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I produttori di commercio equo ricevono la giusta mercede. Punto
Educazione allo sviluppo
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Foto: Altreconomia.it
Si parla molto, in questi ultimi tempi, di commercio equo e solidale. Se ne parla a proposito di “incursioni” da parte delle grandi multinazionali, se ne parla per invocare una più equa distribuzione della ricchezza, se ne parla come risposta alla crisi che stiamo vivendo. Ma i valori che regolano e fondano il commercio equo e solidale non sono forse immediatamente percepiti da chi non vive quotidianamente i principi di questo Movimento.
Fare in modo che un’economia socialmente giusta sia preferibile a un’altra in cui solo pochi grandi attori si avvantaggiano a discapito dei più deboli è lo scopo che il fair trade, il commercio equo e solidale, si è dato fin dalla sua nascita, più di cinquant’anni fa.
Coloro che hanno aderito a questo progetto hanno orientato le loro scelte di responsabilità e sostenibilità grazie alla costituzione di una rete di oltre 450 organizzazioni in 75 paesi oggi riunite all'interno dell’organizzazione mondiale del commercio equo (WFTO). In Italia, l’organizzazione di riferimento è AGICES (Associazione Generale Italiana Commercio Equo e Solidale), di cui fa parte Altromercato, la rete italiana che consorzia più di 300 Botteghe.
Queste organizzazioni si impegnano ogni giorno nella costruzione di relazioni continuative con i produttori: rafforzano la loro capacità produttiva, eliminano mediazioni inutili e sostengono progetti di sviluppo sociale locale. Inoltre, e questo è forse l’aspetto più cruciale della loro attività, le organizzazioni di commercio equo si impegnano a riconoscere ai produttori un “giusto” prezzo, negoziato insieme, che assicuri di coprire i costi e ricavare un guadagno. Un prezzo che permetta di essere competitivi sul mercato e al tempo stesso trasparenti nei confronti dei consumatori. Un prezzo, soprattutto, che non costringa i produttori a sfruttare la manodopera, che non incentivi il lavoro sommerso, che rispetti chi lavora.
Queste attività non riguardano solo il Sud del Mondo: coinvolgono anche belle realtà italiane, nate da chi ha messo la dignità delle persone al centro delle proprie azioni, nate dalla cooperazione, da terre liberate, dalla tutela di produttori e tradizioni locali. Un impegno che ci riguarda tutti e che Altromercato ha tradotto nel marchio Solidale Italiano.
Dopo le organizzazioni che operano nel commercio equo sono nati gli enti di certificazione dei prodotti equo solidali, come FLO e le varie affiliate nazionali. Gli enti propongono un marchio di garanzia alle imprese – piccole, medie, grandi, multinazionali – e in questo modo hanno contribuito ad allargare il mercato. A differenza della certificazione di un prodotto biologico (verificabile con prove di laboratorio e normata per legge) gli standard sociali non sono semplici da gestire, in quanto soggetti a valutazioni geografiche, politiche e culturali e la mancanza di quadro legislativo di riferimento per il rilascio della certificazione contribuisce ad innescare dinamiche conflittuali. Le organizzazioni interne al sistema esigono criteri selettivi e verifiche accurate, mentre le imprese che intendono entrare nel mercato fair attraverso prodotti a marchio spingono sugli enti di certificazione affinché i criteri da rispettare siano meno rigidi di quelli originari.
Questi conflitti tendono a disorientare i consumatori e non giovano a mantenere la rotta sui principi fondanti: oggi il commercio equo e solidale è un modello di autosviluppo riconosciuto dal mondo accademico e dalle istituzioni politiche, a partire dalla Commissione Europea, grazie al lavoro capillare svolto negli anni dalle organizzazioni ed è su questo impegno che le dinamiche del commercio stesso devono restare ancorate.
In Italia un prodotto può essere dichiarato equo solo se la sua componente fair supera il 50%, in valore o in peso. Altrettanto, nella rete dei negozi specializzati - le Botteghe del Mondo - sussiste un ulteriore requisito qualificante che obbliga l’esercizio a commercializzare almeno il 60% di articoli fair trade, configurandolo come una pratica originale ed innovativa di economia responsabile.
I numeri reali, scritti nei rendiconti economici e nei bilanci sociali, non mentono: l'impegno e la costanza che le organizzazioni, gli enti di certificazione e le aziende mettono al servizio della buona pratica del commercio equo e solidale sono accessibili a chiunque voglia informarsi.
Nel nostro paese il commercio equo ha enormi potenzialità di crescita attraverso una proposta fatta con convinzione e coerenza, per rispondere alle esigenze di consumatori sempre più attenti, sempre più inclini a dare un segno tangibile delle loro convinzioni anche attraverso il consumo, sempre meno disposti a subire le imposizioni del mercato, sempre più desiderosi di adottare modelli di consumo responsabile.
Il Presidente di CTM Altromercato
Guido Vittorio Leoni






