2008. Passata alla camera dei deputati nel 2007, ha offerto ragione di preoccupazione anche la legge sulle intercettazioni telefoniche, all'esame della commissione Giustizia della Camera nel gennaio 2009. La legge che regola l’impiego delle intercettazioni telefoniche, includeva sanzioni severe (arresto o ammende pecuniarie) per i giornalisti e gli editori che pubblicano atti processuali coperti dal segreto. Un provvedimento “sospetto” di censura preventiva alla stampa, contro cui editori e giornalisti si sono schierati compatti. Oltre alle misure parlamentari, la libertà di informazione in Italia viene soffocata anche da poteri forti criminali, come testimoniano le intimidazione della testata antimafia Casablanca, e le vicende del giornalista palermitano Lirio Abbate e dello scrittore Roberto Saviano.

 

Dati e tabelle

Press Freedom Map 2008 ( in .pdf) - fonte Freedom House

Press Freedom Map 1984-2007, versione animata in flash - fonte Freedom House

Giornalisti in pericolo nel mondo nel 2008

Zone Uccisi Arrestati Attaccati fisicamente o minacciati Media censurati Rapiti
Africa 3 263 117 41 9
Asia/Pacific 26 60 106 70 0
Americas 7 127 414 72 16
Europe/Ex-USSR 8 86 168 79 0
Maghreb/Mid-East 16 137 124 91 4
Total 60 673 929 353 29

Reporters Without Borders calcola i casi in cui può essere stabilito un chiaro o probabile legame fra la violazione e il lavoro del giornalista. I dati coprono le violazioni di cui l’associazione è a conoscenza, non quelle che le vittime decidono di non denunciare in genere per ragioni di sicurezza.

 

BIBLIOGRAFIA

De Sola Pool I.,Tecnologie di libertà. Informazione e democrazia nell'era elettronica, Collana Mediamorfosi, Utet, 1995

Zeno-Zencovich V., La libertà di espressione. Media, mercato, potere nella società dell’informazione, il Mulino Contemporanea, 2004

Reporter senza frontiere, Manuale per blogger e cyberdissidenti, scaricabile in inglese, francese, cinese, arabo e persiano, al sito

Zelizer, Barbie, Allan, Stuart, Journalism After September 11, Routledge, London-New York, 2002

 

Documenti utili

Dichiarazione di Medellin

Rapporto 2008 sullo stato della libertà di stampa nel mondo, Reporter senza Frontiere

Lista dei Predatori della libertà di stampa, Reporter senza frontiere (in .pdf)

Freedom of Expression, Free Flow of Information, Freedom of Media

CSCE/OSCE Main Provisions 1975-2007, 26 March 2008

Dossier sulla repressione della libertà di stampa e censura su Internet in Cina curato da Information Safety Freedom

(Scheda realizzata con il contributo di Francesca Naboni)

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