Israele censura le organizzazioni umanitarie scomode al governo

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Gerusalemme: manifestazione di ong contro la censura - Foto: M. Perathoner

Ben Gurion, gennaio 2011. Molte delle migliaia di persone che quotidianamente transitano per il principale aeroporto israeliano molto probabilmente non se ne saranno neppure accorte. Ma a segnalare la questione ci hanno pensato i diretti interessati, portando la notizia anche sulle pagine dei principali quotidiani nazionali, tra cui Haaretz. Usufruendo della connessione wireless offerta gratuitamente a tutti i viaggiatori dell’aeroporto israeliano di Tel Aviv, da diverse settimane ormai si nota, infatti, un’anomalia: certe pagine vengono bloccate dal provider.

Il comune denominatore dei siti filtrati? Si tratta delle pagine web delle principali organizzazioni israeliane di sinistra che documentano e forniscono informazioni su quanto accade nei Territori occupati. Tra le ong punite dal nuovo sistema di quella che, secondo gli interessati, sembrerebbe essere una censura preventiva in piena regola, spiccano i nomi di Breaking the silence, Machsom Watch, Peace Now, e Taayush.

Ma in mezzo agli illustri esclusi si trova anche l’organizzazione internazionale Human Rights Watch. La motivazione che appare agli utenti nella schermata è identica per tutte le pagine in questione: si tratterebbe di organizzazioni che agiscono come gruppi di pressione, occupandosi di attivismo insomma. In altre parole, sono siti appartenenti a organizzazioni politiche e vengono pertanto classificati come “pericolosi”, fatto duramente criticato da Yariv Oppenheimer, segretario generale di Peace Now, una delle associazioni colpite: “E’ deplorevole che persone che lasciano Israele debbano avere l’impressione di lasciare la Cina o la Corea del Nord”. Come dichiarato da Oppenheimer, solo Stati arretrati bloccherebbero siti internet che esprimono opinioni politiche.

Ma il filtro aeroportuale recentemente imposto rappresenta solo una delle iniziative che, negli ultimi mesi, hanno travolto la società civile israeliana suscitando preoccupazione e proteste da parte delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani presenti nel Paese.

Oltre alle tre le proposte di legge rivolte alla limitazione delle azioni delle organizzazioni di sinistra presentate alla Knesset nella seconda parte del 2010, la richiesta di istituzione di una commissione di indagine parlamentare per esaminare i finanziamenti internazionali destinati alle organizzazioni israeliane che “aiutano la delegittimazione di Israele danneggiando i soldati IDF”, proposta dalla parlamentare Faina Kirschenbaum (del partito Israel Beiteinu) e approvata in prima lettura con 41 voti favorevoli e 16 contrari, ha suscitato le dure reazioni delle ong locali. La proposta dovrà superare altre due votazioni, ma c’è già chi, tra le associazioni che ne verrebbero direttamente colpite, grida al maccartismo.

Come riportato dal quotidiano Ynet e dalle principali organizzazioni, Hagai El-Ad, capo dell’Association for Civil Rights in Israel, avrebbe infatti paragonato, a nome di altre 16 associazioni, l’azione parlamentare in corso in Israle alle investigazioni statunitensi degli anni 50 nei confronti del senatore McCarthy.

L’organizzazione B’tselem, invece, si è dichiarata “orgogliosa del lavoro per la promozione dei diritti umani nei Territori Occupati, svolto legalmente e in piena trasparenza”. Secondo i portavoce dell’organizzazione, la critica al Governo in una democrazia non solo sarebbe legittima, bensì essenziale e le azioni intraprese negli ultimi mesi sarebbero solamente un tentativo di delegittimare le azioni promosse dalle associazioni in questione.

Commenti di questo tipo non giungono solo dalla società civile. “Le indagini su organizzazioni, di sinistra o di destra che siano” - ha dichiarato infatti il presidente israeliano Shimon Peres in un’intervista rilasciata al quotidiano Haaretz, “devono essere lasciate alle autorità legalmente preposte a questo compito”. Peres, affermando che l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sarebbe superflua e colpirebbe la democrazia israeliana, ha anche citato Ben Gurion. Ricordando, con le parole del primo premier israeliano, che i politici non devono essere giudici e i giudici non devono essere politici.

Michela Perathoner
(Inviata di Unimondo)

 

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