Peace research

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“La Peace Research è quello sforzo intellettuale che attraversando diversi campi del conoscere tende all’azione della pace”. (da www.peacebuilding.it)

 

Introduzione

Possiamo definire la Peace Research non come una nuova scienza ma come lo sforzo intellettuale che, attraversando diversi campi del conoscere, tende all’azione della pace. Non ci sarebbe stata Peace Research se non ci fosse stata questa tensione al fare, al suggerire soluzioni, al cambiamento concreto della realtà “qui e subito”. Ecco perché come fa notare Nanni Salio, un ricercatore di Torino ancora oggi molto attivo su questi temi, nel suo articolo “La ricerca per la pace in Italia”, i centri di ricerca che a partire dagli anni ’80 nasceranno in molte università italiane si chiamano “centri di ricerca per la pace” piuttosto che sulla pace, dove “il per indica un impegno, anche attivo, verso il cambiamento”

La Peace Research come filone di studi autonomo vede la nascita immediatamente dopo la seconda guerra mondiale allorché l’equilibrio del terrore basato sugli armamenti nucleari causò la nascita di numerosi studi per il disarmo atomico e sulle possibili conseguenze che un conflitto nucleare avrebbe provocato. Anche se non è possibile individuare una data precisa per la nascita della Peace Research, il dato che sembra essere condiviso è che le prime discipline a dare vita a questo nuovo filone di studi siano state le discipline scientifiche come reazione al contributo negativo dato dalle stesse alla proliferazione delle armi atomiche e di nuovi sistemi d’arma sempre più sofisticati e micidiali, a partire dalla bomba atomica sperimentata il 6 agosto 1945. Da allora, un numero sempre maggiore di fisici, matematici, ingegneri si impegnarono in studi preventivi ipotizzando le conseguenze della proliferazione nucleare e delle armi in genere e per scongiurare il rischio di una catastrofe mondiale. Erano i tempi in cui la Peace Research significava primariamente “disarmo”.

Anche se in un primo momento gli studi per la pace erano limitati allo studio effettivo della guerra, degli armamenti e delle loro conseguenze sull’evoluzione dell’umanità, fin da queste prima battute la Peace Research si è posta come campo d’indagine multi-disciplinare, coinvolgendo in maniera ancora spontanea le discipline più disparate, anche quando da quelle matematico-scientifiche si passò a coinvolgere le scienze umanistiche: la storia, la filosofia, le scienze sociali. Le caratteristiche principali della nascita e dello sviluppo della Peace Research, sono, infatti, l’inter-disciplinarietà e l’operatività, ovvero la tensione al “fare politico”.

 

La Peace Research degli albori e il problema del disarmo

Se in Italia bisognerà aspettare gli anni ’80 e la contestazione sociale alla corsa agli armamenti, in Europa e in Nord America il filone degli studi per la pace era già abbondantemente sviluppato. Risale, infatti, al 1941 la fondazione dell’Institute for World Affaire di New York. L’istituto era nato a Ginevra già nel lontano 1924 come Student’s International Union quando Gilbert Murray, un professore dell’Università di Oxford, ebbe l’idea di dare agli studenti di tutto il mondo un luogo di incontro e di scambio di idee sul ruolo della Società delle Nazioni, che in quegli anni vedeva la luce, e per la costruzione della pace nel mondo.

Nel 1961 nasce a Toronto il “Canadian Peace Research Institute” grazie all’impegno di un professore di fisica, Norman Alcock, e di una coppia di ricercatori di chimica, Hanna e Alan Newcombe: "I think physicists and chemists felt guilty for having invented nuclear weapons," racconta Hanna, "Some tried to compensate by efforts for peace." In quegli anni anche in nord Europa nascono molti centri di ricerca per la pace nelle più importanti Università come Oslo, Stoccolma, Francoforte, Bradford.

