
www.unimondo.org/Guide/Informazione-e-Cultura/Istruzione/L-Universita-I-care-125141
L’Università? I care
Istruzione
Stampa
Università di Trento - Foto: Cistodentro
L'Università mi sta a cuore. Come la scuola e la ricerca scientifica. Per questa ragione, ho letto e riletto il testo della Riforma dell'Università approvata martedì alla Camera dei Deputati. E, assieme, ho cercato di capire il significato delle proteste scatenate in tante città italiane da parte di molti studenti. Ho cercato di capire, libero da qualsiasi pregiudizio, ma non sono riuscito affatto a collegare le due cose: la Riforma e le proteste. Ed infatti, le due cose sono in larghissima parte indipendenti l'una dall'altra.
La Riforma di cui si parla è un primo, timido, anche contraddittorio tentativo di invertire la rotta di un sistema accademico pesantemente condizionato da autoreferenzialità, corporativismo, scarsa attitudine al dinamismo e alla competizione. Una volta, gli studenti scendevano in piazza "per" e non "contro" i cambiamenti. Oggi, mentre sfilano lanciando esigenti parole d'ordine che denunciano un "futuro scippato", finiscono di fatto per difendere un desolante "status quo", desolante soprattutto per loro e, appunto, per il futuro loro e dei loro fratelli minori.
C'è una terribile confusione sulla tolda della nave "Italia" che sta lentamente affondando e nessuno sa quali squarci si apriranno nello scafo nell'immediato prossimo futuro. Una confusione che non risparmia il centro-sinistra, salito sui tetti contro una Riforma che parte da tesi innovative proposte in passato da molti suoi autorevoli esponenti. Ma su questo sorvolo per carità di schieramento.
Pur nel tempo delle grida e degli slogan mi interessa, piuttosto, tentare qualche "ragionamento". Questa Riforma dell'Università, in origine, era uno dei pochi atti "riformisti" di un Governo invero piuttosto restio ad operare innovazioni vere, non di pura immagine. Anziché bocciarla per ciò che dice, era meglio criticarla per ciò che "non dice" o dice troppo sommessamente, come nel caso delle risorse finanziarie, questione da porre con forza, pur nella coscienza del drammatico momento della finanza pubblica e nella consapevolezza che mettere semplicemente soldi dentro un sistema, senza migliorarne efficienza ed efficacia, non è opera di per sè virtuosa e lungimirante.
A tutti sono evidenti, accanto ai pregi, anche i limiti del sistema accademico nazionale. Basta valutare il rapporto tra costi e risultati oppure considerare la collocazione dei nostri atenei nelle classifiche internazionali. A tutti è chiaro che sono ormai ineludibili questioni come la governance; il reclutamento ed il riconoscimento del merito; il rapporto fra la libertà di insegnamento e di ricerca da un lato e, dall'altro, la responsabilità nell'uso delle risorse finanziarie ed umane che la collettività mette a disposizione delle Università, allo scopo che esse concorrano al suo sviluppo.
Su questi terreni la Riforma tenta alcune prime risposte. Troppo timide e con pochi strumenti. Va contestata per questo, non per la direzione di marcia. Quella è giusta, solo che il sistema italiano - anche dopo questa legge - la percorrerà con incertezze, vincoli, contraddizioni e con tempi non compatibili con il cambiamento rapido e radicale del mondo.
Contro questa Riforma si sta esprimendo una forte e vasta protesta. Per mia formazione, nonostante qualche battuta che mi è sfuggita durante le contestazioni alla inaugurazione dell'Anno Accademico a Trento possa far ritenere il contrario, non sottovaluto mai i movimenti dei giovani e non rinuncio mai a tentare di capire che cosa sta dietro alle proteste, agli slogan, alle espressioni usate. So che i giovani, quando non recitano un copione, dicono delle cose importanti. In ogni caso, abitano già territori a noi ancora sconosciuti. Dunque, non possiamo far finta di niente.
Tuttavia, se non vogliamo solo "strumentalizzare" o, peggio, diventare "cattivi maestri", dobbiamo cercare di capire bene, con rispetto ma anche con rigore e dobbiamo dire parole di verità (con la "v" minuscola, ovviamente), anche a costo di incrociare qualche impopolarità momentanea. La Riforma Gelmini, con queste proteste, c'entra come i cavoli a merenda. La protesta è originata da ben più profonde tensioni ed è radicata su ben più strutturali inquietudini. In questo senso, Governo e studenti in piazza non si possono capire perché sono su due piani diversi.
Il Ministro parla di efficienza, di regole nuove per gli Atenei, di trasparenza nell'organizzazione delle risorse. I ragazzi in piazza esprimono incertezze intime e profonde, temono (e ne hanno ben motivo) che il loro futuro sia carico di precarietà e di insicurezza. Avvertono che siamo in un ciclo storico nuovo, nel quale la competizione sarà più spietata. Fiutano che le protezioni che hanno garantito le generazioni passate, quanto meno dal dopo guerra in qua, sono affidate ad equilibri finanziari sempre più instabili e si confrontano con dinamiche sociali e demografiche sempre meno rassicuranti.
C'è qualcuno che si assume la responsabilità di parlare con sincerità e verità a questi ragazzi? Lo fanno gli "sciamani del populismo", che vanno per la maggiore, col loro mix un po' cinico di sogni e sondaggi?
Qualcuno ha scritto in questi giorni: c'è qualcosa tra il Palazzo e la Piazza? Appunto; cosa c'è tra un Palazzo in decadenza che balbetta riforme senza metterci le risorse che servono e una Piazza che grida la propria rabbia perché avverte il rischio della solitudine e dell'incertezza?
Dove sono gli "educatori"? Sui tetti a protestare? Dov'è la società civile? Dov'è la "politica" intesa anche come pedagogia collettiva? Quella politica capace di prendere per mano i cittadini, in particolare i giovani, e di condurli, con parole sincere, oltre le paure e le inquietudini, su una strada che è tutta in salita, ma che è l'unica possibile?
Lorenzo Dellai, presidente della Provincia autonoma di Trento






