Prevenire la guerra con le istituzioni

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Disegnare una scuola che incontra la diversità. Foto: pietroalviti.wordpress.com

Ho letto il bel pezzo del Presidente del Forum Trentino per la Pace apparso tra questi fogli dal titolo Un terribile amore per la guerra. La tesi di Nardelli è che, per prevenire future guerre, dobbiamo fare i conti con il criminale che alberga in ognuno di noi. Si. Ma il criminale cresce non solo in “me” ma anche in “noi”. Gli “amici del muretto” che incendiano un campo rom a Torino si alimentano delle stesse paure dei “gruppi di studenti delle scuole superiori” poi genocidari in Rwanda o delle “tifoserie calcistiche” arruolate da Arkan nei balcani.

È l'estraneo che rende coeso il gruppo. Il nemico “lui” che fa il “noi”. E se il nemico non c'è ...va costruito con la mitologia e la narrazione. Dal dio Po per i padani ai tutsi che discendevano dal fiume Nilo.

Il gioco politico “ad alta resa” di marcare la differenza tra noi e gli altri porta all'idea, condivisa dai più, che “noi” staremo meglio se “loro” - semplicemente - non ci fossero. La deduzione comporta l'eliminazione fisica dell'altro. Genocidio significa “intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso" e l'idea che una democrazia “matura” come la nostra ne sia immune è semplicemente falsa. Le statistiche internazionali sulla libertà di stampa, sulla corruzione, sul rispetto dei diritti di migranti dimostrano palesemente come possiamo precipitare in pochi anni al pari di Stati ove la violenza è relazione quotidiana. La via d'uscita non può che essere il rafforzamento istituzionale a prevenzione e quindi: scuola, polizia, intermediatori sociali, prezzo politico del pane.

I genocidi del '900 sono stati 6: armeni, ucraini, ebrei, cambogiani, tutsi e bonsiaci. Chi era il nemico per questi? Banalmente si potrebbe elencare turchi, Stalin, tedeschi, gli stessi cambogiani, hutu e serbi ma così non fu. In realtà siamo noi mondo. Un popolo oppresso dal genocidio si pone una sola domanda: “Perché nessuno interviene?” A questa domanda puntuale quanto le tragedie non siamo ancora in grado, come comunità internazionale, di dare una risposta. Eppure il diritto panumano parla chiaro: “quando sono violati o sono in procinto di esserlo i diritti fondamentali dell'uomo la comunità internazionale ha il diritto dovere d'intervenire”. A diversi livelli e con diverse modalità. Dagli osservatori internazionali finalmente arrivati a Damasco ove si spara impunemente sulla folla sino all'intervento di organizzazioni regionali per un'azione coercitiva sotto l'egida dell'Onu. Ma la debolezza delle Istituzioni internazionali fa il paio con l'incapacità degli Stati di fare un passo indietro al fine di fornire, come previsto dall'art. 43 della Carta delle Nazioni Unite, uomini e mezzi ad un'Istituzione transnazionale che opera per il bene comune globale. Il risultato è che ci troviamo con 200 Stati ed altrettanti eserciti incapaci di prevenire massacri su larga scala in un sol paese. Un gigante scoordinato incapace di fermare l'arrogante topolino.

Ma perché la comunità internazionale ha tutto l'interesse a pervenire? Perché i sopravvissuti al “disinteresse nei loro confronti”, pro futuro e per generazioni intere, non gli darà pace. I tutsi, per esempio, hanno subìto un milione di vittime all'arma bianca in cento giorni in Rwanda. Nessuno intervenne a loro difesa se non tardivamente e parzialmente (operazione turquoise). I sopravvissuti hanno, semplicemente, quadruplicato la violenza. Si sono sentiti in diritto di capeggiare la grande guerra africana alla conquista della Repubblica Democratica del Congo con un rapporto di morti ammazzati di 1 a 4. 1 a 2 nell'ultimo quinquennio. Secondo l'ONU sono più di 4 milioni i morti ammazzati nella grande guerra africana dal 94 ad oggi. Lo stesso dicasi per gli ebrei che hanno dato vita allo Stato di Israele. Più di cento risoluzioni ONU stanno tentando di porre freno alla loro arrogante ed illegale occupazione di territori altrui. Nulla da fare. Una sola risposta: “dov'era la comunità internazionale quando venivamo bruciati nei forni?”

Se scendiamo di un gradino più basso dal mondo ci troveremo in Europa. La Francia non vuole la Turchia in Europa causa genocidio degli armeni. La Turchia risponde ricordando gli eccidi francesi in nord-Africa. E l'Europa rallenta l'entrata della Serbia, causa tensioni con il Kossovo/a, nonostante la Serbia abbia consegnato i criminali di Srebrenica rischiando non poco. Genocidi lontani e vicini sono sulla stessa agenda a Bruxelles. L'UE dovrebbe dare meno importanza alle grandi opere infrastrutturali e maggior attenzione alla costruzione di una cittadinanza comune euro globale con grandi progetti di alfabetizzazione e di educazione al conflitto. Al buon conflitto. Altro che piloni, ponti e tunnel.

Infine l'Italia. Più vi sarà crisi più verranno demarcati i confini tra indigeni ed estranei. Non sarà dura solo per i più poveri come gli immigrati o i moltissimi che stanno perdendo il posto di lavoro ma verranno marcate tutte le differenze: città campagna, nord sud etc. L'epiteto “terun” al capo dello Stato è uno dei tanti campanelli d'allarme. Chiamata a “resistere” tra qualunquismo e xenofobia sarà la scuola. L'Istituzione scuola. C'ha salvato altre volte; nonostante il discredito nazional popolare.

Fabio Pipinato

 

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