Ma la reazione alla “paura” di una guerra nucleare si riscontra soprattutto nella nascita dell’Institute for Peace Science presso l’Università di Hiroshima. Importante è far notare che la proliferazione in quegli anni di centri di ricerca per la pace in numerosissime università di tutto il mondo da adito fin da subito alla nascita di un’associazione di coordinamento tra i suddetti centri. Anima e motore dell’International Peace Research Association è, fin dalla sua fondazione nel 1964, il norvegese Johan Galtung.

Anche in Italia la genesi della Peace Research è da ricercare nella reazione alla paura di una guerra nucleare come lo sforzo di prevenire ulteriori conflitti che avrebbero potuto devastare l’umanità. Ricordiamo la nascita nel 1966 di ISODARCO (International school on disarmament and research on conflicts), soprattutto grazie all’impegno del fisico Carlo Schaerf, come gruppo italiano di “Pugwash Conferences on Science and World Affairs”, una rete internazionale di scienziati contro la guerra che oggi conta 50 gruppi nazionali affiliati in altrettanti paesi del mondo.

 

La Peace Research si sviluppa: “pace negativa” e “pace positiva”

Solo in un secondo momento, a partire dagli anni ’80, la ricerca per la pace comincerà ad interessare le scienze sociali e ad uscire dal mero studio delle conseguenze della guerra e dell’analisi dei dati reali per porsi nuovi quesiti di politica internazionale. Non basta ormai combattere contro la proliferazione, denunciare l’assurdità e il pericolo della corsa agli armamenti, studiare le possibili conseguenze dell’uso di tali armi così come le attuali e reali conseguenze dell’equilibrio del terrore e delle spese militari. C’è bisogno di risposte, c’è bisogno di individuare nuove strade da percorrere, e non sono solo alternative “politiche” in un mondo diviso in blocchi ideologici, devono forzatamente essere alternative “ideali”, “culturali”, “filosofiche”, “sociali” prima ancora che politiche.

Si entra così nella seconda fase dello sviluppo degli studi per la pace, dove per “pace” si intende non più mera assenza di guerra ma, in senso positivo, “il risultato del superamento positivo dei conflitti”. Se uno dei primi teorici a segnare questa differenza tra pace “negativa” e pace “positiva” fu lo stesso Galtung, in Italia il concetto è stato ripreso ampiamente dal professor Antonino Drago, fin dagli anni ’80 uno dei massimi esponenti del movimento per l’obiezione di coscienza al servizio militare e per l’obiezione alle spese militari, nonché uno dei più accreditati studiosi di Difesa Popolare Nonviolenta. Drago, nel suo saggio “La ricerca per la pace in una società in transizione. Una prospettiva storica” declina quattro “significati” di peace studies: una ricerca per la guerra, una ricerca sulla guerra, una ricerca sulla pace e solo in ultimo, come conseguenza di un salto culturale, una ricerca per la pace, caratterizzata dall’interpretazione del concetto di pace come “positivo”.

Questo nuovo approccio, determina in Europa e soprattutto in Italia, due conseguenze: da un lato la ricerca per la pace, rimasta sempre al di fuori del mondo accademico, comincia ad acquisire diritto di cittadinanza nelle università e soprattutto nel dialogo con le Istituzioni, dall’altro – e proprio per questo rinnovato dialogo - si distacca dalle istanze del movimento di base per la pace che conserva un atteggiamento “oppositivo” verso le stesse Istituzioni. In questi anni, precedenti la caduta del muro di Berlino, il movimento continuerà a parlare di “disarmo” mentre il mondo della ricerca, ispirato in Europa soprattutto dal suo massimo esponente Johan Galtung, comincerà a parlare di “transarmo”, ovvero un percorso di diminuzione progressiva degli armamenti tramite accordi internazionali e l’impostazione di nuove politiche di pace, realistiche e non ideologiche.

