Ogni giorno è contro la violenza sulle donne

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Foto: Unimondo.org

E ci si trova a parlare di nuovo di violenza sulle donne. Oggi è il 25 novembre, l’Italia e il mondo intero commemorano la Giornata internazionale contro tale forma di aberrante violenza che trae dai numeri e dalle testimonianze una ragione per continuare a urlare tanto dolore e per chiedere una inversione di rotta. In base ai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), una donna su tre ha subito violenza da parte di un uomo nel corso della sua vita. Una su tre indica dunque il 35% delle donne al mondo: un numero agghiacciante. E non si tratta di un fenomeno che tocca solo i Paesi “sottosviluppati”, come si usa ancora dire nel linguaggio comune riferendosi agli Stati più poveri del mondo. In Italia, infatti, i numeri della violenza conteggiano 6 milioni e 788 mila donne che nella loro vita hanno subito violenza fisica o sessuale da parte di un uomo. Una stima che non tiene conto di tutte quelle donne che non hanno avuto coraggio o modo di denunciare quanto subito o che ancora stanno subendo: si valuta, infatti, che nove volte su dieci il crimine non venga denunciato. La ragione attiene al fatto che la violenza, anche mortale, è compiuta dal partner o dall’ex della donna, in ogni modo in un ambiente familiare da cui è più difficile estraniarsi completamente per denunciare. In media ogni tre giorni viene uccisa una donna in Italia e sono circa 14mila le donne che ogni anno si rivolgono ai centri antiviolenza.

Come ogni anno, questi numeri sono commentati in televisione e trovano spazio sui quotidiani nazionali, al pari di ogni nuovo episodio di brutale violenza contro una donna che la cronaca purtroppo a breve ci restituirà. È dunque proprio facendo forza su questi dati, reali, non stime, che appare necessario chiedere di ripensare una strategia politica per farvi fronte. Quella ad oggi esistente, che non appare né organica né tantomeno efficace, è evidentemente un fallimento sul piano concreto. Non basta più recitare i consueti interventi in cui si invitano le donne a denunciare e a non sottovalutare i compagni violenti. Occorre dare strumenti e appoggi ben più concreti. In primis i finanziamenti ai centri antiviolenza, in prima linea nel dare supporto a chi a fatica tenta di ribellarsi a una condizione di violenza reiterata: eppure in tutta Italia i centri antiviolenza annaspano, mancano costantemente i finanziamenti e si basano spesso sulle prestazioni di puri volontari, costringendo alcuni di essi alla chiusura. Mancano norme che proteggano nel concreto la donna che denuncia una violenza e i suoi cari: il reato di stalking non ha affatto dato soluzione ai comportamenti persecutori che troppo spesso sfociano in violenza omicida. Manca una forma di educazione sociale al rispetto dell’altro e all’affettività, a cui troppo spesso interpretazioni ignoranti oppongono resistenze di ogni sorta allarmando intere comunità dinanzi a uno sconosciuto spettro “gender” anziché a una ben più conosciuta emergenza “femminicidio”. Manca, di fatto, la consapevolezza diffusa che il sessismo costituisca una malattia grave ed endemica della nostra società che ammorba non solo la cronaca ma l’intera democrazia. Minimizzare il problema, ghettizzarlo solo a determinati strati sociali, strumentalizzare la violenza commessa da uno straniero verso una donna nascondendo l’ampiezza e la realtà di una violenza che nasce quasi sempre in ambiente familiare: queste sono le prime formule che aumentano il fenomeno anziché farlo regredire. La misoginia, posta in bella vista sui social network o espressa con naturalezza da alcuni politici di casa nostra e non solo, continua ad alimentare la violenza sulle donne nel linguaggio, nei gesti, nella cultura, nei media, nei luoghi di lavoro e nella società.

Ben vengano allora le tante iniziative atte a denunciare il fenomeno e a chiedere strumenti di intervento più adatti ed efficaci. Non solo eventi culturali, mostre, conferenze, testimonianze ma vere e proprie discese in piazza di donne, ma anche di uomini, per dire no alla violenza. L’appuntamento centrale è domani, 26 novembre, a piazza della Repubblica a Roma: una manifestazione nazionale indetta dalla rete IoDecido, da D.i.Re (Donne in rete contro la violenza) e dall’Udi (Unione donne in Italia) per ricevere attenzione in vista dell’elaborazione collettiva di un “Piano femminista contro la violenza maschile”, ossia un progetto organico che affronti non solo la violenza sulle donne, ma anche l’educazione alle differenze, all’affettività e alla sessualità, il diritto alla salute e all’autodeterminazione in ambito sessuale e riproduttivo, il lavoro e il welfare per le donne, e ancora tanto altro. Il corteo si annuncia grandioso, con bus di persone provenienti da tutta Italia che hanno risposto al seguente appello: “Non accettiamo più che la violenza condannata a parole venga più che tollerata nei fatti. Non c’è nessuno stato d’eccezione o di emergenza: il femminicidio è solo l’estrema conseguenza della cultura che lo alimenta e lo giustifica. È un fenomeno strutturale che come tale va affrontato”.

Sensibilizzazione e consapevolezza vanno dunque di pari passo con la costruzione di piano nazionale per arrestare la violenza sulle donne, che tenga conto anche delle proposte formulate in sede internazionale, specialmente dall’Unione Europea e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Proprio da quest’ultima, ideatrice della giornata internazionale, nasce l’invito per questa giornata e nei 15 giorni a seguire di colorarsi di arancione (#orangeourworld) e anche di illuminare analogamente i principali monumenti dei diversi Stati membri: una maniera come un’altra per continuare a parlare di violenza sulle donne anche dopo il 25 novembre.  

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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