Testimoni di guerre e di ingiustizie: giornalisti nel mirino

Stampa

Fare informazione in guerra – Foto: dimplevjkumar.wordpress.com

È dal 9 aprile scorso che si sono perse le tracce del giornalista della Stampa, Domenico Quirico. Era entrato illegalmente in territorio siriano per seguire e raccontare, attraverso il suo giornale, i sanguinosi scontri fra le truppe del presidente Bashar al Assad e le forze ribelli. Le ricerche coordinate dall’unità di crisi della Farnesina non hanno portato, per ora, a nessun risultato e le speranze sulla sua sorte rimangono appese a un filo col passare dei giorni, nonostante appelli, cartelloni e petizioni.

Anche lui, come tutti i reporter che si recano in zone di conflitto, conosceva senz’altro la pericolosità della missione. Ma il dovere di raccontare, di testimoniare con i propri occhi, quello che succede nelle parti del mondo più turbolente è spesso più forte di qualsiasi paura. “Sto andando lì per raccontare, non per morire” ha detto a se stesso il grande inviato Robert Fisk prima di recarsi, anche lui, in Siria. Aggiungendo che il giornalista che va a lavorare in un luogo del genere non pensa alla morte, anche se, in realtà sa bene che non è così semplice. E che il rischio, inutile dirlo, è altissimo.

Proprio la guerra in Siria ha fatto aumentare bruscamente il numero dei giornalisti uccisi nel 2012, portandoli a 70, rispetto ai 46 dell’anno precedente. Certo, hanno contribuito anche il numero record di sparatorie in Somalia, il proseguimento della violenza in Pakistan, e un preoccupante aumento di omicidi in Brasile, a conferma di una tendenza in pericolosa escalation. I numeri, che certo possono varare a seconda di chi stila lo studio, in questo caso fanno riferimento al report annuale del Comitato di protezione dei Giornalisti (Commettee to Protect Journalists o CPJ), che per tenere questo triste conteggio si basa su criteri ben precisi, distinguendo i casi propriamente legati allo svolgimento del proprio lavoro di reporter, dai decessi meno chiari, che non rientrano nell’elenco e restano in attesa di ulteriori verifiche.

Scopriamo così che la Siria nel 2012 è stata di gran lunga il paese più letale, con 28 giornalisti uccisi durante gli scontri e i bombardamenti, o per omicidi mirati da parte delle forze governative e di opposizione. Paul Wood, corrispondente della BBC per il Medio Oriente che ha coperto l’Iraq e numerose altre guerre, ha detto che il conflitto siriano è “il più difficile” che si sia trovato ad affrontare. Il governo di Assad ha cercato di interrompere il flusso di informazioni bloccando l’ingresso ai giornalisti stranieri, costringendo Wood e molti altri reporter internazionali (compreso Quirico) a viaggiare clandestinamente. “Ci siamo nascosti sui camion di verdure – racconta al CPJ – siamo stati braccati dalla polizia siriana, cose che succedono quando si tenta di lavorare di nascosto”. Questo ha portato molti cittadini siriani a munirsi di block notes e videocamera (il cosiddetto fenomeno del citizen journalism) per documentare loro stessi il conflitto, e almeno 13 di loro hanno pagato il prezzo più alto. Tra questi, Anas al-Tarsha, di soli 17 anni. Ecco perchè Wood descrive la guerra in Siria come “la prima guerra di YouTube”. “C’è un tizio con una mitragliatrice – racconta – e subito due ragazzi accanto a lui con i telefoni cellulari a riprendere”.

Se dunque gli inviati stranieri hanno i loro rischi specifici (soprattutto rapimenti e blocchi alle frontiere), sono comunque soprattutto i locali a finire nel fuoco incrociato, a seconda che vengano etichettati come appartenenti a una fazione o all’altra. E infatti, a livello mondiale sarebbero loro la stragrande maggioranza delle vittime (il 94 per cento secondo il CPJ), mentre i giornalisti internazionali uccisi nel 2012 sono quattro, tutti in Siria: l’americana Marie Colvin, che scriveva per il britannico Sunday Times, il fotografo freelance francese Rémi Ochlik; il giornalista di France 2, Gilles Jacquier, e la giornalista di Japan Press, Mika Yamamoto.

Per quanto riguarda i locali, l’omicidio mirato ha rappresentato ad esempio tutte le 12 morti in Somalia nel 2012, l’anno più letale mai registrato in un paese che ha una lunga storia di assassinii nel mondo dei media. A questo si aggiunge il clima di corruzione e impunità imperante che ha fatto sì che non un solo omicidio di giornalista sia stato perseguito in Somalia negli ultimi dieci anni. E infatti, il pericolo per i giornalisti non si nasconde solo nelle guerre ma anche nella debolezza delle istituzioni, dove non si riesce a far rispettare la legge e le città sono spesso in mano a bande di criminali più o meno potenti (Brasile e Messico sono gli esempi più lampanti, ma anche l’Italia ha i suoi giornalisti tutt’oggi attaccati o minacciati da mafia e criminalità). “Nelle piccole città, sono presi di mira soprattutto i blogger e i giornalisti di provincia che denunciano scandali e corruzione” commenta Gabriel Elizondo, corrispondente di Al-Jazeera a San Paolo. E non bisogna dimenticare, infine, coloro che lavorano all’interno di regimi dispotici, a partire dalla Russia di Putin.

Proprio l’uccisione di Anna Politkovskaya nel 2006 ha portato Evgeny Lebedev, l’editore del quotidiano britannico The Independent, ad aprire quest’anno una nuova sezione tutta dedicata a quei giornalisti che ogni giorno rischiano la vita per raccontare al mondo le sofferenze umane e le ingiustizie, in occasione della giornata mondiale per la libertà di stampa. Si chiama “Voices in Danger“ e, in collaborazione con la sezione inglese di Reporter senza frontiere, si occupa di divulgare casi di studio, interviste ai protagonisti dove possibile, e alcuni tra gli articoli più significativi dei giornalisti minacciati. Conscio che “i giornalisti vogliono raccontare le storie delle altre persone, non essere la storia”, ma anche della necessità di mettere in luce i loro sforzi tesi a portare alla luce fatti ed eventi scomodi, che altrimenti resterebbero nascosti. Anche a costo della vita.

Anna Toro

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