Questa “uscita dalla clandestinità”, o se si preferisce dalla nicchia del movimento di protesta, appare ancora più evidente e si realizza con maggior vigore dopo l’89, quando la fine della guerra fredda cambia di molto lo scenario geo-politico mondiale. In questi anni i movimenti pacifisti sono costretti a rinnovare i loro paradigmi di pensiero e di azione, a ripensare le strategie, cambiare le alleanze, ed è normale che in questo clima di grande euforia, ma anche di grande confusione, si rivolgano alla Peace Research in cerca di nuove analisi, nuove riflessioni, nuove strade da seguire.

 

Dalla protesta alla costruzione di un mondo nuovo: la Peace Research della maturità

In America, Canada ed Australia, dove il movimento per la pace è ormai lontano dalla stagione sessantottina e dalle manifestazioni contro l’intervento in Vietnam, sono già ben avviate esperienze professionali di “conflict resolution”, “mediation” e “alternative dispute resolution”. Il mondo accademico è ormai maturo per fornire nuove professionalità al mondo dell’impresa e delle Istituzioni. Nascono le scuole professionali per mediatori e i centri per la mediazione familiare e sociale, anche se in alcuni casi non si tratta di centri di ricerca ma di veri e propri uffici per la mediazione dei conflitti al servizio dell’Università.

Ma non c’è solo la mediazione sociale, anche la Peace Research nel campo delle relazioni internazionali vive questa nuova fase di sviluppo segnata da professionismo e dal stretto rapporto con le Istituzioni. Nel 1992 l’ambasciatore John McDonald e la ricercatrice Louise Diamond pubblicano il libro “Multi-Track Diplomacy: A Systems Approach to Peace” e fondano l’Institute for Multi-track Diplomacy (peacebuilding through collaboration) di Washington, che costituisce un punto di riferimento in questo campo delle relazioni internazionali. La multi-track diplomacy non è altro che la diplomazia non ufficiale, ovvero quella svolta dalle Organizzazioni Non Governative (Ong), dall’associazionismo, ma anche da Enti di apparato come Sindacati, Università o appunto centri di ricerca, e solo più tardi e solo in alcuni paesi, come l’Italia, dagli Enti Locali. L’elaborazione del concetto di multi-track diplomacy sarà una delle svolte più importanti nel mondo della pace e della ricerca per la pace in quanto assicura legittimità e dignità (sia politica che scientifica) per tutte quelle iniziative di dialogo e pacificazione portate avanti dalla società civile internazionale.

In Europa, ma soprattutto in Italia, invece, l’approccio è piuttosto quello della solidarietà internazionale, dei movimenti di base, del volontariato, un approccio se vogliamo meno professionale (ci vorrà ancora un decennio perché in Italia si cominci a parlare della figura professionale dell’operatore di pace o del mediatore dei conflitti), ma sicuramente molto forte e idealista, con il vantaggio che ci porterà ad avere una legislazione sulla pace all’avanguardia nel mondo.

Nel 1998, infatti, al termine di questo percorso di maturazione, in Italia viene approvata la legge 230/98 “nuove norme in materia di obiezione di coscienza” che oltre a prevedere due principi fondamentali come il diritto soggettivo all’obiezione di coscienza e la pari dignità tra difesa civile e difesa militare, fa riferimento a “forme di ricerca e di sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta”, il che se da un lato può dare avvio alla sperimentazione dei Corpi Civili di Pace, dall’altro invita sicuramente alla costituzione di un istituto nazionale di ricerca sulla pace che in Italia manca da sempre. Ci si trova, dunque nella contraddittoria situazione di essere uno dei pochi paesi occidentali a non avere un Istituzione pubblica dedicata ai peace studies, e allo stesso tempo essere uno dei pochi paesi al mondo ad averlo indicato in una legge dello Stato. Come si diceva, nella 230/98 si fa anche menzione dei Corpi Civili di Pace, la risposta alternativa alla difesa militare nel nuovo ordine mondiale, individuata già da Boutros Ghali nel 1992 in An Agenda for Peace, e dal Parlamento Europeo proprio nel 1998. Lo studio di una forma di difesa non armata e nonviolenta alternativa a quella militare costituisce dalla fine degli anni ’90 in poi il principale oggetto d’indagine della Peace Research.

 

La Peace Research di fronte alle sfide di domani

La Peace Research oggi deve rispondere alla domanda: che tipo di relazioni internazionali costruire per prevenire e trasformare i conflitti violenti? Il campo è ormai aperto alle questioni dell’economia globalizzata (debito, materie prime, commercio internazionale, transazioni finanziarie), alle questioni del diritto internazionale (geografia politica, diritti umani, scontro di civiltà) e, finalmente in maniera diretta, al settore difesa (prevenzione dei conflitti, gestione delle crisi, difese alternative, diplomazia internazionale). La Peace Research ha adesso il compito istituzionale, riconosciutole da anni e anni di lavoro semi-clandestino, di dare una risposta ai quesiti lasciati aperti dalle discipline classiche quali il diritto internazionale, il diritto umanitario e di guerra, la geografia economica e politica, non più adatte da sole ad esplorare la realtà complessa così come si presenta ai nostri giorni.

In Italia, si assiste ad un fenomeno del tutto particolare, a causa della cronica mancanza della ricerca a fronte di un vero e proprio boom della formazione. L’uscita dalla clandestinità, infatti, si sostanzia nella nascita in numerosi atenei dei corsi di laurea in “scienze diplomatiche” (autonomi dai corsi in scienze politiche), che in molti casi si saldano agli studi di cooperazione internazionale e pace, venendo a costituire con questi ultimi la cosiddetta “classe 35”. Da un lato l’interazione tra “sviluppo”, “cooperazione” e “pace” è doverosa e rappresenta la maturità del pensiero politico e scientifico, dall’altra la propensione a prediligere le prime due categorie a discapito della terza è un segno di arretratezza tipico del nostro paese.

Un’evoluzione contemporanea degli studi per la pace è oggi costituita da quel insieme di studi aventi come oggetto il Servizio Civile. Dopo la sospensione della leva obbligatoria, infatti, l’esperienza del Servizio Civile non è finita. La legge n°64 del 2001, infatti, non solo rilancia il Servizio Civile come esperienza di cittadinanza attiva ma ne riafferma il ruolo di “difesa alternativa” prevedendo due istituti molto importanti: il Servizio Civile all’Estero e il Comitato Consultivo per la Difesa Non Armata e Nonviolenta (DCNAN), che ha proprio lo scopo di studiare, ricercare e sperimentare forme alternative di difesa, e che potrebbe costituire, se ve ne sarà la volontà politica, quel centro istituzionale di Peace Research che in Italia è sempre mancato.

 

Bibliografia

Consorti, P., Nuovi studi per la pace e servizio civile; intervento al seminario “Riconoscimenti e incentivi nel nuovo servizio civile” Roma, Caritas Italiana, 10 gennaio 2002.

Drago, A., Quale scienza per la pace? in “Scienza e guerra. I fisici contro la guerra nucleare” di Drago A. e Salio N.; EGA, Torino 1983.

Drago, A., La ricerca per la pace in una società in transizione. Una prospettiva storica. In “Università per la pace. Il ruolo dell’università nell’analisi e nell’impegno a favore della pace” a cura di Licata A., ISIG 2001. Atti del convegno “Università per la pace” svoltosi a Trieste il 29 maggio 2000.

Fossati, F., Sviluppo e dibattiti nella peace research attraverso le conferenze dell’Ipra, Progetto pace, I-1; 1986.

Fossati, F., Introduzione alla peace research, in Licata A., ISIG 2001

Galtung, J., Violence, peace and peace research, in “Journal of Peace Research”, VI-3; PRIO, Oslo 1969.

Galtung, J. – Jacobsen, C.G., Searching for Peace: The Road to TRANSCEND, Pluto, London 2000.

Salio, N., La ricerca per la pace in Italia in Licata A., ISIG 2001

Gli articoli di Consorti, Drago, Fossati e Salio presenti in bibliografia sono linkabili su www.peacebuilding.it

(Scheda realizzata con il contributo di Davide Berruti)

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